Racconto di viaggio, Argentina ultimo
dell’anno
L'Argentina è un paese molto vasto ed un viaggio di sole
due settimane non può che toccarne una piccolissima porzione.
Guardare sulla cartina l'America Meridionale non riesce a dare
l'idea della vastità di spazi, dato che le cifre e le distanze
sono a noi italiani quasi inconcepibili senza toccarle con mano.
Basterà dire in questo inizio che la parte di Patagonia
da noi visitata è grande praticamente come l'Italia.
  |
Il viaggio inizia in volo, nel senso che appena arrivati a Buenos
Aires la notte il giorno dopo si riparte subito con un altro aereo
per Bariloche. Giusto il tempo di conoscere Magdalena (e sua figlia
Julieta) di Tierra Natural, cambiare un po' di soldi e fare una
rapida escursione in pulmino per la città.
Bariloche assomiglia molto alle nostre località di montagna.
È una terra con una colonizzazione "occidentale"
recente, anche se era stata precedentemente colonizzata dagli
indios Nahuel Huapi da tempi remoti. Dopo la colonizzazione spagnola
del Perú e del Cile a questi si erano aggiunte varie colonie
di Mapuche, allontanati dalle loro terre d'origine.
Dalla fine del XIX secolo poi queste splendide montagne sono state
colonizzate ad ondate da vari gruppi provenienti da diverse zone
dell'Europa: spagnoli ed inglesi prima, tedeschi e svizzeri poi.
Proprio queste ultime genti sono quelle che più hanno connotato
la regione, dato che l'architettura richiama molto quella alpina.
Questa è poi la regione che ha ospitato vari gerarchi nazisti
dopo la fine dell'ultima guerra mondiale.
Geograficamente siamo nella regione dei laghi: una serie di bacini
glaciali ed alluvionali che collegano la Patagonia più
pianeggiante con il Cile, arrivando in pratica a tagliare le Ande.
Da sempre infatti le popolazioni della zona (indios prima, coloni
poi) hanno utilizzato la via dei laghi per mettere in comunicazione
i due differenti versanti montuosi. Il cammino a piedi o cavallo
e barca dura alcuni giorni, ma permetteva un attraversamento della
cordigliera a mercanti o popolazioni che fossero costrette a cercare
nuove terre più rapido che i passi andini.
Questa è una regione lasciata abbastanza incontaminata
(almeno dal punto di vista di un italiano), quindi sede di varie
riserve e parchi naturali che possono permettere di mantenere
intatta almeno parte di questa natura. I colori sono splendidi:
il verde dei boschi si alterna con un blu fantastico dei laghi
e dei fiumi. A tutto fanno poi cornice le Ande, con i loro picchi
imbiancati da ghiacciai perenni.
Qui ci si può fermare e fare alcune prime considerazioni
sul luogo. Innanzi tutto una delle isole di questi laghi ospita
la tomba del Perito Moreno (perito proprio nel senso di esperto:
in Argentina c'è l'abitudine di ricordare le persone non
con il loro nome e cognome ma con il titolo). Questa persona era
un esperto che collaborò a creare una teoria su come tracciare
il confine tra Cile e Argentina, che venne accettata dal tribunale
internazionale (la teoria delle alte vette contrapposta a quella
cilena della direzione del corso delle acque, laghi e fiumi).
Per i suoi meriti gli venne assegnata una enorme estensione di
terra a quel tempo pressoché disabitata. Alla sua morte
ne fece donazione con il vincolo che diventasse parco naturale,
quello che ora è conosciuto come Parco Nahuel Huapi. Il
ghiacciaio più importante dell’Argentina porta il
suo nome: Ghiacciaio Perito Moreno.
La seconda considerazione è sul confine dello stato. A
dispetto delle abitudini solite che vedevano lo spartiacque diventare
confine naturale nelle nuove nazioni colonizzate, fra Argentina
e Cile il confine è molto più lontano. Per capire
la regione, a mio avviso, bisogna risalire alle diatribe ed agli
screzi che da sempre hanno accompagnato la storia, seppur breve,
di queste nazioni. Nei secoli passati ci sono stati anche dei
veri e propri combattimenti. In definitiva quando si trattò
di definire il confine in questa zona, lo spartiacque che divide
l'Atlantico dal Pacifico avrebbe compreso praticamente tutta la
regione dei laghi, dato che essi formano una vera e propria spaccatura
fra le Ande. La ricchezza delle terre era importante, ma di più
lo era l'importanza strategica della zona. Avere il confine sullo
spartiacque avrebbe significato dare un avamposto molto importante
al Cile con facile sbocco sulla Patagonia pianeggiante. Definire
invece il confine sulla linea che congiunge le più alte
vette della zona vuol dire spartire a metà fra le due nazioni
il controllo del valico. Queste considerazioni strategiche hanno
influito anche sui parchi, dato che la loro creazione (sia sul
versante argentino che su quello cileno) hanno significato da
un lato l'assenza di una forte colonizzazione in questa zona contesa,
ma dall'altro la presenza costante di un corpo militare (le guardie
forestali) che potessero vigilare i confini.
A questo punto si può riprendere parlando del viaggio.
L'arrivo a Bariloche è stato accompagnato dal sole, cosa
abbastanza rara in questa regione. Questa città sorge infatti
al confine con la zona umida della foresta Valdiviana. Ad est
comincia la steppa patagonica, ma a ovest si distendono foreste
ricche di conifere, larici, alerces, caducifoglie varie. Foreste
annaffiate costantemente da piogge che arrivano a 3000-4000 mm
all'anno. Nella steppa si raggiungono appena i 500 mm l'anno in
questa zona. La fortuna sotto questi aspetti è stata molta,
dato che per tutto il viaggio non abbiamo incontrato un solo giorno
di pioggia.
Dopo una rapida escursione panoramica in seggiovia ed a piedi
su un colle vicino all'albergo (hostaria Wönderland, per
tradire le origini teutoniche del proprietario) la sera ha visto
il primo incontro con la parrilla, la tipica carne alla brace
che si mangia in Argentina.
Il secondo giorno è stata una giornata di passeggiate all'aperto,
con lunghi trasferimenti in pulmino per avvicinarci a varie mete
interessanti. Le cascate della zona sono molto belle, anche se
non tutte sono raggiungibili: molte infatti si trovano all'interno
della zona del parco definita intangibile, cioè una zona
a riserva integrale dove non è permesso addentrarsi. L'acqua
però è sempre molto fredda e non è quindi
possibile bagnarsi o fare il bagno. Altro punto interessante è
stata la lingua finale di un ghiacciaio. Di caratteristico rispetto
a quanto siamo abituati qui in Italia è che sulle Ande
le foreste arrivano praticamente fino allo zero termico, quindi
al punto di presenza dei ghiacci perenni. La lingua del ghiacciaio
quindi era contornata da morene e da detriti di vario genere,
ma poco distante vi erano alberi boschi.
La serata era quella della fine dell'anno, che abbiamo trascorso
presso un rifugio con una cena tipica ed una passeggiata in mezzo
alle stelle. È stata la mia prima occasione di vedere la
Croce del Sud, la costellazione che nell'emisfero australe indica
la posizione del polo ai navigatori (anche se in realtà
è spostata rispetto al polo fisico…).
Il terzo giorno primo trasferimento via terra. Ci siamo recati
ad Esquel (raggiunta però solo alla sera), fermandoci lungo
il cammino prima ad El Bosque (graziosa cittadina colonizzata
da hippy negli anni sessanta) e poi presso un camping dove abbiamo
mangiato un'ottima parrilla cucinata nella maniera tipica (con
l'agnello pulito e "crocifisso" sulle braci). Qui abbiamo
anche avuto un primo incontro con una guida locale (che normalmente
fa l'insegnante) che ci ha raccontato un po' della storia locale
e delle tradizioni delle comunità indigene, oltre a parlarci
di alcuni progetti.
Dopo pranzo abbiamo fatto un'escursione in zona per visitare alcune
pitture rupestri ritrovate ad alcuni chilometri di distanza. Questa
zona era stata popolata infatti anche molto prima dell'arrivo
degli indigeni attuali, anche se le tracce sono molto scarse.
La valle dove ci trovavamo è poi particolare per la sa
posizione, dato che è abbastanza larga ed è longitudinale
alle Ande, che in pratica in questo punto forma due catene montuose
ai due lati della valle.
Abbiamo poi proseguito il cammino alla volta di Esquel, dove però
siamo giunti solo a tarda serata a causa di due forature quasi
contemporanee che ci hanno fatto perdere oltre tre ore. Anche
in questa zona eravamo all'interno di altri due parchi naturali,
costeggiando laghi e fiumi di un blu profondo.
Il quarto giorno (2 gennaio) visita al parco De Los Alerces, riserva
naturale abbastanza vasta famosa per la presenza di questi alberi
pluri millenari. Il parco è molto bello e lasciano colpiti
questi alberi con una longevità così elevata. Purtroppo
però per visitare il parco è necessario farlo con
le guide autorizzate e con le modalità definite dall'ente.
In pratica dopo un primo trasferimento con un barcone a motore
di grandi dimensioni, la comitiva si divide in gruppi di 40 persone
ciascuno e, accompagnato dalla guida interna, compie una breve
escursione su un'isola attorniata da lago e fiume. Questi gruppi
così ampi e questa persona costretta a parlare ad alta
voce guastano il clima della foresta (siamo ancora nella zona
pluviale), che meriterebbe maggiore tranquillità e silenzio.
Forse però questo sistema permette a gruppi ampi di persone
di visitare il luogo con uno stress per gli animali tutto sommato
limitato, dato che alla fine si resta nel parco solo per due o
tre ore, poi il bosco ripiomba nel suo stato di silenzio naturale.
In serata cena in un locale di Esquel. In questo locale solitamente
si balla il tango e si tengo degli spettacoli, anche se per quella
serata non ne era previsto nessuno. Due ragazzi peró che
fanno parte del locale ci hanno però fatto una piccola
dimostrazione di tango. Altra caratteristica del locale è
che conserva memoria delle varie proteste e pubblicazioni fatte
a proposito di una miniera d'oro che si vorrebbe realizzare in
quella zona. Una delle montagne che sovrasta Esquel infatti possiede
una vena d'ora che una compagnia canadese vorrebbe sfruttare.
Gli abitanti però non sono d'accordo, dato che a loro avviso
l'impatto ambientale sarebbe troppo elevato e non sarebbe compensato
dagli eventuali benefici economici che potrebbe portare l'attività
estrattiva alla comunità. Nel mese passato si è
tenuto anche un referendum popolare che ha bocciato a larga maggioranza
la miniera ed attualmente la situazione è stagnante.
Il 3 gennaio ci siamo trasferiti sulla costa atlantica ed è
stato un lungo trasferimento che ha in pratica necessitato di
tutta la giornata. Abbiamo attraversato trasversalmente la Patagonia.
In mattinata abbiamo avuto però tempo di visitare il piccolo
museo di cultura indigena locale. Museo piccolo ma interessante,
con reperti di bolas, attrezzi, strumenti e tessuti e varie foto
di alcune cerimonie che si tengono in zona in svariate occasioni.
La prima parte del trasferimento si è svolto con La Trochita,
un piccolo treno a vapore degli anni venti che continua a fare
servizio tra Esquel ed Ingeniero Jacobacci. Da alcuni anni il
treno è utilizzato prevalentemente dai turisti, dato che
si cerca di limitare l'uso delle locomotive che ormai hanno parecchi
anni di attività sulle spalle e che le nuove strade che
sono state aperte hanno di molto agevolato ed accelerato i collegamenti
via terra. La trocha è lo scartamento dei binari: l'appellativo
diminutivo dato al treno sta ad indicare che è una linea
a scartamento ridotto. Questa linea doveva far parte di una più
ampia rete ferroviaria che collegasse le varie località
della Patagonia. Il problema dei costi però convinse il
governo degli anni venti a creare alcune tratte con binari a scartamento
ridotto (molto a buon mercato perché ampiamente utilizzati
durante la prima guerra mondiale in Europa per le tradotte militari
ed in svendita alla fine di essa).
Il viaggio è molto suggestivo perché il treno, nonostante
le pendenze non troppo impegnative, viaggia ad una velocità
attorno ai 20 Km/h (potrebbe raggiungere i 60 Km/h in discesa
con vento a favore, non va piano per i turisti). Sembra di essere
in un film western: il paesaggio brullo, la locomotiva a vapore,
le carrozze abbastanza piccole e con il caratteristico pradellino
dove stazionare all'aperto… per completare l'opera nella
stazione di arrivo (dopo circa una decina di Km, dato che è
solo una passeggiata turistica), ci attendono un gruppo di indios
a cavallo che sono venuti a vendere un po' del loro artigianato
ai turisti. Nahuel Pan, questo il nome della stazione, in realtà
non coincide con un paese come lo intendiamo noi. Oltre alla pensilina
della fermata sorgono a lato della stazione (oltre al serbatoio
dell'acqua ed ad un paio di rimesse) una serie di casupole che
erano gli alloggiamenti del personale della ferrovia. Ora sono
utilizzate come punto di vendita dell'artigianato, come bar, come
bagni. Poche sono in realtà abitate, dato che le case sono
sparse su tutto il territorio. Unico indizio della presenza di
una comunità è l'edificio della scuola.
Il trasferimento è poi proseguito in pulmino, attraverso
alcune centinaia di chilometri di Patagonia. Solo ogni tanto si
trovano alcuni paesi abitati, circondati da un mare di nulla dove
si vedono solo animali al pascolo ed animali selvatici. Sergio,
la nostra guida, ci ha mostrato molto dettagliatamente il percorso
che le varie carovane avevano seguito per arrivare a colonizzare
la zona andina, durante quella che viene chiamata campagna dell'ovest.
In serata arrivo a Gaiman, nella zona degli insediamenti gallesi
e sosta per una sola notte in un bed and breakfast del paese addobbato
con vari gadget provenienti dal Galles.
Il giorno successivo (4 gennaio) escursione in mattinata alla
pinguinera di Punta Tombo. Questa è una delle più
grandi ed estese di tutta la Patagonia. È situata all'interno
di una riserva naturale che permette quindi di avvistare vari
animali selvatici che vivono in questa zona. Nonostante la sveglia
non sia stata all'alba, dato che gli argentini amano stare a letto
a lungo, abbiamo avuto la fortuna di arrivare per primi alla pinguinera,
quindi durante il percorso abbiamo visto in profusione guanaco
(della razza del lama), ñandù (della razza degli
struzzi), martinetas (una sorta di gallinella selvatica) e armadilli.
La riserva è nata alcuni anni fa per proteggere i pinguini
di Magellano della zona che rischiavano l'estinzione. Esiste quindi
un confine esterno con la sede dei guardiaparco, poi una strada
la collega con la zona pedonale, che costeggia dall'alto quella
che è la pinguinera vera e propria in riva al mare. Sta
di fatto però che con gli anni i pinguini sono molto prolificati
ed ora è necessario stare attenti quando si gira con il
furgone, dato che sono sia al di qua che al di là della
strada. Anche durante il percorso a piedi è facile incrociarne
vari che stanno andando a pescare o che rientrano. Molti poi hanno
utilizzato anche i cespugli del sentiero per fare il nido, tanto
che ormai si convive condividendo in parte gli stessi percorsi.
A pranzo finalmente pesce in un ottimo ristorante di Rawson, piccola
cittadina di mare con dei famosi stabilimenti balneari.
Dopo pranzo, dato che il nostro autista era stato particolarmente
rapido, abbiamo avuto il tempo di visitare il museo archeologico
di Trelew. Qui sono custoditi vari resti fossili di animali di
tutte le epoche vissuti in Argentina, in particolare in Patagonia.
È stato un bel salto nel passato, anche perché questa
è una terra che nelle ere precedenti era molto fertile
e popolata di animali, quindi anche i ritrovamenti sono molto
abbondanti (alcuni giorni dopo avremmo letto sul giornale del
ritrovamento di una grande quantità di uova fossilizzate
nella parte centrale della Patagonia).
Nel tardo pomeriggio siamo poi arrivati a Puerto Piramides, nella
riserva di Peninsula Valdez. Questa è una località
di villeggiatura estiva per i molti turisti argentini che desiderano
il mare, anche se la sua attrattiva principale sono le balene
ed altri animali marini. Nei suoi vasti e tranquilli golfi infatti
vengono a riprodursi alcune specie di balene, anche se il periodo
in cui è possibile avvistarle termina nei primi giorni
di dicembre: quindi niente balene.
Il 5 gennaio abbiamo fatto una visita della riserva naturalistica.
Nonostante non ci fossero balene in vista le attrattive naturalistiche
sono comunque molte. Innanzi tutto abbiamo visitato un punto dove
si trova una grossa colonia di leoni marini e qualche "piccolo"
di elefante marino.
I leoni marini erano in pieno periodo degli accoppiamenti, quindi
erano particolarmente agitati ed in perenne movimento (anche se
l'assenza delle gambe li rende comunque molto goffi e impacciati).
I maschi si contendevano le femmine (più a versi che con
effettivi combattimenti), mentre queste cercavano di accudire
i piccoli.
Per gli elefanti invece il periodo degli accoppiamenti e della
riproduzione è già finito da tempo, quindi sulla
costa restano solo i piccoli. In realtà un piccolo è
grande come un maschio adulto di leone, quindi stazzerà
tranquillamente sui 2 o 3 quintali. I piccoli sono molto chiari,
quasi bianchi, appena nati. Dopo alcuni mesi la loro pelle comincia
a cambiare. Terminata la muta possono cominciare ad immergersi
ed a prendere il mare. Cosa fanno tutto il tempo: dormono. Questi
enormi lumaconi li si vede sempre e perennemente stesi sulla sabbia.
Occasionalmente qualcuno di loro si gira o si sposta se la marea
gli copre la testa. Qualche giovane che può già
nuotare magari sta in acqua e gioca.
Anche a Peninsula Valdez abbiamo visto dei pinguini, anche se
qui le colonie sono molto più piccole. Va poi detto che
molte delle colonie in realtà si trovano all'interno di
estancias private, quindi non sono raggiungibili.
Nel tardo pomeriggio, dopo il rientro a Puerto Piramides, abbiamo
fatto una passeggiata sulla spiaggia, con la possibilità
di ammirare sia le caratteristiche scogliere argillose della Patagonia,
ricche di fossili e conchiglie, sia le piramidi di terra che danno
il nome al porto (che non sono altro che residui di scogliere,
più erose di altre).
Il giorno 6 gennaio è stato un altro lungo trasferimento,
con meta Viedma. La strada percorsa è una delle principali
e più vecchie della penetrazione in Patagonia: la Ruta
1. Questa è ormai una strada secondaria, superata da una
nuova autopista costruita più all'interno, ma è
molto bella perché costeggia il mare per alcune centinaia
di chilometri.
Durante il trasferimento abbiamo avuto occasione di vedere alcune
località. Dopo aver lasciato lo stato di Chubut ci siamo
addentrati nel Rio Negro ed abbiamo incontrato la cittadina di
Sierra Grande. Questa si è sviluppata nei decenni passati
soprattutto grazie ad una importante miniera di ferro, da cui
veniva ricavato del metallo grezzo destinato poi alle acciaierie.
Ora il filone è pressoché esaurito, quindi la città
si sta mano a mano spopolando, lasciando dietro di sé vari
quartieri sempre più deserti. Negli ultimi due o tre anni
si è creata una associazione che organizza delle visite
in miniera, anche se quando siamo passati noi era chiusa.
Sempre lungo il cammino sono degne di nota due località:
Puerto San Antonio, conosciuto perché è un punto
di arrivo di molti pescherecci oceanici che forniscono poi le
località dell'entroterra, e P. Mejillon, località
di vacanza simile ad altre lungo questo tratto di costa. Questa
località è molto diversa da come intendiamo noi
le località marittime. Avendo l'Argentina moltissima costa
più o meno sabbiosa ma pochissimi abitanti, esistono vari
di questi piccoli centri dove ci sono pochissime cose, se non
un bar, una pompa dell'acqua, un ristorante ed alcune casillas.
Queste sono piccole casine improvvisate, costruite magari in lamiera
e legno ma sufficienti ad accogliere una famiglia di turisti per
alcuni giorni in estate. Alcune cittadine costiere argentine sono
nate proprio in questo modo.
Lungo la strada abbiamo fatto anche un piccolo barbecue. Abbiamo
utilizzato uno spiazzo al di sotto di uno dei pochi alberi presenti
lungo la costa. In serata, sempre dopo altre soste intermedie
in vari punti della costa (fra l'altro un'altra colonia di leoni
marini) siamo giunti a Carmen de Patagones dove abbiamo dormito.
Il nono giorno di viaggio (7 gennaio) è cominciato la mattina
con la visita ai progetti nella zona di Ricerca e Cooperazione,
una ONG italiana attiva in Argentina ed altre parti del mondo.
I progetti sono in pratica due, nel senso che si occupano di due
filoni ben distinti.
Il primo filone è quello di una scuola di formazione professionale.
Questa scuola tiene vari tipi di corsi, dall'informatica alla
cucina. Anche la durata dei corsi ed il numero di lezioni varia
molto. Più interessante è il secondo filone, cioè
quello del microcredito. Il direttore dell'agenzia locale che
coopera con ReC ci ha mostrato diversi progetti avviati. Molto
interessante è una cooperativa di produzione di miele.
Altrettanto è una cooperativa, nata all'interno della scuola
di formazione professionale, che produce hamburger di soia ed
altri derivati simili a scopo alimentare.
Ospitato poi da un'altra scuola professionale vi è un progetto
di realizzazione di olio extra vergine d'oliva biologico. La zona
di Viedma storicamente aveva degli importanti uliveti, che però
con il tempo sono stati abbandonati. Ora si sta cercando di recuperare
parte di questi e si stanno insegnando le tecniche produttive
per la spremitura a freddo.
Dopo pranzo abbiamo proseguito la visita alla città assieme
ad una guida locale che ci ha parlato della storia di questa zona,
che è stata una delle prime colonie della Patagonia. La
città ha poi la caratteristica di sorgere sulle due rive
di un fiume, ma per ragioni amministrative questo fiume costituisce
il confine politico di due stati. Viedma è quindi una delle
città del Rio Negro mentre Carmen è la città
più meridionale dello stato di Buenos Aires.
Il primo insediamento era stato fatto a Viedma, perché
la terra era più fertile, ma era stato distrutto in fretta
da una piena del fiume. Il secondo e più stabile insediamento
venne fatto sulla collinetta dove sorge Carmen, dato che è
una collina di pietra. Qui venne costruito un piccolo fortino
per difendere la comunità dalle incursioni degli indigeni
ed attorno con gli anni si sviluppò la città vera
e propria. Va detto che tutto questo non avviene nel medio evo,
ma dal 1700 in avanti. Ancora verso la fine del 1800 alcune famiglie
di coloni vivevano in grotte ricavate nella parte più bassa
del colle a ridosso delle terre coltivabili.
La doppia città visse il periodo di maggior splendore a
metà del XX secolo, quando il porto divenne un punto importante
nei traffici nazionali ed internazionali. Ora la parte commerciale
è in declino, ma sta prendendo piede la parte turistica,
soprattutto lungo il litorale.
L'8 gennaio è stata una giornata tranquilla, con in mattinata
la visita alla località del Balneario El Condor. Qui abbiamo
prima visitato la foce del fiume Rio Negro, poi abbiamo incontrato
un discendente dei coloni italiani. Questa zona è stata
colonizzata da italiani principalmente in quattro ondate (che
si trovano poi anche in tutte le altre parti dell'Argentina):
attorno al 1860, a cavallo del 1900 (per merito soprattutto dei
missionari salesiani) e dopo le due guerre mondiali.
In questo caso a Carmen arrivarono principalmente genti dalla
Romagna. Inizialmente si insediarono lungo il fiume, ma presto
sentirono il richiamo del mare e fondarono il balneario El Condor.
Nonostante il nome (preso dalla estancia su cui risiede) è
infatti stato fondato all'inizio del XX secolo da un minore salesiano:
tale Massini. Inizialmente doveva essere solo una colonia estiva
per i bambini, ma con il tempo si sviluppò una vera e propria
cittadina.
L'italiano che ci ha fatto da guida in questa località
ci ha raccontato dell'epopea dei primi coloni, delle fatiche per
il riconoscimento del luogo. Ci ha poi mostrato alcune delle prime
casillas dove vivevano le prime persone che sono venute qui ad
abitare.
Il pranzo è stato consumato presso La Loberia. Questo altro
balneario è costruito ad alcuni chilometri da una colonia
di leoni marini. Per il resto è differente dagli altri
balneari che sono in prossimità di spiagge ampie e sabbiose
perché è nato su una costa rocciosa. La spiaggia
è quindi abbastanza piccola e composta da sassolini e detriti,
ma è lo stesso frequentata perché si formano con
la bassa marea dei vasconi nella roccia che sono delle vere e
proprie piscine naturali.
Nel tardo pomeriggio siamo rientrati a Carmen dove, sotto il primo
acquazzone della vacanza, siamo partiti con un pullman notturno
alla volta di Buenos Aires.
Il 9 gennaio siamo arrivati in mattinata a Buenos Aires. Dopo
una pausa in albergo per riprendersi un po' dal viaggio abbiamo
fatto una rapida visita della città con una guida locale.
Abbiamo cominciato con l'associazione Arte y Esperanza, che commercializza
prodotti di commercio equo e solidale acquistati da comunità
indigene argentine. Il commercio equo in Argentina è ancora
ad uno stato embrionale, tanto che anche i rapporti fra le comunità
e l'associazione non sono esattamente come li intendiamo in Italia.
Si stanno avviando però dei rapporti con Chico Mendez di
Milano, con lo scopo di aiutare lo sviluppo del progetto.
La visita storica della città ha coinciso con la visita
di alcuni dei punti più famosi. Plaza de Mayo, sede delle
ormai costanti manifestazioni delle Madri dei desaparacidos e
piazza storica della città. Qui infatti sorge il Cabildo,
sede del primo municipio cittadino, e la Casa Rosada, sede storica
del governo argentino.
Abbiamo poi visitato La Boca, quartiere portuale fondato da lavoratori
italiani che si erano insediati in baracche e case costruite prevalentemente
di lamiera e legno. Qui un artista a metà '900 ha deciso
di lavorare dipingendo le case con colori sgargianti che risaltano
con i colori della rimanente parte del quartiere. Ha poi arricchito
le finestre ed i terrazzi di statue in cartapesta colorata raffiguranti
i principali personaggi del tango e della città. Questo
inizio artistico ha fatto sì che anche altri artisti si
raccogliessero attorno a questa zona nota come Caminito, che è
diventata un polo attrattivo per vari artigiani, pittori e musicisti:
oltre ovviamente per i molti turisti della capitale.
Fra le tappe non è mancata la fermata in un luogo dove
sorgeva uno dei centri di tortura e detenzione di desaparacidos.
Questo era il Centro Deportivo Juvenil, anche se fu demolito alcuni
anni fa per fare posto alla nuova autopista che collega il centro
cittadino con i sobborghi. Ora il governo sta effettuando degli
scavi e delle opere di ricostruzione di quelle che erano le celle,
per realizzare un piccolo museo a cielo aperto con testimonianze
di quegli anni.
Una delle ultime tappe è stato il quartiere dell'Abasto.
Questo non é un vero e proprio quartiere, ma per omogeneità
culturale è considerato tale dagli abitanti. Sorge attorno
all'Abasto, un enorme centro commerciale nato molti anni fa per
spontanea aggregazione dei vari commercianti della zona. Nonostante
ora abbia seguito le sorti di altri centri commerciali e sia di
proprietà di un singolo gruppo commerciale, è comunque
considerato il centro e simbolo di questa zona. Fra le varie attività
è stato aperto anche un centro di vendita di giocattoli
e giochi per bambini realizzati dalle persone del quartiere con
materiale di riciclo.
Serata con cena e spettacolo al Torquato Tasso, uno dei più
noti locali dove si tengono spettacoli di tango e dove si può,
volendo, ballare. Questa serata è stata caratterizzata
dalla presenza di un trio di chitarristi famosi nel settore (c'erano
anche degli articoli sul giornale che ne parlavano) che si erano
uniti ed avrebbero tenuto la loro prima esibizione insieme. Nonostante
fosse solo una performance musicale, senza balli e senza parole,
siamo rimasti impressionati dall'abilità di questo trio:
sembrava che sul palco fosse presente un'intera orchestra.
Il 10 gennaio era una giornata libera. Dato che tre pazzi del
gruppo hanno deciso di andare a visitare Ushuaia (partenza alle
5 di mattina, tre ore di volo, rientro alle otto di sera con altre
tre ore di volo) e che altri due avevano dei parenti da andare
a visitare, io ne ho approfittato per visitare con più
calma ed a piedi le zone cittadine viste il giorno prima dal furgone.
Ho cominciato con Plaza de Mayo e la cattedrale. Chiesa non particolarmente
interessante: un barocco molto classico. Unica nota di rilevo
la tomba di San Martin, che ha la sua parte ufficiale e pomposa
(con tanto di guardia d'onore) all'interno di una cappella, anche
se in realtà mi hanno detto che le spoglie di San Martin
risiedono in un'ara all'esterno della cattedrale.
Da qui mi sono diretto verso il quartiere di San Telmo. Qui nel
fine settimana ha sede un mercatino all'aperto dove varie persone
vendono o barattano quello che possono: da oggetti di artigianato
fatti in casa a oggetti antichi che sono costretti a vendere.
Purtroppo dato che era ancora mattino presto (circa le 10:30,
i porteñi non sono molto mattinieri) non c'era ancora nessuno.
Era però già molto trafficato il piccolo mercato
coperto, dove si vende un po' di tutto (anche qui molta gente
vende quello che ha).
Da qui mi sono poi spostato in taxi al quartiere de La Recoleta,
famoso per il cimitero monumentale. Questo è veramente
impressionante, dato che è costituito completamente da
tombe molto alte che sono dei veri e propri monumenti. Qui risiedono
tutte le più antiche, famose e ricche famiglie Argentine,
fra le quali anche quella Duarte di Evita.
A piedi ho poi percorso una parte dell'avenida Libertador, con
lo scopo di pranzare al Giardino Giapponese (anche se era chiuso
per ferie). Ho visitato però in zona il museo Fernandez,
conosciuto come museo del Gaucho. Qui sono raccolte foto e strumenti
tipici appartenuti ai gaucho argentini. La maggior parte degli
oggetti sono in argento. I gaucho infatti per dimostrare esteriormente
la loro ricchezza amavano addobbare i vestiti ed i finimenti dei
cavalli (nonché gli oggetti personali) da parti in argento
cesellato. Molto pacchiani diremmo noi. Nel museo sono conservati
anche degli oggetti di arte indigena dell'Argentina.
Per consolarmi del pranzo giapponese mancato mi sono spostato
in taxi a La Boca, dove ho pranzato con rabas (anelle di calamaro
fritte) in un locale con musica dal vivo: ovviamente tango. I
cantanti ed il fisarmonicista erano particolarmente infastiditi
dalla presenza di alcune bande di capoeria brasiliana che vagano
per il quartiere suonando e raccogliendo offerte.
Dopo pranzo ho vagato un po' per questo quartiere (nella parte
turistica, l'altra non mi sembrava consigliabile da girare da
solo) fotografando le molto colorate case ed i vari spettacoli
di tango presenti per strada.
Ultima tappa cittadina è stata nuovamente Plaza de Mayo,
anche se in questo caso è stato solo l'inizio di una passeggiata
per l'Avenida de Mayo per arrivare, attraversando il microcentro,
fino alla sede del parlamento dopo aver attraversato l'avenida
9 de Julio (una delle più larghe dell'America Latina).
L'ultimo giorno si è consumato di fatto fra saluti e l'aeroporto,
dato che alle 12:00 dovevamo presentarci al check in. Considerando
che l'aeroporto si trova a 35 chilometri dalla città era
necessario partire molto prima dell'ora prefissata.
Saluti e baci a tutti e rientro a Milano e poi a casa.
Gli accompagnatori
Apriamo ora un capitolo sugli accompagnatori, quelle figure spesso
dimenticate nei racconti di viaggio, ma coloro che più
di altri debbono sobbarcarsi fatiche prima durante e dopo il viaggio.
Il viaggio in Argentina è preparato ed accompagnato da
Tierra Natural, una società di fatto fra due socie che
preparano e seguono i viaggi di turismo responsabile nel paese.
Il loro lavoro prima del viaggio consiste nel contattare le differenti
guide locali, preparare il piano di viaggio (compresi gli spostamenti
ed i pernottamenti) e prenotare i viaggiatori prima della partenza.
Durante il viaggio una di loro è sempre presente e segue
il gruppo nei diversi momenti. Noi abbiamo conosciuto entrambe,
cioè sia Sabrina che Magdalena. Sabrina è italiana
e si è trasferita alcuni anni fa in Argentina (dopo aver
risieduto anche in altre parti del mondo) dove ha conosciuto Magdalena
(Argentina di nascita), che già operava nel settore. Da
un paio d'anni hanno fondato questa società e stanno lavorando
per il turismo responsabile italiano attraverso collaborazioni
con diversi soggetti.
Il primo giorno è venuta a prenderci all'aeroporto Magdalena,
che poi avremmo ritrovato al termine del viaggio nuovamente a
Buenos Aires. Durante gli altri giorni è stata Sabrina
ad accompagnarci. Oltre a loro di volta in volta avevamo delle
guide locali differenti, che rimanevano con noi uno o due giorni
appena per mostrarci una singola zona del territorio. Nonostante
il nostro viaggio non sia stato lunghissimo non ricordo il nome
di tutte.
Nella zona di Bariloche abbiamo avuto una guida naturalistica
che ci ha mostrato varie parti del parco naturale Nahuel Huapi.
Più a sud, nella zona di Esquel abbiamo avuto invece Sergio
Sepiurka, scrittore ed esperto di storia locale. Per la verità
è una delle guide che abbiamo apprezzato meno in questo
viaggio. Probabilmente la colpa non è nemmeno sua, ma del
differente sentimento storico che possiamo avere noi italiani
rispetto agli argentini. Sergio è infatti molto preparato
sulla storia della colonizzazione locale, ma per noi sono cose
accadute pochi anni fa. Sono avvenimenti troppo recenti per suscitarci
delle emozioni ed a volte alcuni suoi racconti sono risultati
molto noiosi.
La guida che invece abbiamo avuto sulla cosa nella zona di Punta
Tombo e di Peninsula Valdez è stata molto valida. Sia nel
raccontarci la storia della colonizzazione gallese locale che
nel mostrarci le varie riserve naturalistiche è sempre
stata sufficientemente avvincente, mostrandoci i vari animali
che si possono trovare nella regione. Una nota anche sulla guida
del museo paleontologico di Trelew: non era una guida prevista
per il viaggio, ma ha accompagnato alcuni di noi nella visita
del museo sui dinosauri della regione. Lei lavora nel museo e
parla correntemente un buon italiano. Normalmente la visita dura
quaranta minuti e sono previsti gruppi di otto persone o più.
La guida è prevista nel costo del biglietto, ma dato che
noi eravamo solo quattro abbiamo concordato di fare la visita
più velocemente in soli venti minuti. È stata incredibile
la velocità con cui parlava: crediamo sia riuscita a ridurre
nel tempo previsto tutto il classico discorso, condendolo pure
di battute e domande.
A Viedma e Carmen de Patagones abbiamo avuto una simpatica ragazza
come guida che ci ha mostrato sia la zona cittadina, raccontandone
la storia, che la zona marittima. Anche qui ci siamo soffermati
sulla storia locale ma anche sulla storia della colonizzazione
italiana, dato che qui si sono fermati molti romagnoli. A Buenos
Aires abbiamo avuto come guida sempre una ragazza, non parte di
Tierra Natural ma guida a tutti gli effetti. Oltre a mostrarci
la città ci ha anche fatto vedere il quartiere dove lei
vive, mostrandoci anche degli aspetti meno turistici, come per
esempio il negozio dove vengono venduti giocattoli realizzati
dalle famiglie del quartiere con materiale di recupero. La sua
competenza va detto che era notevole, dato che su ogni luogo sapeva
fornire una grande quantità di notizie ed informazioni.
Gli italiani
Si parla molto della comunità italiana in Argentina ed
in generale degli italiani all'estero. Spesso sono idolatrati
perché reputati un bacino di voti. Spesso sono dimenticati
perché ormai lontani dalla storia e dalla vita quotidiana
italiana. Durante il viaggio abbiamo avuto modo di incontrare
alcune di queste comunità e ne abbiamo avuto una visione
abbastanza contraddittoria.
Va detto innanzi tutto che praticamente tutte le famiglie che
abbiamo incontrato hanno un qualche discendente italiano: vuoi
un nonno od un bisnonno. Così come probabilmente ne hanno
avuto uno spagnolo, uno tedesco ed uno britannico. La mescolanza
dei tratti è molto più ampia che in altre nazioni,
tanto che gli argentini non si distinguono da nessun turista estero.
Noi abbiamo avuto due volte dei contatti con persone che appartengono
a centri di cultura italiana. La prima volta è stato ad
Esquel, dove due signore facenti parte della locale Società
Italiana ci hanno parlato dei loro problemi. L'impressione che
abbiamo avuto da questo incontro non è stata però
buona, dato che ci è sembrata una comunità molto
preoccupata dei propri problemi, piuttosto che desiderosa di mantenere
un legame con la madre patria. Ad un certo punto dell'incontro
sembrava quasi che ci presentassero una lista della spesa dei
loro problemi, forse speranzose che qualcuno di noi potesse risolverli.
Forse non avevano compreso che noi eravamo dei normali turisti
che avrebbero potuto fare poco o nulla per i loro problemi.
Il secondo incontro è stato più interessante, dato
che ha avuto un connotato più storico economico. Il discendente
di italiani che abbiamo incontrato al Balneario El Condor ci ha
parlato di questa località, fondata all'inizio del '900
da un minore salesiano come colonia marittima per bambini e poi
con gli anni diventata un piccolo paese sull'atlantico. Ci ha
mostrato le vecchie case in cui si erano insediati i coloni, piccole
casupole di legno con un pozzo ed una veranda. Ci ha comunque
dato un quadro più umano della situazione che io ho apprezzato
molto di più.
Riccardo Soli, gennaio 2004
Back to Travelers' Notes
Volver al índice de Relatos de Viaje
Ritornare all'indice di Racconti di viaggio
|