Visita a la IMPA
Il programma di oggi prevede una visita che abbiamo
scelto, privilegiandola fra altre alternative, e che incuriosisce
dal punto di vista sociale ed umano.
Andremo a vedere una “fabbrica recuperata”. Al di
là delle spiegazioni generiche su quello che rappresenta
non ho veramente idea di cosa troveremo.
La prima sorpresa è che non usciamo affatto dalla città
ma ci spostiamo soltanto in un altro quartiere. Il panorama intorno
è cambiato, è cambiata l’architettura si capisce
che stiamo andando verso un quartiere più modesto.
L’ingresso è quello di un grande edificio e Paula
che ci accompagna, in attesa di qualcuno che ci faccia da guida,
inizia a parlarci delle caratteristiche di questa fabbrica. Oltre
la produzione di alluminio, ciò che rende particolare questo
insediamento è che all’interno funzionano un centro
culturale con gli spazi per lo spettacolo, una biblioteca, una
specie di scuola, un ambulatorio medico a disposizione non solo
degli operai ma a servizio della gente del quartiere.
La fabbrica è gestita dagli operai riuniti in forma di
cooperativa (impiega circa 170 persone) e lo stato di “impresa
recuperata” mi pare che sia datato verso il 1998 mentre
la nascita dell’impresa è degli anni venti. La produzione
viene tutta collocata sul mercato interno argentino.
La persona che ci doveva accompagnare stamani ha un altro impegno
per cui viene sostituito da un altro degli operai. Durante l’attesa
ci guardiamo intorno e quello che si può vedere da tutti
gli affissi nelle varie bacheche è che ferve veramente
l’attività culturale, ci sono le informative sui
corsi più disparati dalla scrittura, al tango, alla fotografia,
inviti alla lettura in biblioteca accompagnati da mate, richieste
di aiuto economico, inviti a conferenze e convegni.
Inizia il giro e quello che colpisce è questa specie di
“tappeto” per terra, uno strato di polvere ormai “solidificata”,
ma morbida, sembra di camminare su uno strato di caucciù.
Certo non ci sono impianti ultramoderni, l’ambiente è
buio, non si vede traccia di tutto quello che siamo abituati a
vedere in una moderna impresa industriale.
I fogli di alluminio che si utilizzano quotidianamente nascono
qui, da cilindri di lamina che piano piano viene assottigliata
e lavorata. Gli scarti luccicano se vengono colpiti dalla luce
o dal bagliore del fuoco dell’altoforno e danno una nota
colorata a questo buio che continua ad essere la sensazione dominante.
Ci sono operai che stanno seguendo la colata dell’alluminio
fuso, ci sono gli altri che stanno “schiacciando”
le lastre, poi vediamo tutte le fasi della lavorazione. La cosa
che più incuriosisce è la produzione dei tubetti
(dentifricio, colla) che escono da una macchina dove entrano delle
strane pastiglie di alluminio. I tubetti vengono poi verniciati
e colorati con il marchio del prodotto contenuto. Gli operai stanno
dietro a macchine che sembrano veramente uscite da un passato
non troppo recente. Gli odori delle fasi di lavorazione si diffondono
nell’aria e non ci sono impianti di aspirazione, nessuno
lavora con protezioni particolari, se non una cuffia antirumore,
unico elemento di “sicurezza sul lavoro”.
L’edificio si sviluppa su diversi piani, gran parte occupati
dalla produzione ma ci sono anche gli spazi per le altre cose.
Saliamo fino a quello che è lo spazio del teatro, dove
ci sono appesi al soffitto i trapezi e ci sono persone che stanno
preparando uno spettacolo.
C’è la parte, veramente importante per questa struttura,
dedicata alla manutenzione dei macchinari e alla costruzione dei
pezzi di ricambio che data l’età degli impianti deve
essere per forza autonoma dato che i pezzi sul mercato non ce
ne sono più. Da notare che questo non va certo a discapito
della qualità dato che abbiamo visto produrre incarti e
simili per aziende conosciute a livello mondiale. Il nostro accompagnatore
ribadisce qui il concetto che si potrebbe ammodernare tutta la
catena produttiva con macchinari che potrebbero sostituire gli
operai, ma questo andrebbe contro al principio di dare lavoro.
Dopo una “meccanizzazione” più spinta delle
lavorazioni la riduzione di personale sarebbe veramente drastica
ma non è questa, giustamente, la loro politica.
In un altro settore è in corso un incontro fra un gruppo
di pensionate (ci informano che le pensioni minime in Argentina
sono di 200 pesos ed è veramente poco) che si riuniscono
e con la collaborazione di un medico o un’assistente sociale
possono parlare dei loro problemi di vita quotidiana, insomma
una specie di punto di ascolto. Ci sono anche i locali delle scuole
dove ci sono anche i corsi serali creati inizialmente per gli
operai ma poi aperti a tutti.
Un’altra sorpresa è un atelier per la lavorazione
del vetro (piccoli oggetti veramente ben lavorati e di buon gusto)
che si apre poi nell’angolo dove lavora anche un pittore.
In questo momento ci siamo veramente dimenticati dell’origine
dell’edificio vedendo tutte queste attività che poco
hanno a che fare con la produzione industriale.
Alla fine della visita resta la consapevolezza di aver incrociato
una realtà positiva in un paese che ancora è in
forte crisi; qui dentro senti la solidarietà delle persone,
la voglia di impegnarsi per sé e per gli altri, la spinta
a lottare perché tutti abbiano una fonte di reddito che
consenta una vita decorosa, una vocazione al sociale di una struttura
che comunque nasce per altri scopi.
Ritorno al concetto iniziale: non sapevo proprio cosa ci potesse
essere dietro quel portone ma certo non mi aspettavo una cosa
del genere.
Paola Canapini, Buenos Aires, 9 novembre 2004.
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