Itinerari
 

 


Associazioni e Progetti
Argentina
Madri e Nonne di Piazza di Maggio, Figli (HIJOS)
Centri di detenzione clandestina
Movimento Nazionale di Fabbriche Recuperate – MNER
Organizzazione dei popoli e Nazioni Indigene in Argentina – ONPIA
Grissinopoli: La Nuova Speranza


Madri e Nonne di Plaza de Mayo, Figli

Il 24 di maggio del 1976 un colpo di stato fece cadere il governo di Isabel Peron e mise al potere i militari. Fin dal 1975 operava in Argentina un gruppo di repressione chiamato la “Triple A” (Alleanza Anticomunista Argentina), con a capo Lopez Rega. Con l’arrivo dei militari al governo inizia un’applicazione sistematica del terrorismo di stato. I militari che salirono al potere promisero una “riorganizzazione nazionale”, rendendosi colpevoli di uno dei periodi più sanguinosi della storia argentina. Migliaia di persone furono assassinate e altrettante sequestrate e imprigionate in centri clandestini di detenzione dove venivano torturare e spesso uccise. Il termine utilizzato dai militari per giustificare la scomparsa delle persone fu quello di “desaparecidos”. I familiari di queste persone, quando non venivano a loro volta sequestrati, non ricevevano nessun tipo di informazione e rimanevano nella totale incertezza sul destino dei loro cari. E’ da queste terribili e angosciose situazioni che le madri delle persone scomparse iniziarono nell’aprile del 1977 a incontrarsi nella Plaza de Mayo, di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, per chiedere informazioni. Le riunioni in luogo pubblico erano proibite dal regime militare e per questo le madri s’incontravano camminando in circolo e per riconoscersi utilizzavano un fazzoletto bianco in testa, che originariamente fu un pannolino per bambini di stoffa, e il gruppo naturalmente si chiamò Madri della piazza di Maggio.

Nonostante che dalla fine della dittatura la politica del governo è stata basata sul compromesso e la copertura dei fatti e delle responsabilità a discapito della verità e della giustizia, con il tempo, le madri hanno avuto in parte notizie sulla sorte dei loro figli, si sono incontrate fosse comuni, è stata istituita una banca dati di DNA per riconoscere i resti e rintracciare i figli dei detenuti nei centri clandestini; alcune delle persone coinvolte si pentirono e si auto-denunciarono. Con la legge del “punto finale” e quella di “obbedienza dovuta”, il governo sancì la colpevolezza di solo pochi responsabili e la impunità delle persone coinvolte nei crimini, inoltre offrì un risarcimento per le vittime della dittatura. Questa politica creò una frattura nel movimento delle madri, che si divise tra la Linea Fundadora, capeggiata da Nora Cortinas e la Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, capeggiata da Hebe Bonafini. A questi gruppi si aggiungono quello delle “Abuelas” Nonne di Plaza de Mayo, con la loro presidente Estela Parlotto; e Hijos, associazione dei figli dei desaparecidos.

Sono passati molti anni e le madri continuano a riunirsi ogni giovedì nella Plaza de Mayo alle 15.30. Dall’inizio del nuovo millennio i Diritti Umani rappresentano finalmente un tema di dibattito aperto e sorgono nuove iniziative. Le madri reclamano diritti su temi di giustizia sociale, occupazione, contro la povertà e la fame, contro le politiche del Fondo Monetario etc.; rivendicano così i valori rivoluzionari e di giustizia sociale dei propri figli.

Esistono molte altre associazioni per la difesa dei diritti umani come la “Lega Argentina per i Diritti Umani, la Assemblea Permanente dei Diritti Umani, la Commissione di famigliari di detenuti e Scomparsi per ragioni politiche, etc. In particolare ricordiamo “Le Nonne di Plaza de Mayo”, che hanno come obiettivo rintracciare i loro nipoti, nati durante la prigionia dei loro figli e in generale dati in adozione alle famiglie più coinvolte con le azioni militari. Al giorno d’oggi si sono incontrati più di 70 ragazzi. Infine ricordiamo il gruppo “HIJOS” (Figli) per la identità e la giustizia, contro l’oblio e il silenzio” che raggruppa i figli delle persone scomparse e si muove a livello internazionale. Questo gruppo organizza manifestazioni chiamate “escraches” di fronte alla casa di persone notoriamente coinvolte durante gli anni della dittatura.

Ricardo Aguilar, una persona che da anni segue e sostiene la Associazione delle “Madri di Plaza de Mayo” ci accompagna alla riunione del giovedì e a visitare la loro sede e la Università delle Madri creata dalla stessa associazione. Durante questa visita una delle frasi più forti di quanto ci racconta è l’idea di “socializzare la maternità”, una posizione che è in aperto contrasto con la tendenza alla privatizzazione e all’individualismo trionfante.

Riportiamo i pensieri di Alessio, studente del Liceo Classico di Sanremo che ha viaggiato con noi nel giugno 2004.

“Ricardo, professore in un istituto superiore nella pericolosa periferia di Buenos Aires, arriva un po’ in ritardo causa la lentezza del treno. Grazie alla sua voce calda e raschiante quando borbotta, centra in pieno la chiave con cui descrivere la vita del suo paese: un grande vortice appassionante in cui la borghesia ricca accompagna la dittatura, le lotte del popolo generano amori, dove il dolore impregna le famiglie, e la passione prevale sulla repressione. … Rimango entusiasta di Ricardo perchè soprattutto grazie a lui ho potuto notare come gli occhi degli argentini siano testimoni di quanto abbiano visto, e gelosamente ne custodiscano il ricordo, senza poter nascondere nulla. E infatti è proprio dagli occhi che sgorgano i sentimenti più disparati che fanno agire di conseguenza la persona: continuano le lotte, si diffonde la criminalità, ci si rende complici della corruzione. Ma sempre potranno cadere quelle lacrime di gioia o di paura che scandiranno imperterrite la vita di questo paese.”
(Alessio giugno 2004)


Alle madri di Plaza de Mayo
L’incedere lento nella memoria
Percuote lo spirito di muta tristezza
E orgogliose di mostrare il fazzoletto bianco
Cantano giustizia con i loro occhi, stanchi.
Tra le rughe che accolsero profonde lacrime
C`e` un passato da rivendicare
C`e` un presente per lottare
C`e` un futuro in cui morire
Ma mai, giurano mai,
perderanno la forza
di chiamarsi così semplicemente “companeros”
(Alessio, giugno 2004)

Inizio

I centri di detenzione clandestina

Secondo le stime delle organizzazioni dei diritti umani, durante la ultima dittatura militare, in tutto il territorio della repubblica Argentina sono esistiti all’incirca 400 centri di detenzione clandestina. D’accordo alla Commissione Nazionale sulla scomparsa delle persone, “… entrare in questi centri significò per tutti “smettere di essere”, per il fatto che si cercò di distruggere l’identità dei prigionieri, si cambiavano i riferimenti del tempo e dello spazio, e si torturarono nel corpo e nell’animo di là dall’immaginabile”.

Dal 2002 il governo sta promuovendo una serie di iniziative volte al recupero di questi luoghi, dopo anni di abbandono, distruzione e destinazioni d’uso varie. Il recupero di questa parte di storia e di memoria in Argentina è un capitolo nuovo della politica sui diritti umani. Sempre presente come tematica per associazioni e interessati, il lavoro di ricerca, la istituzione di musei e monumenti, promosso in veste ufficiale, porta alla popolazione argentina e al mondo un importante messaggio di apertura e riflessione.

Il “Club Atletico” fu uno dei centri clandestini di detenzione dentro la città di Buenos Aires durante la dittatura militare. Funzionò tra il febbraio e il dicembre del 1977 nei sottosuoli di un edificio della polizia federale, ubicato nel viale Paseo Colon tra Cochabamba e San Juan. L’edificio fu distrutto alla fine degli anni ’70 per costruire la Autostrada 25 di maggio. Alcune parti dell’infrastruttura furono poi riciclate per la costruzione di un altro centro di detenzione chiamato “El Olimpo”. Nell’aprile del 2002, su domanda di alcuni sopravvissuti e di organizzazioni dei Diritti Umani, sono stati iniziati scavi di recupero, in un tipo di archeologia urbana unico nel suo genere; con l’obiettivo di portare alla luce la struttura dell’edificio per ricostruire il funzionamento del centro di detenzione. Parallelamente, si stanno realizzando delle ricerche per identificare le persone che furono tenute prigioniere e rintracciare i sopravvissuti. Secondo alcune testimonianze le persone erano introdotte all’edificio con gli occhi bendati, erano fatte scendere per una scala stretta che portava ad un sotterraneo senza ventilazione, erano spogliati di tutti gli oggetti personali e indicati con una lettera e un numero e torturati. C’erano due gruppi di celle che si affacciavano in un corridoio stretto, due stanze di tortura, i bagni, un’infermeria, la stanza della guardia, tre celle individuali e un luogo di raccolta dei detenuti, chiamato “la leonina”. La capienza del centro era di 200 persone e nella totalità almeno 1500 sono state detenute nel Club Atletico. Una o due volte al mese un gruppo di detenuti veniva “spostato”, termine utilizzato per indicare che le persone venivano assassinate. In questo centro operava principalmente personale della polizia federale.

Nella Scuola di meccanica dell’Esercito, meglio conosciuta come ESMA, funzionò uno dei principali centri clandestini di detenzione e tortura, tra il 1977 e il 1983. Il 24 marzo del 2004, in occasione dell’anniversario del colpo di stato del 1976, per rendere omaggio alle 30.000 vittime della dittatura, il presidente Nestor Kirchner, dichiarò la costituzione del Museo della Memoria in questi medesimi edifici, che fino a questo momento continuavano a far parte della scuola militare. In occasione della sua apertura per la prima volta i rappresentanti di un governo democratico sono entrati nella ESMA.

Un’importante iniziativa in tema di sensibilizzazione e consacrazione del tema dei diritti umani, che mostra una disponibilità tutta nuova del governo e della società argentina a confrontarsi con i temi della dittatura militare, è il progetto del Parque de la Memoria, Commissione per i Monumenti alle vittime del terrorismo di stato.

Il parco, situato nella parte nord del lungo fiume del Río de la Plata, vicino alla città universitaria, è organizzato intorno a tre monumenti: il Monumento alle vittime del terrorismo di Stato, il Monumento alle vittime dell’attentato alla sede del AMIA e il Monumento ai Giusti tra le Nazioni: l’obiettivo è quello di ricordare e rendere omaggio alle persone detenute, scomparse e assassinate durante la ultima dittatura militare e tutte le vittime del terrorismo di stato. Accanto al parco della memoria si estende una zona di parco naturale, per ripristinare e conservare l’ecosistema originario. L’idea è di recuperare una zona altamente degradata e di enfatizzare l’importanza della relazione tra l’uomo e la natura, creando nel suo insieme uno spazio pubblico con un valore di testimonianza storica artistica e naturale.

Al progetto partecipano rappresentanti di vari gruppi del movimento dei Diritti Umani, quali Abuelas de Plaza de Mayo, Madres de Plaza de Mayo - Línea Fundadora, Asamblea Permanente por los Derechos Humanos, rappresentanti della comunità ebraica, etc. ; così come legislatori e membri della Università di Buenos Aires e del Governo della città di Buenos Aires.

Inizio

Movimento Nazionale di Fabbriche Recuperate - MNER

Le politiche economiche di tipo neoliberalista promosse dalla fine degli anni ’70 hanno condotto l’Argentina a una situazione di crisi economica che si è aggravata fino alla crisi del 2002-03. Queste diverse crisi hanno dato origine a fenomeni sociali prodotto della reazione popolare. In questo contesto s’inserisce il Movimento Nazionale di Fabbriche Recuperate. Tale movimento raggruppa le iniziative di occupazione e riapertura delle fabbriche chiuse: di fronte al paradosso di trovarsi per la strada senza lavoro e vedere le fabbriche chiuse con i macchinari abbandonati, i lavoratori prendono l’iniziativa di occupare le fabbriche e metterle in produzione di nuovo. Il processo non è facile, scatena azioni di resistenza e di repressione da parte dell’autorità di polizia, pressioni legali, economiche e critiche della società. “Occupare, resistere, produrre” è lo slogan di questo movimento che raggruppa da 100 a 180 imprese recuperate in tutta l’Argentina nelle quali lavorano più di 10.000 persone.



Per la giurisdizione della città di Buenos Aires, il MNER ha promosso e ottenuto l’approvazione di una legge sull’espropriazione delle fabbriche o imprese fallite, che prevede che i lavoratori che occupano le fabbriche abbiano “la tutela” per un periodo di due anni. In questo modo viene fornita una copertura legale all’espropriazione e il tempo per organizzarsi.

Il MNER ha come principale obiettivo quello di aiutare e guidare le imprese che iniziano il processo di recupero. La fase iniziale è infatti la più difficile, piena di incognite, di lunghi tempi di occupazione, mancanza di entrate, ecc.. Il MNER fornisce un aiuto di tipo legale, condivide esperienze di altre fabbriche, crea contatti; inoltre nelle possibilità dell’organizzazione si mobilita per facilitare la ripresa della produzione e organizzare i lavoratori, se sono disponibili anche con aiuti di tipo monetario: “esiste un accordo d’onore tra le varie imprese che si recuperano – dice Luis Aravena del MNER – perché anche noi siamo stati aiutati.” Uno dei problemi più gravi è quello dei debiti ereditati dalla gestione precedente e la difficoltà di incorporare personale qualificato. Anche per questo motivo e per rafforzare il movimento è stato firmato un accordo con l’università di Buenos Aires per organizzare corsi di formazione professionale in settori come amministrazione, marketing, informatica etc.Visitiamo due imprese recuperate, la Cooperativa IMPA che produce lavorati d’alluminio e l’hotel Bauen.

La IMPA è stato il primo caso di occupazione-recupero dentro la città di Buenos Aires. Dal 22 di maggio del 1998 è gestita dagli stessi operai con la solidarietà del quartiere. Con l’aiuto di Guillermo Robledo, un compagno che donò la prima tonnellata di alluminio, fu fatta riprendere la produzione della fabbrica. Un punto di forza della storia del recupero della IMPA è aver creato vincoli e alleanze con entità esterne, di aver fatto conoscere la propria attività e di collaborare con altre associazioni. Una prima attività teatrale nei locali della fabbrica recuperata, promossa de una professoressa di teatro, dette iniziative portarono alla creazione del Centro Culturale della IMPA. Durante il fine settimana parte della fabbrica si converte in sala di spettacoli dove si può ascoltare musica, vedere opere di teatro, danza o film; si organizzano anche mostre, corsi e seminari su temi culturali. Recentemente si è anche aperta una scuola per adulti con programmi e diplomi riconosciuti, frequentata da vari operai della fabbrica stessa.

Horacio Campos, che lavora nella IMPA dal 1968, ci accompagna a visitare la fabbrica e ci trasmette il grande orgoglio nel vedere la produzione che continua aumentando, la capacità di autogestione e la mancanza di un “padrone”. Chiaramente mantenere la fabbrica aperta e funzionante richiede uno sforzo continuo, nel settore della produzione, promozione e vendita. Chiama l’attenzione la mancanza d’applicazione di norme di sicurezza come utilizzo di guanti, occhiali, maschere, un sistema di aerazione degli ambienti; esistono piani pensionistici e di salute in parte autofinanziati.

Il Bauen è un hotel emblematico della città di Buenos Aires, costruito dal governo militare per i mondiali di calcio del 1978. Lo caratterizza una storia di finanziamenti fraudolenti, chiusure, riaperture, fallimenti, fino alla chiusura definitiva il 28 dicembre 2001. Dal marzo del 2003 un gruppo di lavoratori dello stesso hotel lo ha occupato ed è in attesa della risoluzione di varie questioni legali per abilitarlo nuovamente e aprirlo al pubblico.

Coperti dalla legge sulle espropriazioni del Governo della città di Buenos Aires e nel proseguirsi di svariate azioni legali, gli impiegati del Bauen hanno ottenuto per il momento la custodia del hotel, ma non il permesso di sfruttarlo commercialmente. In realtà affittano alcune sale per eventi puntuali e hanno aperto un bar, anche se solo in maniera ufficiosa (i giovedì sera e durante il fine di settimana si danno spettacoli di tango, spettacoli teatrali e musicali). In attesa di un finanziamento di circa 130.000 dollari che dovrebbe essere messo a disposizione dello stesso governo della città, queste attività svolgono comunque l’importante compito di garantire una manutenzione minima e una funzione di sorveglianza dei locali senza la quale l’edifico cadrebbe in una situazione di abbandono totale.

Durante la nostra visita ci fermiamo nel bar, parliamo con alcune persone che fanno parte del gruppo di occupazione, visitiamo i saloni e le camere. Il panorama è un poco desolante: le 200 abitazioni, che si ripartono su 19 piani sono vuote e in parte smantellate, danno un’idea di un fasto passato e soprattutto un contrasto forte con le motivazioni, le ideologie e la tenacia delle persone che attualmente lo stanno occupando.

Inizio


Organizzazione delle Nazioni e delle Popolazioni Indigene in Argentina – ONPIA

www.onpia.org



La repubblica argentina fin dalla sua nascita si ripromise di “civilizzare” i popoli originari presenti sul “suo” territorio, nella piena convinzione che tutto ciò che veniva da tali popoli erano “barbarie”. Si pretendeva di soffocare le diverse culture preesistenti, con lo scopo di arrivare ad una Argentina omogenea. Nonostante questi attacchi tuttora i popoli originari dell’Argentina (Atacama, Kolla, Chulupi, Chorote, Tobas, Mocovi, Huarpe, Mapuche, Tehuelche, Pilaga, Tupy, Guaranti, Wichi, Selknam, Onas, Diaguita Calchaquí, Rankulche, Chane, Tapiete, Guarani Mbya, Tonokote, Vilela, Lule, Surita, Saraviron, Tulianes) hanno conservato i propri modelli culturali, la propria lingua, la loro forma di organizzazione, la loro religiosità, la loro identità e il loro senso di appartenenza ad un popolo. Nel secolo appena passato, molti di loro hanno abbandonato le loro comunità per dirigersi verso i centri urbani, abbandonando la propria cultura e cercando di “integrarsi” nella nuova. Nell’Argentina di oggi chi non ha mai perso la propria coscienza indigena e chi la riscopre si sta mobilizzando per la valorizzare della propria cultura e il diritto alla partecipazione attiva ad ogni questione che li riguardi. In questa direzione grandi progressi sul piano giuridico si sono avuti nel 1994, anno in cui la riforma della costituzione abolisce il paragrafo 15 dell’articolo 67, nel quale si specificava che: “Corrisponde al Congresso della nazione Argentina assicurare la sicurezza delle frontiere, mantenere una relazione pacifica con gli “indios” e provvedere alla loro conversione al cattolicesimo”; e introduce l’articolo 75, comma 17, che richiede che il Congresso della Nazione “riconosca la preesistenza etnica e culturale delle popolazioni indigene di Argentina; garantisca il rispetto della loro identità il diritto a una educazione bilingue e interculturale, riconosca come persona giuridica le comunità, il possesso e la proprietà comunitaria delle terre che hanno occupato tradizionalmente ecc... La nuova costituzione riconosce così la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni dell’Argentina, garantisce il rispetto della sua identità e il diritto ad una educazione bilingue e multiculturale nonché il diritto alla partecipazione alla gestione delle risorse naturali e a qualsiasi altra questione che li riguardi.

Altri eventi a livello internazionale segnano il risvegliarsi di una coscienza a livello internazionale delle nazioni e popoli originari come la commemorazione dei 500 anni dalla scoperta dell’America da parte degli europei. Questo evento provocò una necessità di avvicinamento e rincontro tra i vari popoli originari delle americhe, al di la delle frontiere artificiali che gli sono state imposte: “Vedevamo che era necessario unificare: idee, sforzi, unioni, modi di muoversi e di pensare, e la forma con la quale vogliamo affrontare tematiche che sono importanti non solamente per le popolazioni originarie, ma per il mondo intero” dice Ignacio Pvrafilu, uno dei membri fondatori della organizzazione appartenente alla nazione Mapuche.

Un altro antecedente importante è la partecipazione delle comunità indigene al Summit di Rio de Janeiro nel 1992, dove si firmò un convegno sulla bio-diversità. Questo incontro è servito alle varie comunità per conoscersi tra di loro e condividere esperienze e situazioni comuni.

Le consultazioni hanno mostrato la mancanza di un’organizzazione che raggruppi i “fratelli” con i quali condividono le stesse problematiche: del territorio, della salute, dell’educazione, delle relazioni con i partiti politici e in generale dello stato di abbandono nel quale si trovano tanti “fratelli”. Questa ritrovata coscienza e spazio d’azione ha suscitato la necessita di un’organizzazione propria staccata da rappresentanze dello Stato. In questo modo iniziano le consultazioni tra i membri delle varie comunità in Argentina per la creazione di un’organizzazione che li rappresenti.

L’11 ottobre del 2003 viene costituita l’ ONPIA (Organizzazione Nazionale dei Popoli Indigeni dell’Argentina) una associazione civica che tende i suoi sforzi verso la realizzazione di quanto enunciato nell’art. 75 della Costituzione. L’ONPIA è un’associazione che orienta, pianifica, promuove, organizza, coordina e produce informazione riguardo allo sviluppo politico, economico, sociale e culturale dei popoli indigeni agendo come braccio politico-tecnico di questi popoli. Tale associazione nasce con i seguenti fini:

- rappresentare i popoli indigeni di fronte lo Stato, alla comunità internazionale e di fronte a qualsiasi altra istituzione pubblica o privata;
- recuperare i territori usurpati e generare azioni di difesa degli stessi;
- promuovere l’autodeterminazione dei popoli indigeni, riaffermando la loro identità culturale, la loro cosmovisione e spiritualità;
- proteggere il patrimonio culturale indigeno;
- esigere il rispetto per i diritti individuali e comunitari dei popoli indigeni, garantiti dalla Costituzione, dalle Convenzioni internazionali e dalle altre leggi provinciali, nazionali o internazionali;
- stimolare la nascita e concorrere alla realizzazione di progetti di sviluppo nella commercializzazione di prodotti agricoli, industriali, artigianali, e a progetti educativi e di formazione;
- contribuire, promuovere ed esigere il diritto all’educazione, alla salute, all’abitazione, alla sicurezza sociale e al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni indigene;
- esigere una educazione bilingue e multiculturale;
- promuovere la unità e la solidarietà tra i vari popoli indigeni e tra l’ ONPIA e altre associazioni similari.
- procurare i mezzi finanziari per il sostentamento della ONPIA;
- promuovere la realizzazione di pubblicazioni, simposi, esposizioni di carattere scientifico, sociale e culturale;
- diffondere informazione sui temi d’interesse e le necessità dei popoli indigeni;
- costruire una biblioteca e una banca dati specializzate su temi indigeni a disposizione dell’associazione stessa e per la società in generale;
- coprire le spese per ricerca, informazione, pubblicazione di eventi di carattere scientifico, sociale, tecnologico, ecologico e culturale che richiedono i membri dell’ONPIA.
- coordinare e appoggiare e la cooperazione tra i vari popoli originari per la costruzione di un potere a livello nazionale.

L’ONPIA si prefigge il raggiungimento dei suddetti obiettivi lasciandosi guidare da tali principi:
- rispetto per la vita e la natura in tutte le sue manifestazioni;
- rispetto per il dialogo;
- comprensione dell’altro;
- concentrazione su tre elementi: popolo, autodeterminazione, territorio;
- principio della solidarietà e della reciprocità;
- rafforzare l’identità per raggiungere l’unità nella diversità e nella forza;
- protezione del patrimonio culturale indigeno;
- ampio consenso e partecipazione, nella piena trasparenza, senza discriminazioni di genere o di età;
- rafforzare la cosmovisione dei popoli indigeni;
- principio dell’interculturalità e multilinguismo;
- cuore pulito e allegria;
- attuazione in famiglia.

Per raggiungere gli obiettivi prefissati, nel rispetto dei principi stabiliti è necessario attuare delle politiche adeguate.

Innanzitutto la politica della concertazione e della partecipazione, come uno strumento di dialogo e consenso al fine di raggiungere il rafforzamento e il miglioramento della qualità della vita in maniera armonica ed equa tra popolazioni indigene e non-indigene. Allo stesso tempo con questa politica l’ONPIA si propone come una piattaforma di dialogo a diversi livelli riconosciuta dallo stato e dalla Comunità internazionale.

Un ruolo cruciale è svolto dalla politica di pianificazione e gestione di programmi e progetti e il loro finanziamento. Le aree strategiche di sviluppo di tali progetti sono:
- diritti indigeni: comprende tutti i progetti per il riconoscimento e l’applicazione dei diritti individuali e collettivi delle comunità indigene a livello nazionale e internazionale. Le linee strategiche adottate saranno quelle della difesa dei diritti tramite l’implementazione di meccanismi di protezione (denuncia delle violazioni, rafforzamento dell’assistenza giuridica, mediazione locale ecc…), della revisione della storia facendo un bilancio di quello che è stato l’ordine giuridico preesistente, del rafforzamento del lavoro della Commissione dei giuristi indigeni, dell’appoggio alla creazione di una Difesa indigena, della formazione,della conoscenza e l’applicazione dei diritti indigeni;
- formazione e abilitazione: comprende l’appoggio a processi di formazione interculturale dei popoli indigeni affinché questi possano formulare da sé progetti di sviluppo compresi quelli che cercano di incrementare la capacità propositiva, gestionale, amministrativa e di collaborazione tra i popoli indigeni. Le linee strategiche adottate saranno quelle della elaborazione e implementazione di una proposta di Educazione Superiore Indigena, dell’elaborazione ed esecuzione di programmi di formazione e abilitazione, della protezione del patrimonio culturale, e dell’esigere il diritto all’educazione, alla salute, all’abitazione agli alimenti e alla sicurezza sociale;
- progetti di sviluppo: comprende i progetti destinati ad assicurare la protezione, il recupero, la conservazione e l’aumento dell’uso produttivo delle risorse e dei mezzi per uno sviluppo con identità in particolar modo nei territori indigeni. Con rispetto a tali progetti l’ONPIA s’impegna a effettuare delle indagini sociali ed economiche dei popoli indigeni, realizzare interscambi di esperienze provinciali, pubblicare e diffondere il patrimonio di conoscenza di ciascun popolo, formulare piani e progetti, appoggiare la produzione e commercializzazione di beni e servizi educativi, sviluppare progetti di produzione di tali beni individuando i mercati nei quali è possibile una commercializzazione coerente con lo sviluppo con identità.

Altra politica necessaria per il raggiungimento degli obiettivi prefissati è quella della comunicazione e dell’informazione. L’ONPIA è un ente comunicativo che promuove flussi di informazione e integrazione affinché i popolo indigeni e le comunità possano decidere le proprie opzioni di vita. Allo stesso tempo promuove la comunicazione, il dialogo e la negoziazione tra le comunità indigene, lo stato e le altre organizzazioni non indigene. Le linee operative adottate saranno la promozione e realizzazione di pubblicazioni, campagne promozionali, simposi e esposizioni, la divulgazione permanente di temi e necessità indigene, la costruzione di banche dati indigene e il finanziamento di ricerche in campo scientifico, sociale, tecnologico e culturale che arrechino vantaggi alle comunità indigena.

In fine, per una buona attuazione delle precedenti politiche, l’ONPIA dovrà attuare delle politiche di amministrazione. Queste saranno effettuate dagli organi-membro definiti nello statuto costitutivo. Cercheranno di ottimizzare le risorse finanziarie disponibili in modo da poter garantire un’efficiente distribuzione di tali risorse tra i progetti. L’amministrazione sarà portata avanti con trasparenza, elaborando un’attenta pianificazione e valutazione annuale, e prevedendo una assemblea pubblica con cadenza biennale.

La massima autorità, quella che costituisce il potere dell’ONPIA, è rappresentata dal Congresso. Questo è affiancato dall’Assemblea generale, la quale è composta da tre rappresentanti per ogni comunità. Segue il Consiglio del Governo, organo esecutivo dell’associazione, il quale ha la responsabilità di pianificare, organizzare e dirigere l’amministrazione della organizzazione, così come l’esecuzione dei piani e programmi. Esso è composto da un presidente, un vicepresidente, un tesoriere e sette “segreterie” (atti, donne, organizzazione e promozione, gioventù, comunicazione e informazione, terra e risorse naturali, salute). A questi organi si aggiunge il Consiglio degli anziani con il compito di vigilare il compimento dell’ordinamento morale e spirituale dell’organizzazione e promuovere l’applicazione delle eventuali sanzioni disciplinari. Per garantire il buon funzionamento dell’organizzazione in determinate circostanze, sono previste delle commissioni permanenti e speciali delle quali vengono designate ogni volta le funzioni, la struttura e la durata d’esistenza.

Inizio

Grissinopoli: La Nuova Speranza

Marta ci apre la porta del “Paese dei grissini”, Grissinopoli, una delle centinaia di fabbriche recuperate dai propri operai durante la crisi argentina del 2001.

Sono possibili diversi modi di guardare questo fenomeno, alcuni lo considerano una vittoria della classe operaia argentina, altri lo collegano alla ideologia del socialismo o del cooperativismo, altri ancora lo considerano un fenomeno a sé e vi vedono una nuova forma del movimento sociale.

É chiaro che le condizioni nel quale nasce sono uniche: un paese in agonia dopo dieci anni di politiche neoliberali, il 60% della popolazione sotto la soglia della povertà e un vuoto di potere. Più che mossi da un’ideologia i lavoratori hanno lottato fino alla fine perché non avevano ormai niente da perdere: se non difendevano il loro diritto al lavoro, li aspettava una disoccupazione cronica, l’indigenza e la fame.

Visitando la fabbrica, e guidati dal profumo, assistiamo alla metamorfosi della farina in croccanti grissini in un’unica linea di produzione orizzontale, che diventa la metafora della nuova dinamica orizzontale di potere della “Cooperativa Nuova Speranza”.

La Cooperativa nasce dopo anni di abusi contro i lavoratori. La fabbrica Grissinopoli fu fondata negli anni sessanta da un immigrato italiano che seppe posizionarsi favorevolmente nel settore della panificazione. Nel 1998 un nuovo gruppo imprenditoriale inizia una politica di letterale smantellamento, arrivando al 2001, in piena crisi economica e sociale, a indebitarsi per un milione di dollari dichiarando il fallimento. Nel 2002 si dovevano agli operai quattro anni di contributi e 9 mesi di salario, quindi gli operai decidono di occupare la fabbrica.

Dopo alcuni mesi, un giudice consegna la fabbrica a un gruppo di impresari per assicurane la continuità.

La base di questa decisione è nella figura del “cramdonw”, che nasce dalla modifica della legge sul fallimento e autorizza che creditori o terzi si impadroniscano della fabbrica. In realtà l’intenzione del nuovo gruppo di imprenditori era quello di smantellare la fabbrica e realizzare una speculazione immobiliaria. Di fronte a questi fatti gli operai costituiscono un’Assemblea che riusce anche altre forze del movimento sociale emergente in questi anni. Nel novembre del 2002 il Governo della Città di Buenos Aires passa una legge che espropria la fabbrica a favore degli operai, e gli affida temporaneamente la gestione e produzione in attesa di trovare una soluzione sui debiti della fabbrica stessa.

Pochi giorni dopo si realizza la prima produzione di grissini autogestita, creando la Cooperativa. Per ringraziare l’appoggio dei vicini e di vari sostenitori, si crea Grissicultura, un centro culturale dentro la fabbrica.

Tutto questo processo è stato seguito da due giovani cineasti che hanno condiviso insieme ai lavoratori, vigilie, dubbi, marce e resistenza. Il documentario riporta la visione dei fatti dalla parte dei protagonisti, e ha vinto nel 2004 il premio per il migliore documentario Latino americano al festival Docupolis di Barcellona.

Con il gruppo di turisti arriviamo a quella che un tempo fu l’ufficio dei proprietari; adesso il centro delle operazioni amministrative di cui si occupa Marta da 32 anni. In totale i lavoratori che hanno seguito tutto il processo sono 16. Qui abbiamo la possibilità di ascoltare da Marta su com’è avvenuto il recupero della fabbrica e il cambio nei lavoratori: motivati all’inizio dal salario, sono poi arrivati a discutere la legittimità stessa della proprietà privata di chi inganna lo stato e viola i diritti dei lavoratori, l’esperienza di amministrare i mezzi di produzione, le necessarie formalità giuridiche, la responsabilità condivisa nel prendere le decisioni, la paura, l’incertezza, la conoscenza di cose nuove, l’opportunità di contribuire in modo creativo all’attività lavorativa, la dinamica solidaria, e infine il recupero della propria dignità e il rispetto della lotta per i loro diritti.

Questo cambio di coscienza rappresenta l’antitesi dell’atteggiamento dominante durante gli anni di letargo menemista, quando la maggior parte della società argentina accettava, e quindi appoggiava, l’abuso del potere da parte di pochi e rappresenta realmente una “Nuova Speranza” per un cambio profondo di cui la società argentina ha bisogno.

É in virtù di questo rinnovato spirito che i lavoratori di Grissinopoli ci aprono le porte della realtà che hanno saputo costruire, sentendosi portavoce non solo della loro esperienza, ma anche dei vari settori sociali che hanno lottato e che lottano tutti i giorni per il cambio.

Testo originale di Romina Rodriguez do Campo

Inizio

Ritornare all'indice di Associazioni e Progetti


Copyright 2005 - Tutti i diritti riservati - Diseño JS