tornare all' italiano
 

 

 
Back to Articles
and Documents
Volver al índice de
Artículos y Documentos
Ritornare all'indice di
Articoli e Documenti


Turismo con comunità indigene in Argentina


Conciliare turismo, per quanto ben motivato, responsabile e preparato, con incontri con comunità indigene (popoli originari, così si auto definiscono, le persone che conosceremo) è un processo complesso con risultati non del tutto prevedibili e precisabili.

Esistono vari progetti di turismo promossi e gestiti dalle stesse comunità che ci esonerano in parte dalla gestione delle problematiche sull’accessibilità umana e sull’organizzazione pratica del viaggio, in poche parole come quando utilizziamo un “qualsiasi” servizio turistico.

Non è questa, al momento, la situazione che si vive in Argentina: le persone che visitiamo per quanto interessate e desiderose di lavorare con il turismo, stanno solo ora iniziando questo progetto e quindi, loro, noi gli organizzatori, e voi, gli ospiti, abbiamo tutti ruolo attivo e un contributo da apportare, per la realizzazione dell’incontro e la buona riuscita del viaggio.

Viaggiare in comunità indigene richiede una motivazione e una preparazione particolare, con una coscienza storica di quello che è passato negli ultimi 500 anni da queste parti (America Latina):

“Strappatati dalle proprie terre, condannati a un esodo eterno, gli indigeni dell’America latina furono spinti verso le zone più povere, le montagne aride o all’estremità dei deserti, man mano che si allargava la frontiera della civilizzazione dominante. Gli indigeni hanno sofferto e soffrono – come sintesi del dramma dell’America Latina – la maledizione della propria ricchezza. Nella Patagonia argentina gli indigeni furono sterminati, nel secolo passato, dalle truppe che li cercavano e li circondavano nei boschi o nel deserto, affinché non molestassero l’avanzata degli allevamenti di latifondo.”
(Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina)

“Tetto, terra, lavoro. Pane, salute, educazione, indipendenza, democrazia, libertà, queste sono state le nostre richieste durante la lunga notte durata 500 anni, queste sono oggi le nostre esigenze” (Subcomandante Marcos).

Le popolazioni originare parlano di cicli, e questi cinque secoli di storia sembrano aver esaurito il loro corso e aprirne uno nuovo: uno di scambio e crescita, con una rinnovata forza e coscienza da entrambe le parti.

Se l’intenzione e l’iniziativa continua a essere unilaterale, come alcuni progetti di assistenza e sviluppo, lo sforzo diventa insostenibile anche inutile come un pozzo senza fondo dove qualsiasi risorsa umana, economica e tecnologica, viene inghiottita da una voragine assetata di giustizia, nell’impossibilità di fare pari. Fare pari con 500 anni di storia di soprusi, saccheggi, genocidi e sfruttamento, culminati nell’alienazione culturale, nell’emarginazione sociale e nella mancanza di terra e risorse necessarie per la vita di queste popolazioni.

La gente delle popolazioni originarie dice: “basta alla “mano che gli si porge” – dice - “toglieteci le mani di dosso”. Non cerchiamo vendetta o soddisfazione, quello che è successo è successo per una ragione, per un disegno della terra e della vita, lasciateci la possibilità di capire qual’è questo disegno, che cosa significa aver sofferto tanto, quale è il nostro e vostro destino. Quale volontà siamo stati chiamati a rappresentare, in quale direzione dobbiamo riprendere il cammino.”

Le popolazioni originarie parlano di ferita, di tempo necessario per aprirsi, di dinamiche di dialogo e movimento diverse, e in questo momento è il primo mondo in svantaggio, nonostante antropologi e archeologi, esperti, studiosi e “curiosi di ogni età” cercano di interpretare e capire, è chiaro che la violenza e la coercizione hanno fatto si che i popoli originari siano stati costretti a imparare il nostro linguaggio, fino a poterci leggere dentro come fossimo trasparenti, mentre la loro vera natura, boicottata e castigata, è rimasta un tesoro inespugnato e inespugnabile, che solamente se condiviso con amore e disponibilità potrà riconciliare in parte i due mondi, e il primo mondo con se stesso.

Sono passati 500 anni e il mondo “occidentale”, il “primo” mondo si sente perso, tra l’avanzamento tecnologico, l’alienazione sociale, il distacco dalla natura, dalla Pachamama (madre terra) e cerca risposte esistenziali nate dalla negazione della spiritualità, dal senso amaro e abissale della solitudine dovuto alla rottura del circolo di appartenenza e uguaglianza con il proprio ecosistema. E’ evidente la necessità di ritornare alla figura del circolo di non assumere più forme gerarchiche piramidali che posizionano l’uomo al di sopra e al di fuori del mondo. Lentamente si stanno creando nuove dinamiche di avvicinamento per conoscere quei fratelli che custodiscono la conoscenza di alternative alla nostra fagocitante società consumistico/ iper- tecnologica.

E a volte queste necessità-anelo sfociano nel desiderio di viaggiare, conoscere, in un’esigenza di avvicinarsi, stiamo lavorando perché questo sia un incontro e non uno scontro o un ennesimo inganno.

Il processo è complesso, con tanti trabocchetti e la nostra ricerca è rivolta a coloro che dall’una e dall’altra parte hanno il desiderio e la capacità di ascoltarsi e guardarsi, di riconoscersi in una dimensione universale/spirituale, che per il momento continua a suonare come una campana vuota.

In questo tentavo d’avvicinamento il turismo rappresenta una possibilità molto complessa ma interessante. Le possibilità di dinamiche di interazione di una attività che coinvolge direttamente le persone faccia a faccia, implicando “un prodotto”, una serie di servizi, e un abisso nel mezzo, con l’unica possibilità di ricorrere a, e riscoprire la propria ricchezza umana per avvicinarsi. La iniziativa di prendere decisioni riguardo al tema turismo, essere protagonisti, organizzatori, gestori di questo incontro è un cammino difficile, non necessario e pieno di incognite. E’ facile cadere nell’errore di far convogliare problemi storici e situazioni diverse nell’attività del turismo: l’attività turistica non può da sola farsi carico del problema dell’identità, da entrambi i lati, della necessità di conoscersi da un lato e dall’altro. Molto spesso incorporando formazione e preparazione in settori che per motivi d’emarginazione e politica e mancanza di mezzi non arrivano alle popolazioni originarie. Bisogna ridimensionare la carica che si sta dando al turismo, sia questo comunitario, originario, partecipativo, responsabile etc.

Abbiamo voluto intraprendere questo cammino per ragioni che forse ancora non ci sono totalmente evidenti, possiamo farlo solo insieme e solo insieme scoprire e imparare come farlo e dove andare: animandoci a vicenda.

Il contesto nazionale argentino:

La realtà delle popolazioni originarie in Argentina si fa più concreta dopo il censo Nazionale del 2001 “Cenco Nacional de Población, Hogares y Viviendas”, che prevedeva fra le domande se la persona si considerava discendente o appartenente a una popolazione indigena. Le risposte hanno dato come risultato che quasi il 5% della popolazione rientri in questa categoria. E’ stato un risultato del tutto insperato, per un paese che per anni ha praticamente negato la presenza di una popolazione indigena è ha portato avanti politiche di emarginazione sociale da un lato e sopraffazione culturale dall’altro. In base a questi risultati si è proposto un approfondimento del censo specifico per questa parte della popolazione effettuando nel 2004.

La sopravvivenza di questi gruppi è stata costantemente minacciata dalla presenza della popolazione bianca, che dall’inizio della conquista dell’America ha dominato e sottomesso le popolazioni originarie. Il risultato di questa storia si osserva attualmente nelle varie situazioni di sfruttamento, emarginazione e discriminazione verso queste popolazioni.

La lotta per il riconoscimento dei diritti delle popolazioni originarie ultimamente sta assumendo forme più organizzate e si muove alla ricerca della propria identità e del proprio ruolo. L’Argentina inizia a riconoscere e ad assumere il suo carattere multi culturale e plurietnico, da sempre rifiutato. (vedi ONPIA)

Sabrina Bini, 2005

Back to Articles and Documents
Volver al índice de Artículos y Documentos
Ritornare all'indice di Articoli e Documenti

Copyright 2005 - Todos los derechos reservados - Diseño JS