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Racconti di viaggio

Racconto di viaggio, Argentina ultimo dell’anno

L'Argentina è un paese molto vasto ed un viaggio di sole due settimane non può che toccarne una piccolissima porzione. Guardare sulla cartina l'America Meridionale non riesce a dare l'idea della vastità di spazi, dato che le cifre e le distanze sono a noi italiani quasi inconcepibili senza toccarle con mano. Basterà dire in questo inizio che la parte di Patagonia da noi visitata è grande praticamente come l'Italia.


Il viaggio inizia in volo, nel senso che appena arrivati a Buenos Aires la notte il giorno dopo si riparte subito con un altro aereo per Bariloche. Giusto il tempo di conoscere Magdalena (e sua figlia Julieta) di Tierra Natural, cambiare un po' di soldi e fare una rapida escursione in pulmino per la città.

Bariloche assomiglia molto alle nostre località di montagna. È una terra con una colonizzazione "occidentale" recente, anche se era stata precedentemente colonizzata dagli indios Nahuel Huapi da tempi remoti. Dopo la colonizzazione spagnola del Perú e del Cile a questi si erano aggiunte varie colonie di Mapuche, allontanati dalle loro terre d'origine.

Dalla fine del XIX secolo poi queste splendide montagne sono state colonizzate ad ondate da vari gruppi provenienti da diverse zone dell'Europa: spagnoli ed inglesi prima, tedeschi e svizzeri poi. Proprio queste ultime genti sono quelle che più hanno connotato la regione, dato che l'architettura richiama molto quella alpina. Questa è poi la regione che ha ospitato vari gerarchi nazisti dopo la fine dell'ultima guerra mondiale.

Geograficamente siamo nella regione dei laghi: una serie di bacini glaciali ed alluvionali che collegano la Patagonia più pianeggiante con il Cile, arrivando in pratica a tagliare le Ande. Da sempre infatti le popolazioni della zona (indios prima, coloni poi) hanno utilizzato la via dei laghi per mettere in comunicazione i due differenti versanti montuosi. Il cammino a piedi o cavallo e barca dura alcuni giorni, ma permetteva un attraversamento della cordigliera a mercanti o popolazioni che fossero costrette a cercare nuove terre più rapido che i passi andini.

Questa è una regione lasciata abbastanza incontaminata (almeno dal punto di vista di un italiano), quindi sede di varie riserve e parchi naturali che possono permettere di mantenere intatta almeno parte di questa natura. I colori sono splendidi: il verde dei boschi si alterna con un blu fantastico dei laghi e dei fiumi. A tutto fanno poi cornice le Ande, con i loro picchi imbiancati da ghiacciai perenni.

Qui ci si può fermare e fare alcune prime considerazioni sul luogo. Innanzi tutto una delle isole di questi laghi ospita la tomba del Perito Moreno (perito proprio nel senso di esperto: in Argentina c'è l'abitudine di ricordare le persone non con il loro nome e cognome ma con il titolo). Questa persona era un esperto che collaborò a creare una teoria su come tracciare il confine tra Cile e Argentina, che venne accettata dal tribunale internazionale (la teoria delle alte vette contrapposta a quella cilena della direzione del corso delle acque, laghi e fiumi). Per i suoi meriti gli venne assegnata una enorme estensione di terra a quel tempo pressoché disabitata. Alla sua morte ne fece donazione con il vincolo che diventasse parco naturale, quello che ora è conosciuto come Parco Nahuel Huapi. Il ghiacciaio più importante dell’Argentina porta il suo nome: Ghiacciaio Perito Moreno.

La seconda considerazione è sul confine dello stato. A dispetto delle abitudini solite che vedevano lo spartiacque diventare confine naturale nelle nuove nazioni colonizzate, fra Argentina e Cile il confine è molto più lontano. Per capire la regione, a mio avviso, bisogna risalire alle diatribe ed agli screzi che da sempre hanno accompagnato la storia, seppur breve, di queste nazioni. Nei secoli passati ci sono stati anche dei veri e propri combattimenti. In definitiva quando si trattò di definire il confine in questa zona, lo spartiacque che divide l'Atlantico dal Pacifico avrebbe compreso praticamente tutta la regione dei laghi, dato che essi formano una vera e propria spaccatura fra le Ande. La ricchezza delle terre era importante, ma di più lo era l'importanza strategica della zona. Avere il confine sullo spartiacque avrebbe significato dare un avamposto molto importante al Cile con facile sbocco sulla Patagonia pianeggiante. Definire invece il confine sulla linea che congiunge le più alte vette della zona vuol dire spartire a metà fra le due nazioni il controllo del valico. Queste considerazioni strategiche hanno influito anche sui parchi, dato che la loro creazione (sia sul versante argentino che su quello cileno) hanno significato da un lato l'assenza di una forte colonizzazione in questa zona contesa, ma dall'altro la presenza costante di un corpo militare (le guardie forestali) che potessero vigilare i confini.

A questo punto si può riprendere parlando del viaggio. L'arrivo a Bariloche è stato accompagnato dal sole, cosa abbastanza rara in questa regione. Questa città sorge infatti al confine con la zona umida della foresta Valdiviana. Ad est comincia la steppa patagonica, ma a ovest si distendono foreste ricche di conifere, larici, alerces, caducifoglie varie. Foreste annaffiate costantemente da piogge che arrivano a 3000-4000 mm all'anno. Nella steppa si raggiungono appena i 500 mm l'anno in questa zona. La fortuna sotto questi aspetti è stata molta, dato che per tutto il viaggio non abbiamo incontrato un solo giorno di pioggia.

Dopo una rapida escursione panoramica in seggiovia ed a piedi su un colle vicino all'albergo (hostaria Wönderland, per tradire le origini teutoniche del proprietario) la sera ha visto il primo incontro con la parrilla, la tipica carne alla brace che si mangia in Argentina.

Il secondo giorno è stata una giornata di passeggiate all'aperto, con lunghi trasferimenti in pulmino per avvicinarci a varie mete interessanti. Le cascate della zona sono molto belle, anche se non tutte sono raggiungibili: molte infatti si trovano all'interno della zona del parco definita intangibile, cioè una zona a riserva integrale dove non è permesso addentrarsi. L'acqua però è sempre molto fredda e non è quindi possibile bagnarsi o fare il bagno. Altro punto interessante è stata la lingua finale di un ghiacciaio. Di caratteristico rispetto a quanto siamo abituati qui in Italia è che sulle Ande le foreste arrivano praticamente fino allo zero termico, quindi al punto di presenza dei ghiacci perenni. La lingua del ghiacciaio quindi era contornata da morene e da detriti di vario genere, ma poco distante vi erano alberi boschi.

La serata era quella della fine dell'anno, che abbiamo trascorso presso un rifugio con una cena tipica ed una passeggiata in mezzo alle stelle. È stata la mia prima occasione di vedere la Croce del Sud, la costellazione che nell'emisfero australe indica la posizione del polo ai navigatori (anche se in realtà è spostata rispetto al polo fisico…).

Il terzo giorno primo trasferimento via terra. Ci siamo recati ad Esquel (raggiunta però solo alla sera), fermandoci lungo il cammino prima ad El Bosque (graziosa cittadina colonizzata da hippy negli anni sessanta) e poi presso un camping dove abbiamo mangiato un'ottima parrilla cucinata nella maniera tipica (con l'agnello pulito e "crocifisso" sulle braci). Qui abbiamo anche avuto un primo incontro con una guida locale (che normalmente fa l'insegnante) che ci ha raccontato un po' della storia locale e delle tradizioni delle comunità indigene, oltre a parlarci di alcuni progetti.

Dopo pranzo abbiamo fatto un'escursione in zona per visitare alcune pitture rupestri ritrovate ad alcuni chilometri di distanza. Questa zona era stata popolata infatti anche molto prima dell'arrivo degli indigeni attuali, anche se le tracce sono molto scarse. La valle dove ci trovavamo è poi particolare per la sa posizione, dato che è abbastanza larga ed è longitudinale alle Ande, che in pratica in questo punto forma due catene montuose ai due lati della valle.

Abbiamo poi proseguito il cammino alla volta di Esquel, dove però siamo giunti solo a tarda serata a causa di due forature quasi contemporanee che ci hanno fatto perdere oltre tre ore. Anche in questa zona eravamo all'interno di altri due parchi naturali, costeggiando laghi e fiumi di un blu profondo.

Il quarto giorno (2 gennaio) visita al parco De Los Alerces, riserva naturale abbastanza vasta famosa per la presenza di questi alberi pluri millenari. Il parco è molto bello e lasciano colpiti questi alberi con una longevità così elevata. Purtroppo però per visitare il parco è necessario farlo con le guide autorizzate e con le modalità definite dall'ente. In pratica dopo un primo trasferimento con un barcone a motore di grandi dimensioni, la comitiva si divide in gruppi di 40 persone ciascuno e, accompagnato dalla guida interna, compie una breve escursione su un'isola attorniata da lago e fiume. Questi gruppi così ampi e questa persona costretta a parlare ad alta voce guastano il clima della foresta (siamo ancora nella zona pluviale), che meriterebbe maggiore tranquillità e silenzio. Forse però questo sistema permette a gruppi ampi di persone di visitare il luogo con uno stress per gli animali tutto sommato limitato, dato che alla fine si resta nel parco solo per due o tre ore, poi il bosco ripiomba nel suo stato di silenzio naturale.

In serata cena in un locale di Esquel. In questo locale solitamente si balla il tango e si tengo degli spettacoli, anche se per quella serata non ne era previsto nessuno. Due ragazzi peró che fanno parte del locale ci hanno però fatto una piccola dimostrazione di tango. Altra caratteristica del locale è che conserva memoria delle varie proteste e pubblicazioni fatte a proposito di una miniera d'oro che si vorrebbe realizzare in quella zona. Una delle montagne che sovrasta Esquel infatti possiede una vena d'ora che una compagnia canadese vorrebbe sfruttare. Gli abitanti però non sono d'accordo, dato che a loro avviso l'impatto ambientale sarebbe troppo elevato e non sarebbe compensato dagli eventuali benefici economici che potrebbe portare l'attività estrattiva alla comunità. Nel mese passato si è tenuto anche un referendum popolare che ha bocciato a larga maggioranza la miniera ed attualmente la situazione è stagnante.

Il 3 gennaio ci siamo trasferiti sulla costa atlantica ed è stato un lungo trasferimento che ha in pratica necessitato di tutta la giornata. Abbiamo attraversato trasversalmente la Patagonia. In mattinata abbiamo avuto però tempo di visitare il piccolo museo di cultura indigena locale. Museo piccolo ma interessante, con reperti di bolas, attrezzi, strumenti e tessuti e varie foto di alcune cerimonie che si tengono in zona in svariate occasioni.

La prima parte del trasferimento si è svolto con La Trochita, un piccolo treno a vapore degli anni venti che continua a fare servizio tra Esquel ed Ingeniero Jacobacci. Da alcuni anni il treno è utilizzato prevalentemente dai turisti, dato che si cerca di limitare l'uso delle locomotive che ormai hanno parecchi anni di attività sulle spalle e che le nuove strade che sono state aperte hanno di molto agevolato ed accelerato i collegamenti via terra. La trocha è lo scartamento dei binari: l'appellativo diminutivo dato al treno sta ad indicare che è una linea a scartamento ridotto. Questa linea doveva far parte di una più ampia rete ferroviaria che collegasse le varie località della Patagonia. Il problema dei costi però convinse il governo degli anni venti a creare alcune tratte con binari a scartamento ridotto (molto a buon mercato perché ampiamente utilizzati durante la prima guerra mondiale in Europa per le tradotte militari ed in svendita alla fine di essa).

Il viaggio è molto suggestivo perché il treno, nonostante le pendenze non troppo impegnative, viaggia ad una velocità attorno ai 20 Km/h (potrebbe raggiungere i 60 Km/h in discesa con vento a favore, non va piano per i turisti). Sembra di essere in un film western: il paesaggio brullo, la locomotiva a vapore, le carrozze abbastanza piccole e con il caratteristico pradellino dove stazionare all'aperto… per completare l'opera nella stazione di arrivo (dopo circa una decina di Km, dato che è solo una passeggiata turistica), ci attendono un gruppo di indios a cavallo che sono venuti a vendere un po' del loro artigianato ai turisti. Nahuel Pan, questo il nome della stazione, in realtà non coincide con un paese come lo intendiamo noi. Oltre alla pensilina della fermata sorgono a lato della stazione (oltre al serbatoio dell'acqua ed ad un paio di rimesse) una serie di casupole che erano gli alloggiamenti del personale della ferrovia. Ora sono utilizzate come punto di vendita dell'artigianato, come bar, come bagni. Poche sono in realtà abitate, dato che le case sono sparse su tutto il territorio. Unico indizio della presenza di una comunità è l'edificio della scuola.

Il trasferimento è poi proseguito in pulmino, attraverso alcune centinaia di chilometri di Patagonia. Solo ogni tanto si trovano alcuni paesi abitati, circondati da un mare di nulla dove si vedono solo animali al pascolo ed animali selvatici. Sergio, la nostra guida, ci ha mostrato molto dettagliatamente il percorso che le varie carovane avevano seguito per arrivare a colonizzare la zona andina, durante quella che viene chiamata campagna dell'ovest.

In serata arrivo a Gaiman, nella zona degli insediamenti gallesi e sosta per una sola notte in un bed and breakfast del paese addobbato con vari gadget provenienti dal Galles.

Il giorno successivo (4 gennaio) escursione in mattinata alla pinguinera di Punta Tombo. Questa è una delle più grandi ed estese di tutta la Patagonia. È situata all'interno di una riserva naturale che permette quindi di avvistare vari animali selvatici che vivono in questa zona. Nonostante la sveglia non sia stata all'alba, dato che gli argentini amano stare a letto a lungo, abbiamo avuto la fortuna di arrivare per primi alla pinguinera, quindi durante il percorso abbiamo visto in profusione guanaco (della razza del lama), ñandù (della razza degli struzzi), martinetas (una sorta di gallinella selvatica) e armadilli.
La riserva è nata alcuni anni fa per proteggere i pinguini di Magellano della zona che rischiavano l'estinzione. Esiste quindi un confine esterno con la sede dei guardiaparco, poi una strada la collega con la zona pedonale, che costeggia dall'alto quella che è la pinguinera vera e propria in riva al mare. Sta di fatto però che con gli anni i pinguini sono molto prolificati ed ora è necessario stare attenti quando si gira con il furgone, dato che sono sia al di qua che al di là della strada. Anche durante il percorso a piedi è facile incrociarne vari che stanno andando a pescare o che rientrano. Molti poi hanno utilizzato anche i cespugli del sentiero per fare il nido, tanto che ormai si convive condividendo in parte gli stessi percorsi. A pranzo finalmente pesce in un ottimo ristorante di Rawson, piccola cittadina di mare con dei famosi stabilimenti balneari.

Dopo pranzo, dato che il nostro autista era stato particolarmente rapido, abbiamo avuto il tempo di visitare il museo archeologico di Trelew. Qui sono custoditi vari resti fossili di animali di tutte le epoche vissuti in Argentina, in particolare in Patagonia. È stato un bel salto nel passato, anche perché questa è una terra che nelle ere precedenti era molto fertile e popolata di animali, quindi anche i ritrovamenti sono molto abbondanti (alcuni giorni dopo avremmo letto sul giornale del ritrovamento di una grande quantità di uova fossilizzate nella parte centrale della Patagonia).

Nel tardo pomeriggio siamo poi arrivati a Puerto Piramides, nella riserva di Peninsula Valdez. Questa è una località di villeggiatura estiva per i molti turisti argentini che desiderano il mare, anche se la sua attrattiva principale sono le balene ed altri animali marini. Nei suoi vasti e tranquilli golfi infatti vengono a riprodursi alcune specie di balene, anche se il periodo in cui è possibile avvistarle termina nei primi giorni di dicembre: quindi niente balene.

Il 5 gennaio abbiamo fatto una visita della riserva naturalistica. Nonostante non ci fossero balene in vista le attrattive naturalistiche sono comunque molte. Innanzi tutto abbiamo visitato un punto dove si trova una grossa colonia di leoni marini e qualche "piccolo" di elefante marino.

I leoni marini erano in pieno periodo degli accoppiamenti, quindi erano particolarmente agitati ed in perenne movimento (anche se l'assenza delle gambe li rende comunque molto goffi e impacciati). I maschi si contendevano le femmine (più a versi che con effettivi combattimenti), mentre queste cercavano di accudire i piccoli.

Per gli elefanti invece il periodo degli accoppiamenti e della riproduzione è già finito da tempo, quindi sulla costa restano solo i piccoli. In realtà un piccolo è grande come un maschio adulto di leone, quindi stazzerà tranquillamente sui 2 o 3 quintali. I piccoli sono molto chiari, quasi bianchi, appena nati. Dopo alcuni mesi la loro pelle comincia a cambiare. Terminata la muta possono cominciare ad immergersi ed a prendere il mare. Cosa fanno tutto il tempo: dormono. Questi enormi lumaconi li si vede sempre e perennemente stesi sulla sabbia. Occasionalmente qualcuno di loro si gira o si sposta se la marea gli copre la testa. Qualche giovane che può già nuotare magari sta in acqua e gioca.

Anche a Peninsula Valdez abbiamo visto dei pinguini, anche se qui le colonie sono molto più piccole. Va poi detto che molte delle colonie in realtà si trovano all'interno di estancias private, quindi non sono raggiungibili.

Nel tardo pomeriggio, dopo il rientro a Puerto Piramides, abbiamo fatto una passeggiata sulla spiaggia, con la possibilità di ammirare sia le caratteristiche scogliere argillose della Patagonia, ricche di fossili e conchiglie, sia le piramidi di terra che danno il nome al porto (che non sono altro che residui di scogliere, più erose di altre).

Il giorno 6 gennaio è stato un altro lungo trasferimento, con meta Viedma. La strada percorsa è una delle principali e più vecchie della penetrazione in Patagonia: la Ruta 1. Questa è ormai una strada secondaria, superata da una nuova autopista costruita più all'interno, ma è molto bella perché costeggia il mare per alcune centinaia di chilometri.

Durante il trasferimento abbiamo avuto occasione di vedere alcune località. Dopo aver lasciato lo stato di Chubut ci siamo addentrati nel Rio Negro ed abbiamo incontrato la cittadina di Sierra Grande. Questa si è sviluppata nei decenni passati soprattutto grazie ad una importante miniera di ferro, da cui veniva ricavato del metallo grezzo destinato poi alle acciaierie. Ora il filone è pressoché esaurito, quindi la città si sta mano a mano spopolando, lasciando dietro di sé vari quartieri sempre più deserti. Negli ultimi due o tre anni si è creata una associazione che organizza delle visite in miniera, anche se quando siamo passati noi era chiusa.

Sempre lungo il cammino sono degne di nota due località: Puerto San Antonio, conosciuto perché è un punto di arrivo di molti pescherecci oceanici che forniscono poi le località dell'entroterra, e P. Mejillon, località di vacanza simile ad altre lungo questo tratto di costa. Questa località è molto diversa da come intendiamo noi le località marittime. Avendo l'Argentina moltissima costa più o meno sabbiosa ma pochissimi abitanti, esistono vari di questi piccoli centri dove ci sono pochissime cose, se non un bar, una pompa dell'acqua, un ristorante ed alcune casillas. Queste sono piccole casine improvvisate, costruite magari in lamiera e legno ma sufficienti ad accogliere una famiglia di turisti per alcuni giorni in estate. Alcune cittadine costiere argentine sono nate proprio in questo modo.

Lungo la strada abbiamo fatto anche un piccolo barbecue. Abbiamo utilizzato uno spiazzo al di sotto di uno dei pochi alberi presenti lungo la costa. In serata, sempre dopo altre soste intermedie in vari punti della costa (fra l'altro un'altra colonia di leoni marini) siamo giunti a Carmen de Patagones dove abbiamo dormito.

Il nono giorno di viaggio (7 gennaio) è cominciato la mattina con la visita ai progetti nella zona di Ricerca e Cooperazione, una ONG italiana attiva in Argentina ed altre parti del mondo. I progetti sono in pratica due, nel senso che si occupano di due filoni ben distinti.

Il primo filone è quello di una scuola di formazione professionale. Questa scuola tiene vari tipi di corsi, dall'informatica alla cucina. Anche la durata dei corsi ed il numero di lezioni varia molto. Più interessante è il secondo filone, cioè quello del microcredito. Il direttore dell'agenzia locale che coopera con ReC ci ha mostrato diversi progetti avviati. Molto interessante è una cooperativa di produzione di miele. Altrettanto è una cooperativa, nata all'interno della scuola di formazione professionale, che produce hamburger di soia ed altri derivati simili a scopo alimentare.

Ospitato poi da un'altra scuola professionale vi è un progetto di realizzazione di olio extra vergine d'oliva biologico. La zona di Viedma storicamente aveva degli importanti uliveti, che però con il tempo sono stati abbandonati. Ora si sta cercando di recuperare parte di questi e si stanno insegnando le tecniche produttive per la spremitura a freddo.

Dopo pranzo abbiamo proseguito la visita alla città assieme ad una guida locale che ci ha parlato della storia di questa zona, che è stata una delle prime colonie della Patagonia. La città ha poi la caratteristica di sorgere sulle due rive di un fiume, ma per ragioni amministrative questo fiume costituisce il confine politico di due stati. Viedma è quindi una delle città del Rio Negro mentre Carmen è la città più meridionale dello stato di Buenos Aires.

Il primo insediamento era stato fatto a Viedma, perché la terra era più fertile, ma era stato distrutto in fretta da una piena del fiume. Il secondo e più stabile insediamento venne fatto sulla collinetta dove sorge Carmen, dato che è una collina di pietra. Qui venne costruito un piccolo fortino per difendere la comunità dalle incursioni degli indigeni ed attorno con gli anni si sviluppò la città vera e propria. Va detto che tutto questo non avviene nel medio evo, ma dal 1700 in avanti. Ancora verso la fine del 1800 alcune famiglie di coloni vivevano in grotte ricavate nella parte più bassa del colle a ridosso delle terre coltivabili.

La doppia città visse il periodo di maggior splendore a metà del XX secolo, quando il porto divenne un punto importante nei traffici nazionali ed internazionali. Ora la parte commerciale è in declino, ma sta prendendo piede la parte turistica, soprattutto lungo il litorale.

L'8 gennaio è stata una giornata tranquilla, con in mattinata la visita alla località del Balneario El Condor. Qui abbiamo prima visitato la foce del fiume Rio Negro, poi abbiamo incontrato un discendente dei coloni italiani. Questa zona è stata colonizzata da italiani principalmente in quattro ondate (che si trovano poi anche in tutte le altre parti dell'Argentina): attorno al 1860, a cavallo del 1900 (per merito soprattutto dei missionari salesiani) e dopo le due guerre mondiali.

In questo caso a Carmen arrivarono principalmente genti dalla Romagna. Inizialmente si insediarono lungo il fiume, ma presto sentirono il richiamo del mare e fondarono il balneario El Condor. Nonostante il nome (preso dalla estancia su cui risiede) è infatti stato fondato all'inizio del XX secolo da un minore salesiano: tale Massini. Inizialmente doveva essere solo una colonia estiva per i bambini, ma con il tempo si sviluppò una vera e propria cittadina.

L'italiano che ci ha fatto da guida in questa località ci ha raccontato dell'epopea dei primi coloni, delle fatiche per il riconoscimento del luogo. Ci ha poi mostrato alcune delle prime casillas dove vivevano le prime persone che sono venute qui ad abitare.

Il pranzo è stato consumato presso La Loberia. Questo altro balneario è costruito ad alcuni chilometri da una colonia di leoni marini. Per il resto è differente dagli altri balneari che sono in prossimità di spiagge ampie e sabbiose perché è nato su una costa rocciosa. La spiaggia è quindi abbastanza piccola e composta da sassolini e detriti, ma è lo stesso frequentata perché si formano con la bassa marea dei vasconi nella roccia che sono delle vere e proprie piscine naturali.

Nel tardo pomeriggio siamo rientrati a Carmen dove, sotto il primo acquazzone della vacanza, siamo partiti con un pullman notturno alla volta di Buenos Aires.

Il 9 gennaio siamo arrivati in mattinata a Buenos Aires. Dopo una pausa in albergo per riprendersi un po' dal viaggio abbiamo fatto una rapida visita della città con una guida locale. Abbiamo cominciato con l'associazione Arte y Esperanza, che commercializza prodotti di commercio equo e solidale acquistati da comunità indigene argentine. Il commercio equo in Argentina è ancora ad uno stato embrionale, tanto che anche i rapporti fra le comunità e l'associazione non sono esattamente come li intendiamo in Italia. Si stanno avviando però dei rapporti con Chico Mendez di Milano, con lo scopo di aiutare lo sviluppo del progetto.

La visita storica della città ha coinciso con la visita di alcuni dei punti più famosi. Plaza de Mayo, sede delle ormai costanti manifestazioni delle Madri dei desaparacidos e piazza storica della città. Qui infatti sorge il Cabildo, sede del primo municipio cittadino, e la Casa Rosada, sede storica del governo argentino.

Abbiamo poi visitato La Boca, quartiere portuale fondato da lavoratori italiani che si erano insediati in baracche e case costruite prevalentemente di lamiera e legno. Qui un artista a metà '900 ha deciso di lavorare dipingendo le case con colori sgargianti che risaltano con i colori della rimanente parte del quartiere. Ha poi arricchito le finestre ed i terrazzi di statue in cartapesta colorata raffiguranti i principali personaggi del tango e della città. Questo inizio artistico ha fatto sì che anche altri artisti si raccogliessero attorno a questa zona nota come Caminito, che è diventata un polo attrattivo per vari artigiani, pittori e musicisti: oltre ovviamente per i molti turisti della capitale.

Fra le tappe non è mancata la fermata in un luogo dove sorgeva uno dei centri di tortura e detenzione di desaparacidos. Questo era il Centro Deportivo Juvenil, anche se fu demolito alcuni anni fa per fare posto alla nuova autopista che collega il centro cittadino con i sobborghi. Ora il governo sta effettuando degli scavi e delle opere di ricostruzione di quelle che erano le celle, per realizzare un piccolo museo a cielo aperto con testimonianze di quegli anni.

Una delle ultime tappe è stato il quartiere dell'Abasto. Questo non é un vero e proprio quartiere, ma per omogeneità culturale è considerato tale dagli abitanti. Sorge attorno all'Abasto, un enorme centro commerciale nato molti anni fa per spontanea aggregazione dei vari commercianti della zona. Nonostante ora abbia seguito le sorti di altri centri commerciali e sia di proprietà di un singolo gruppo commerciale, è comunque considerato il centro e simbolo di questa zona. Fra le varie attività è stato aperto anche un centro di vendita di giocattoli e giochi per bambini realizzati dalle persone del quartiere con materiale di riciclo.

Serata con cena e spettacolo al Torquato Tasso, uno dei più noti locali dove si tengono spettacoli di tango e dove si può, volendo, ballare. Questa serata è stata caratterizzata dalla presenza di un trio di chitarristi famosi nel settore (c'erano anche degli articoli sul giornale che ne parlavano) che si erano uniti ed avrebbero tenuto la loro prima esibizione insieme. Nonostante fosse solo una performance musicale, senza balli e senza parole, siamo rimasti impressionati dall'abilità di questo trio: sembrava che sul palco fosse presente un'intera orchestra.

Il 10 gennaio era una giornata libera. Dato che tre pazzi del gruppo hanno deciso di andare a visitare Ushuaia (partenza alle 5 di mattina, tre ore di volo, rientro alle otto di sera con altre tre ore di volo) e che altri due avevano dei parenti da andare a visitare, io ne ho approfittato per visitare con più calma ed a piedi le zone cittadine viste il giorno prima dal furgone.

Ho cominciato con Plaza de Mayo e la cattedrale. Chiesa non particolarmente interessante: un barocco molto classico. Unica nota di rilevo la tomba di San Martin, che ha la sua parte ufficiale e pomposa (con tanto di guardia d'onore) all'interno di una cappella, anche se in realtà mi hanno detto che le spoglie di San Martin risiedono in un'ara all'esterno della cattedrale.

Da qui mi sono diretto verso il quartiere di San Telmo. Qui nel fine settimana ha sede un mercatino all'aperto dove varie persone vendono o barattano quello che possono: da oggetti di artigianato fatti in casa a oggetti antichi che sono costretti a vendere. Purtroppo dato che era ancora mattino presto (circa le 10:30, i porteñi non sono molto mattinieri) non c'era ancora nessuno. Era però già molto trafficato il piccolo mercato coperto, dove si vende un po' di tutto (anche qui molta gente vende quello che ha).

Da qui mi sono poi spostato in taxi al quartiere de La Recoleta, famoso per il cimitero monumentale. Questo è veramente impressionante, dato che è costituito completamente da tombe molto alte che sono dei veri e propri monumenti. Qui risiedono tutte le più antiche, famose e ricche famiglie Argentine, fra le quali anche quella Duarte di Evita.

A piedi ho poi percorso una parte dell'avenida Libertador, con lo scopo di pranzare al Giardino Giapponese (anche se era chiuso per ferie). Ho visitato però in zona il museo Fernandez, conosciuto come museo del Gaucho. Qui sono raccolte foto e strumenti tipici appartenuti ai gaucho argentini. La maggior parte degli oggetti sono in argento. I gaucho infatti per dimostrare esteriormente la loro ricchezza amavano addobbare i vestiti ed i finimenti dei cavalli (nonché gli oggetti personali) da parti in argento cesellato. Molto pacchiani diremmo noi. Nel museo sono conservati anche degli oggetti di arte indigena dell'Argentina.

Per consolarmi del pranzo giapponese mancato mi sono spostato in taxi a La Boca, dove ho pranzato con rabas (anelle di calamaro fritte) in un locale con musica dal vivo: ovviamente tango. I cantanti ed il fisarmonicista erano particolarmente infastiditi dalla presenza di alcune bande di capoeria brasiliana che vagano per il quartiere suonando e raccogliendo offerte.

Dopo pranzo ho vagato un po' per questo quartiere (nella parte turistica, l'altra non mi sembrava consigliabile da girare da solo) fotografando le molto colorate case ed i vari spettacoli di tango presenti per strada.

Ultima tappa cittadina è stata nuovamente Plaza de Mayo, anche se in questo caso è stato solo l'inizio di una passeggiata per l'Avenida de Mayo per arrivare, attraversando il microcentro, fino alla sede del parlamento dopo aver attraversato l'avenida 9 de Julio (una delle più larghe dell'America Latina).

L'ultimo giorno si è consumato di fatto fra saluti e l'aeroporto, dato che alle 12:00 dovevamo presentarci al check in. Considerando che l'aeroporto si trova a 35 chilometri dalla città era necessario partire molto prima dell'ora prefissata.

Saluti e baci a tutti e rientro a Milano e poi a casa.

Gli accompagnatori

Apriamo ora un capitolo sugli accompagnatori, quelle figure spesso dimenticate nei racconti di viaggio, ma coloro che più di altri debbono sobbarcarsi fatiche prima durante e dopo il viaggio. Il viaggio in Argentina è preparato ed accompagnato da Tierra Natural, una società di fatto fra due socie che preparano e seguono i viaggi di turismo responsabile nel paese.

Il loro lavoro prima del viaggio consiste nel contattare le differenti guide locali, preparare il piano di viaggio (compresi gli spostamenti ed i pernottamenti) e prenotare i viaggiatori prima della partenza. Durante il viaggio una di loro è sempre presente e segue il gruppo nei diversi momenti. Noi abbiamo conosciuto entrambe, cioè sia Sabrina che Magdalena. Sabrina è italiana e si è trasferita alcuni anni fa in Argentina (dopo aver risieduto anche in altre parti del mondo) dove ha conosciuto Magdalena (Argentina di nascita), che già operava nel settore. Da un paio d'anni hanno fondato questa società e stanno lavorando per il turismo responsabile italiano attraverso collaborazioni con diversi soggetti.

Il primo giorno è venuta a prenderci all'aeroporto Magdalena, che poi avremmo ritrovato al termine del viaggio nuovamente a Buenos Aires. Durante gli altri giorni è stata Sabrina ad accompagnarci. Oltre a loro di volta in volta avevamo delle guide locali differenti, che rimanevano con noi uno o due giorni appena per mostrarci una singola zona del territorio. Nonostante il nostro viaggio non sia stato lunghissimo non ricordo il nome di tutte.

Nella zona di Bariloche abbiamo avuto una guida naturalistica che ci ha mostrato varie parti del parco naturale Nahuel Huapi. Più a sud, nella zona di Esquel abbiamo avuto invece Sergio Sepiurka, scrittore ed esperto di storia locale. Per la verità è una delle guide che abbiamo apprezzato meno in questo viaggio. Probabilmente la colpa non è nemmeno sua, ma del differente sentimento storico che possiamo avere noi italiani rispetto agli argentini. Sergio è infatti molto preparato sulla storia della colonizzazione locale, ma per noi sono cose accadute pochi anni fa. Sono avvenimenti troppo recenti per suscitarci delle emozioni ed a volte alcuni suoi racconti sono risultati molto noiosi.

La guida che invece abbiamo avuto sulla cosa nella zona di Punta Tombo e di Peninsula Valdez è stata molto valida. Sia nel raccontarci la storia della colonizzazione gallese locale che nel mostrarci le varie riserve naturalistiche è sempre stata sufficientemente avvincente, mostrandoci i vari animali che si possono trovare nella regione. Una nota anche sulla guida del museo paleontologico di Trelew: non era una guida prevista per il viaggio, ma ha accompagnato alcuni di noi nella visita del museo sui dinosauri della regione. Lei lavora nel museo e parla correntemente un buon italiano. Normalmente la visita dura quaranta minuti e sono previsti gruppi di otto persone o più. La guida è prevista nel costo del biglietto, ma dato che noi eravamo solo quattro abbiamo concordato di fare la visita più velocemente in soli venti minuti. È stata incredibile la velocità con cui parlava: crediamo sia riuscita a ridurre nel tempo previsto tutto il classico discorso, condendolo pure di battute e domande.

A Viedma e Carmen de Patagones abbiamo avuto una simpatica ragazza come guida che ci ha mostrato sia la zona cittadina, raccontandone la storia, che la zona marittima. Anche qui ci siamo soffermati sulla storia locale ma anche sulla storia della colonizzazione italiana, dato che qui si sono fermati molti romagnoli. A Buenos Aires abbiamo avuto come guida sempre una ragazza, non parte di Tierra Natural ma guida a tutti gli effetti. Oltre a mostrarci la città ci ha anche fatto vedere il quartiere dove lei vive, mostrandoci anche degli aspetti meno turistici, come per esempio il negozio dove vengono venduti giocattoli realizzati dalle famiglie del quartiere con materiale di recupero. La sua competenza va detto che era notevole, dato che su ogni luogo sapeva fornire una grande quantità di notizie ed informazioni.

Gli italiani

Si parla molto della comunità italiana in Argentina ed in generale degli italiani all'estero. Spesso sono idolatrati perché reputati un bacino di voti. Spesso sono dimenticati perché ormai lontani dalla storia e dalla vita quotidiana italiana. Durante il viaggio abbiamo avuto modo di incontrare alcune di queste comunità e ne abbiamo avuto una visione abbastanza contraddittoria.

Va detto innanzi tutto che praticamente tutte le famiglie che abbiamo incontrato hanno un qualche discendente italiano: vuoi un nonno od un bisnonno. Così come probabilmente ne hanno avuto uno spagnolo, uno tedesco ed uno britannico. La mescolanza dei tratti è molto più ampia che in altre nazioni, tanto che gli argentini non si distinguono da nessun turista estero.

Noi abbiamo avuto due volte dei contatti con persone che appartengono a centri di cultura italiana. La prima volta è stato ad Esquel, dove due signore facenti parte della locale Società Italiana ci hanno parlato dei loro problemi. L'impressione che abbiamo avuto da questo incontro non è stata però buona, dato che ci è sembrata una comunità molto preoccupata dei propri problemi, piuttosto che desiderosa di mantenere un legame con la madre patria. Ad un certo punto dell'incontro sembrava quasi che ci presentassero una lista della spesa dei loro problemi, forse speranzose che qualcuno di noi potesse risolverli. Forse non avevano compreso che noi eravamo dei normali turisti che avrebbero potuto fare poco o nulla per i loro problemi.

Il secondo incontro è stato più interessante, dato che ha avuto un connotato più storico economico. Il discendente di italiani che abbiamo incontrato al Balneario El Condor ci ha parlato di questa località, fondata all'inizio del '900 da un minore salesiano come colonia marittima per bambini e poi con gli anni diventata un piccolo paese sull'atlantico. Ci ha mostrato le vecchie case in cui si erano insediati i coloni, piccole casupole di legno con un pozzo ed una veranda. Ci ha comunque dato un quadro più umano della situazione che io ho apprezzato molto di più.

Riccardo Soli, gennaio 2004


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