Diario di viaggio in Patagonia
  
   
Premessa.
Questo è un diario di viaggio, il più descrittivo
possibile, senza ambizione alcuna di esattezza o di completezza.
La voce narrante o, meglio, la mano scrivente, è Lilli.
Gli altri partecipanti al viaggio: Vincenzo, marito di Lilli,
Arturo fratello, Dante e Anna, sposati tra loro, amici di Arturo.
Osvaldo, milanese e Ginevra della Svizzera italiana completano
il gruppo.
28 dicembre 2006
Bene. Il giorno della partenza e’ arrivato, precipitato
addosso come ogni cosa desiderata o temuta che sembra sempre così
lontana e poi te la ritrovi appresso e senti che ti manca un giorno
o due, o, almeno qualche ora, per sentirti davvero pronto.
Sono andata a dormire alle 2’45 e alle 6 ero già
sveglia come un grillo. Mi sono alzata subito anche se poi sono
tornata a letto per non perdermi l’ultimo caffé prima
del 21 gennaio.
Filippo e Elena, che si sono offerti di accompagnarci all’aeroporto,
arrivano alle 7.10 mentre sono ancora in doccia. Prendono un caffé
con Vincenzo e 20 minuti più tardi siamo tutti pronti anche
se partiamo alle 7.40.
Va tutto incredibilmente liscio: nessuno in autostrada, nessuno
al check in per Roma. Pochissima gente in aeroporto, anche se
tutta quella che c’è sembra essere in fila per il
controllo personale e del bagaglio a mano. La fila è lunghissima
ma procede abbastanza veloce.
Sorpresa: appena arrivati, siamo raggiunti dal resto del gruppo
che arriva in orario da Milano. L’attesa passa in fretta
fra chiacchiere, shopping, telefonate, etc.
Tra una cosa e l’altra partiamo verso le dieci. Sono stanchissima:
faccio appena in tempo a mangiare qualcosa e poi mi addormento.
Mi sveglio alle tre, poi sempre più frequentemente, fino
alle otto. Vuol dire che sono passate dieci ore di viaggio e ne
mancano quattro. Gli altri dormono ancora, anche Arturo che ieri
sera assicurava che lui non dorme mai in aereo.
Sto pensando con in mente l’orario italiano perché
in Argentina c’è una differenza di quattro ore. Ma
ora siamo ancora quassù e non so dove siamo esattamente
e quattro ore di viaggio non sono poche.
29 dicembre 2006
Ho deciso. Passiamo al nuovo giorno, al nuovo mondo ed alla nuova
ora. In questo momento sono le 6.30 e manca ancora un’ora
di volo. Abbiamo fatto colazione, l’alba dall’oblò
è stata bellissima.
L’arrivo è felice, nel senso che arrivano anche i
nostri bagagli. Solo un po’ di vergogna all’atterraggio
perché, come succede sempre quando ci sono italiani a bordo,
c’è il solito applauso.
Daniel è venuto a prenderci col pulmino. Ci aspetta pazientemente
mentre tutti e sette facciamo comodamente quello che dobbiamo
fare. Finalmente ci carichiamo, noi e i nostri bagagli, sul pulmino
alla volta dell’albergo.
L’impatto con la città di Buenos Aires è forte:
beh! Innanzi tutto è piena estate e si vede, e si sente.
Poi noto un ammasso di case, per lo più grattacieli, senza
nessuna armonia tra loro, come affastellati a caso, nelle fogge
più differenti possibili, come a caso. Anche il “parco”
macchine dà subito l’impressione di essere piuttosto
povero e c’è un odore di smog a cui non siamo più
abituati. Visto però che lo smog ce l’abbiamo anche
noi, eccome, com’è la storia? Che noi siamo capaci
di produrne uno meno puzzolente?
Arriviamo al Hotel Cooperativa BAUEN che sarà il nostro
albergo per questa notte e per altre tre prima del nostro ritorno
in Italia. L’albergo è in centro, in una posizione
molto comoda. E ha una storia: nato come hotel di 4 o 5 stelle
per gli infami mondiali di calcio del 1974, in piena dittatura
militare, è stato fatto fallire in modo fraudolento ed
è poi stato occupato dagli stessi lavoratori che dopo anni
di stenti e di lotte sono riusciti a imporre una cooperativa di
gestione. Il personale, quindi, è semi professionale e
l’albergo presenta evidenti incongruità avendo spazi
e strutture da albergo di lusso ma con altrettanto evidente mancanza
di manutenzione anche a livello di piccoli interventi oltre a
una organizzazione un po’ approssimativa. Sono contenta
di essere in questo albergo e simpatizzo alla grande con queste
persone che hanno avuto la forza e il coraggio di fare questa
operazione di salvataggio! E noi stiamo facendo un viaggio solidale,
quindi una sistemazione del genere è del tutto in linea
con gli scopi del nostro viaggio.
Al BAUEN incontriamo Sabrina, la nostra accompagnatrice, tutta
carina e pimpante, che ci sta aspettando. Tanto per darci subito
l’idea di come andranno le cose, ci mette attorno a un tavolo
per compilare le solite formalità e per regolare delle
questioni di soldi rimaste in sospeso. Ci concede quindi un quarto
d’ora per la doccia e poi, via si parte subito per un’intensa
giornata di visita a BA.
Sabrina è toscana ma vive a BA da qualche anno. Lavora
nell’ambito della cooperazione internazionale ed è
la ideatrice e organizatrice degli itinerari in Argentina per
Viaggi Solidali. Si vede subito che ha una bella grinta, e ci
trotterella davanti con passo deciso, senza indugiare troppo sulla
nostra stanchezza e sullo stordimento di trovarci in piena estate
quando, neppure 20 ore fa, eravamo in pieno inverno. Sabrina,
impietosa, va dritta verso la meta. Beh! Non, non proprio! Si
ferma in un negozio dove vendono pane e dolci e ne esce con un
vistoso vassoio in mano. Ma di caffé non se parla.
La nostra prima tappa è l’ONPIA , una organizzazione
di popolazioni indigene che ha lo scopo di far riconoscere i diritti
dei nativi contro il genocidio e l’espropriazione sistematica
delle terre che è stato espletato (e continua tuttora)
nei loro confronti. Così nella sede dell’ONPIA, dentro
un bel palazzo stile liberty, con grandi scale di marmo, incontriamo
Ignazio. Ci racconta un po’ di storia dell’organizzazione
e ci mostra, con l’aiuto di una carta geografica, la distribuzione
sul territorio argentino delle varie tribù di indios prima
dell’arrivo dei conquistadores e dei latifondisti (si parla
di Benetton che è padrone di una buona parte della Patagonia).
Fanno male queste storie di diritti calpestati, di gente uccisa
in massa e con ferocia inaudita. Sarebbe una storia troppo lunga
e troppo triste da raccontare e la lasciamo qui, sapendo che c’è
questa grande ferita che, probabilmente, non si rimarginerà
mai (le intere tribù scomparse, mai, mai più potranno
tornare in vita!)
Ci viene offerto il mate. E’ la prima volta che incontriamo
questa bevanda che, secondo me, non e’ solo bevanda nazionale
come ci è stata presentata, ma è soprattutto un
rito. Il mate è una specie di tè che viene preparato
in un piccolo recipiente (di solito una piccola zucca svuotata):
si riempie il recipiente di erba, poi si versa acqua bollente
e si incomincia a bere l’infuso con una cannuccia. Quando
è finita l’acqua, se ne aggiunge di nuova, e il mate
passa ad un’altra persona che beve con la stessa cannuccia.
E così, da persona a persona, si fa tutto il giro del gruppo.
Sabrina apre il vassoio di paste che risultano essere molto buone
e sostanziose. Mentre queste incontrano la mia simpatia, il mate
mi lascia perplessa: è amarissimo!!! Non so se il dolce
dei pasticcini rende ancora maggiore il contrasto, ma il rito
continua e passo il mate al mio vicino.
Finito l’incontro, ci avviamo a piedi verso il ristorante,
attraversando la grande Avenida 9 de Julio, enorme con le sue
6 o 7 corsie per parte, più il contro viale. Vincenzo,
audace come sempre, si ferma nel bel mezzo per fare una foto e
io me lo vedo già arrotato da una quantità infinita
di macchine che invece lui, prudentemente, evita. Dopo un bel
pezzo di inseguimento della balda Sabrina che indicandoci or questo
or quel monumento, va diritta alla meta. Siamo al “Manolo”:
è la mia prima esperienza di ristorante argentino e sono
curiosa. Qui ci aspetta Riccardo che sarà il nostro accompagnatore
nel pomeriggio ma già a tavola non perde tempo e comincia
a raccontarci un po’ di cose su BA e sull’Argentina.
Ignazio che è venuto con noi se ne va presto.
Alle 3 viene a prenderci il pulmino: inizia un tour per BA con
Riccardo che ci racconta la storia e la politica di questa tormentata
nazione man mano che vediamo i luoghi che ne testimoniano gli
eventi. Oggi a BA è estate piena, un bel cielo sereno,
34 gradi, un sole che picchia implacabile.
Passiamo con il pulmino tra i vari quartieri mentre Riccardo con
Sabrina, ci mostrano i segni che la storia ha lasciato. Ogni tanto
scendiamo per vedere qualcosa di particolare. Passiamo per il
Boca, un quartiere turistico con case piccole e molto colorate,
il porto “parallelo” abbandonato subito dopo la sua
costruzione, è andato in disuso e in totale decadimento,
è stato ricostruito durante il regime di Menem ed è
diventato un quartiere di lusso con altissimi grattacieli. Non
si vedono baracche: i nostri accompagnatori ci dicono che in realtà
ci ne sono molte ma vengono spostate sempre più in là,
man mano che la speculazione edilizia, senza regole (e si vede!!!)
avanza e conquista spazi.
Facciamo una sosta in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada
che un recinto tiene sufficientemente lontana e protetta e questo,
dice Riccardo, è un insulto alla democrazia. Tutte le manifestazioni
importanti avvengono qui, e qui, dal 1977, le madri che hanno
avuto un figlio “desparecido” vengono ogni giovedì
a chiedere che sia fatta giustizia. Ora però queste donne
sono morte, le poche rimaste sono vecchie: chissà come
finirà la loro storia, iniziata con i ciripà in
testa, per riconoscersi. Hanno fondato un’università,
legalmente riconosciuta, che ha lo scopo di educare i giovani.
Speriamo che questa iniziativa abbia un futuro e continui a vivere
dopo la morte di queste donne che l’hanno voluta.
La visita prosegue: quartiere dei Gesuiti, la chiesa di Santo
Domingo, San Francisco, le mura del cementerio monumental (ma
si vede qualcosa di più!), la libreria e la farmacia più
antiche di BA:….
Insomma, Riccardo e Sabrina ci mostrano e ci raccontano un sacco
di cose che io ho affastellato così alla buona, come mi
venivano in mente, man mano che scrivevo. Ci sarebbe altro da
segnalare: ma come si fa? Mi accontento di una toccata e fuga…
di più sarebbe troppo!
Alle 6 siamo di nuovo in Hotel.. Andiamo a cercare un po’
d’acqua, poi con Ginevra vado in un negozio di dischi per
vedere se troviamo un disco di Mercedes Sosa dove c’è
la canzone di Alfonsina. Ginevra conosce Alfonsina Storni perchè
la poetessa è nata nel Canton Ticino. Emigrata a 4 anni
con la famiglia in Argentina, Alfonsina ha avuto una vita durissima
che è terminata con un suicidio a 46 anni. Voglio far sentire
a Ginevra questa canzone che, secondo me, è molto bella.
Invece non incontra il suo gusto musicale che va sul rock più
o meno scatenato. Ma qui si tratta di una sorta di poesia che
racconta il suicidio intrecciano le parole dell’ultimo sonetto
di Alfonsina con quelle della Sosa che immagina i momenti della
morte della poetessa, la sua disperazione e l’accoglienza
benevola dell’oceano dove si getta. La musica che l’accompagna
è, di conseguenza, tenera e malinconica.
In camera parlo un po’ con Vincenzo di queste prime impressioni
di viaggio. Mi addormento e decido di non andare a cena. Vincenzo
va all’appuntamento con gli altri alle 8.30. Mi racconta
che hanno mangiato pizza e empanadas che sono una sorta di involtini
di pasta di pane ripieni di carne o di verdure, fritti o cotti
al forno.
30 dicembre 2006
La giornata comincia lentamente. Ci troviamo tutti, senza aver
preso appuntamento, alla colazione.
Decidiamo di andare al quartiere Palermo, che, ci dicono, è
caratteristico. Ci arriviamo con il metro. Restiamo stupiti dall’economicità
del mezzo: 7 biglietti costano 4,9 pesos che significa poco più
di un euro (4 pesos equivalgono più o meno a 1 euro). Arturo
è così colpito dalla cosa che decide che ci hanno
fatto uno sconto comitiva e ci rimane male quando, in coro, gli
facciamo notare che 7x7 fa 49, non un cent in meno. Comunque dopo
3 fermate il treno non riparte: si è rotto e dobbiamo scendere
in attesa di quello successivo. Che sia per questo che costa così
poco? Il treno successivo arriva in pochi minuti e senza altri
in toppi ci porta alla meta.
Piazza d’Italia. Ci soffermiamo a guardare il monumento
a Garibaldi (a cavallo, con la testa girata verso non so cosa)
e ci chiediamo il perché di questo monumento. 7 ignoranze
non fanno una sapienza, anzi, nemmeno una nozione, e così
sparate a caso una o due spiegazioni pseudo storiche su questa
presenza, riprendiamo il nostro cammino.
La dinamica del nostro gruppo mi sembra si stia con figurando
in questo modo: Arturo, con il suo fare sardonico, la sua capacità
di parlare spagnolo e il suo piglio manageriale di affrontare
le questioni e di prendere le decisioni, è il capo gruppo,
quasi ufficiale, assistito da Osvaldo, suo compagno di stanza,
probabilmente, anche per solidarietà di genere, il più
costretto a subire le proposte di Arturo; Ginevra porta al gruppo
la sua “svizzerità”, soprattutto si fa sentire,
una sorta di radio sempre accesa a cui invidio la capacità
di trovare argomenti e di intervenire su tutto, io che, dopo due
convenevoli e qualche idea di conversazione di base, mi trovo
costantemente a corto. Comunque Ginevra segue le proposte senza
storie, anzi, in genere accetta con entusiasmo. Vincenzo e io
seguiamo a ruota, ben contenti che ci sia qualcuno che prende
decisioni. Anna e Dante, invece, sono molto attenti. Bene, quindi.
Un buon amalgama che dovrebbe tenere.
Tornando al quartiere Palermo, ad un certo punto le case cominciano
a diventare interessanti: piccole e coloratissime, una attaccata
all’altra, creano vicoli deliziosi. Cominciamo a fare foto.
La visita, però, non dura molto: la presenza di un mercatino
artigianale e un bar fanno sì che la spinta turistico culturale
ceda velocemente il passo a quella consumistico-alimentare. Ginevra
si fa fare un paio di orecchini mentre noi al bar aspettiamo di
essere serviti, cosa che avviene con tempi più vicini a
quelli biblici (30 anni per attraversare il deserto) che a quelli
moderni. Questa lentezza ci costringe poi ad una corsa verso la
fermata della metropolitana più vicina che peraltro ci
sembra lontanissima – e arriviamo in albergo con 5 minuti
di ritardo, giusto in tempo per essere simpaticamente redarguiti
da Daniel, il puntuale autista del nostro pulmino che ha il compito
di prelevarci per accompagnarci in aeroporto. Passiamo a prendere
di Sabrina e andiamo all’aeroporto.
All’aeroporto nazionale viviamo uno spaccato di modalità
argentina di organizzazione che scandalizza profondamente la svizzera
Ginevra ma lascia indifferenti noi abituati all’andazzo
italiano che non è molto differente. L’aereo è
già annunciato con un’ora di ritardo. Comincia la
lunga attesa (già perché siamo dovuti venire con
due ore di anticipo): un po’ di cibo, qualche chiacchiera,
qualche passeggiata.. e il tempo passa. Dalla nostra postazione
nel ristorante abbiamo una visione sul Rio della Plata che scorre
proprio sotto di noi con l’ acqua che con il suo caratteristico
color palta non è né poetica né invitante.
Un volo di 3 ore e mezza ci porta a Ushuaia. Sono vicina al finestrino
ma la vista sotto non è entusiasmante: una fitta coltre
di nuvole che sembra spessa almeno 10 metri, qualche raro squarcio
da cui si intravede una terra piattissima e coltivata oppure mare,
mare, mare.
Mi emoziono all’arrivo a Ushuaia. Sono finalmente qui, in
questo angolo a sud del mondo in cui tante volte mi sono immaginata
guardando le carte geografiche. Dai 34 gradi di BA siamo passati
ai 5 della Tierra del Fuego. L’aeroporto è da brivido:
una strettissima lingua di terraferma tra due bracci di mare:
pensando al tempo ventoso di quaggiù, mi chiedo come non
possa succedere qualche “sbavatura” all’atterraggio.
Il B&B dove alloggiamo è carino. Vincenzo e io abbiamo
una camera mignon con un bagno ancora più piccolo. ma c’è
un bel caldo, con la stufa accesa, e tutto e’ pulito e confortevole.
Usciamo subito, dopo l’incontro con Osvaldo che sarà
la nostra guida domani. Tra una cosa e l’altra, arriviamo
al ristorante verso le 23 (abbiamo dovuto aspettare perché
non c’era posto e abbiamo fatto un piccolo giro per Ushuaia).
E’ ancora chiaro e questo ci inganna sull’ora e sulla
fame. Con la solita fortuna che mi contraddistingue, io vengo
“saltata”, nel senso che non mi portano il piatto
che avevo ordinato. Durante l’attesa, però, avevo
pizzicato a dritta e a manca: decido quindi di non correre il
rischio di aspettare oltre perché è quasi l’una
e siamo tutti un po’ stanchi. C’è una scena
antipatica tra Ginevra e le clandestine (così chiamo Elda
e Maria) che se ne tornano al B&B in taxi, mentre noi 7 camminiamo
nella notte australe e siamo contenti.
31 dicembre 2006
Il breakfast non è male: solo la quantità di marmellata
è così microscopica che ne ricordo di simile solo
in Venezuela. Deve essere un’usanza dell’America Latina.
Chissà. Intanto io mi metto di fronte a Arturo che non
tocca la sua porzione e così posso lasciarne di più
a Vincenzo. A Sabrina si è rotto il tubo della crema solare:
questo ci costringe a cospargerci tutti di crema protettiva anche
se è tutto coperto e non sembra affatto giorno di possibili
scottature.
Arriva Osvaldo con pulmino e autista e incomincia la nostra gita
nel Parco della Tierra del Fuego.
Osvaldo è un ragazzo giovane, allegro, simpatico: ci racconta
un sacco di cose, tra l’altro il perché del nome:
sembra che gli indiani, vedendo arrivare le navi dei conquistadores
comunicassero tra loro questa novità accendendo fuochi.
Ci racconta la vita delle tribù prima dell’invasione,
il perché di alcuni nomi e ci mostra i segni di un insediamento
indiano.
Arriviamo in pulmino oltre l’ingresso del parco, alla baia
Ensenada, dove c’è un ufficio postale per chi vuol
spedire una cartolina con il timbro “fin del mundo”.
Sdegnosamente alcuni di noi (tra cui Vincenzo e io) si buttano
a far foto perché il posto è incantevole, con un
gioco di terra-mare che non so descrivere. Anche le foto si mostrano
deludenti… che strazio!
Inizia la camminata nel bosco attorno al promontorio: da una parte
abbiamo il mare, dall’altra questo bosco magico, l’ultimo
bosco, dice Osvaldo, prima dei ghiacciai dell’Antartide.
Ci sarebbero tante foto da fare e ne facciamo. Si vedono anche
animali che, pur sembrando uccelli, non volano, altri, invece,
che si fanno avvicinare molto, e conigli selvatici. Di questi
ce ne sono troppi: importati da non so chi e perché, sono
diventati infestanti ma nella zona del parco non si possono cacciare.
Facciamo una sosta per il mate (o il tè per chi, come me,
non ce la fa a bere il mate) e poi continuiamo fino ad un camping.
Lì vicino troviamo una zona appartata per un pranzo al
sacco che si presenta una meraviglia: un vassoio formato dalla
sezione traversale di un ampio tronco, mostra ogni ben di Dio,
una festa di colori disposta con gusto che poi non delude neppure
il palato. Ci sono diverse insalate per i vegetariani i quali,
mi sembra d’aver capito, tutt’altro che rigidi, si
sono fatti tentare da altro, condividendo poi con noi i loro piatti.
Nel pomeriggio andiamo alla Laguna Verde. Intanto il tempo si
è messo decisamente sul bello questo dà un tocco
in più ad un paesaggio grandioso, pieno di cespugli di
fiori che sembrano grosse margherite, lingue di terra che si buttano
nel mare, montagne che degradano all’infinito, alcune bianche
di neve. E poi mare, ancora. E sole, E grandi nuvole bianche che
contrastano con l’azzurro di questo cielo che dà
l’impressione di essere così basso da poterlo toccare
verso un orizzonte che non arriva mai.
Ci sono ancora due cose da vedere: la castoreria (luogo abitati
da castori) Questi animali, con le loro dighe, provocano delle
alluvioni che distruggono i boschi attorno. Di conseguenza si
vedono distese di tronchi d’albero morti che alzano al cielo
i loro rami spogli e questo crea un paesaggio desolato e caratteristico.
Poi la Laguna Negra dove è visibilissima la formazione
di una torbiera. Si ha una gran voglia di sprofondare in questo
muschio che cresce verticale, almeno 10 centimetri, come ci mostra
Osvaldo raccogliendone un po’ ma lo strato di torba è
di diversi metri. Al pulmino troviamo una sorpresa: la ruota a
terra. Non si può cambiare perché non c’è
la chiave. L’autista decide di partire lo stesso (le ruote
sono in coppia) e lì non c’è molta speranza
di avere soccorsi. Arriva, invece, un altro pulmino della stessa
compagnia ma è altrettanto privo di chiave. Comunque si
mette dietro di noi per qualche forma di intervento (anche se
non saprei quale) nel caso noi non fossimo più stati in
grado di proseguire il viaggio. L’autista va come se niente
fosse, nonostante la strada non sia proprio liscia come olio,
fino a quando si ferma a controllare lo stato di fatto e ci comunica
che la ruota a terra era solo un’impressione, va tutto muy
bien!
A casa, stanchissimi, dormiamo un po’ prima di prepararci
per la festa dell’ultimo dell’anno. Andiamo in un
posto fuori dal mondo: quando arriviamo siamo soli e ci prende
un colpo. Poi, a poco a poco, arriva gente, gruppetti di amici
e famigliole. Bene! Non sembra affatto un posto da turisti come
temevamo.
La festa consiste in un self service, organizzato un po’
stranamente, per cui non si capisce se quello che c’è
su tavolo sono gli antipasti, se ci saranno altri piatti, se è
tutto lì…. Sabrina in abito da sera è simpatica
e brillante. C’è molta ironia nel gruppo che nel
complesso si presenta con varie fogge di vestiario che vanno dall’abito
da sera alla tenuta da trekking. Dopo mezzanotte si balla. Tutti,
tranne Vincenzo, si scatenano in uno spazio piccolissimo. La musica
è assordante. Un bimbetto di 4 anni circa si tappa le orecchie
e piange disperato ma i genitori non demordono e continuano a
ballare con l’altro figlio maggiore di un paio d’anni.
1 gennaio 2007
Mi sveglio alle 8 e incomincio a scrivere. Vincenzo dorme fino
alle 9.20. L’appuntamento al breakfast è fissato
alle 10. La meta di stamani è il ghiacciaio Martial o,
per essere più precisi, il bar all’inizio del ghiacciaio.
Il problema è come trovare i taxi perché oggi pare
che non ce ne sia ombra, almeno a quest’ora del mattino.
Con noi c’è Carlo, un amico colombiano di Sabrina
che escogita un trucco: si va all’ospedale a piedi e si
chiama un taxi da là. Ma la cosa pare non funzioni: neppure
le chiamate fatte dall’interno dell’ospedale hanno
risposta. Proprio quando stiamo per perdere la speranza, arriva
un taxi e poi subito un altro. Riusciamo ad imbarcarci tutti,
tranne Carlo e Sabrina che restano giù ad aspettarne un
altro.
Io viaggio con Vincenzo e Arturo. Evitiamo un incidente (scontro
frontale) per un pelo perché il nostro autista, non so
se perché ancora sotto gli effetti della sbronza notturna
o perché incosciente di suo, sta oltre la metà della
strada e non accenna a rientrare nella propria sede mentre l’altra
auto ci viene inesorabilmente incontro. Che spavento!!!
Troviamo il bar chiuso. Il tempo è brutto, I taxi sono
tornati indietro. Che facciamo in questo posto deserto fino alle
2? Ma Vincenzo non demorde e si mette a cercare: Poco sotto a
dove noi stiamo tristemente confabulando sul nostro destino, Vincenzo
trova una Tea House, all’apparenza molto carina. L’apparenza
rimane ma il servizio lascia molto a desiderare, lento e disastroso
e anche su quel che ci viene servito, ci sarebbe non poco da ridire.
Facciamo quattro passi sotto la seggiovia: il panorama è
bello anche se piovicchia un po’. Torniamo nel piazzale
in attesa dei taxi che dovrebbero riportarci a Ushuaia. Abbiamo
dato loro appuntamento per le due ma verranno? No, solo uno su
tre si presenta. Così 4 di noi vanno con il taxi fedele
all’appuntamento e ci carichiamo in 5 su un altro taxi che
viene lì per caso. Speriamo che non ci fermino.
Al porto. Partiamo per una escursione di 4 ore sul canale Beagle.
Siamo su una piccola barca, 12 persone in tutto, più la
guida e il capitano. Offrono mate (ma c’è proprio
ovunque!!!) tè caffé a volontà oltre ai biscotti.
Navighiamo per un’ora e mezza verso il faro, poi ci avviciniamo
ad alcuni isolotti con colonie di cormorani reali e imperiali
(ma che li sa distinguere?) e lobi (leoni marini): alcuni di questi
ultimi dormono, altri nuotano, altri tentano una lotta. C’è
molto vento fuori, fa freddo, ma nessuno riesce a rinunciare all’incontro
ravvicinato con questi animali, anche perché essendo noi
in pochi, veniamo esauditi nelle richieste di avvicinamento e
di sosta. Ogni volta che rientriamo, poi, veniamo accolti dal
caldo e da generi di conforto. Facciamo una tappa su un isolotto
dove possiamo osservare da vicino la flora. Purtroppo i nomi sono
già persi nel buio della dimenticanza. Ci sono i segni
di un insediamento yamana: non si tratta di ruderi, semplicemente
di una conformazione del terreno, un avvallamento con intorno
un rilievo, che testimoniano l’antica presenza degli indiani
in quel luogo.
La sera ceniamo al ristorante Osvaldo Polo che si rivela un po’
una delusione. Sabrina si arrabbia molto perché, dice,
le porzioni sono troppo piccole. Loro ci fanno lo sconto ma a
me, sinceramente, le porzioni sembravano abbandonanti,. Tutte
le cose possono essere viste in maniera davvero diversa!!
Arturo è scatenato: vuole che andiamo al Casinò
che si trova accanto al ristorante. Osvaldo gli fa da spalla.
Sabrina è sconvolta da questa prospettiva perché,
dice, non sarebbe proprio un’azione da turismo responsabile.
E’ vero, ma, uno ad uno cediamo di fronte alla tentazione
di provare una cosa nuova ed entriamo. Impegniamo 50 pesos ciascuno
e facciamo cassa comune. Gli uomini tanto spavaldi all’entrata,
non si buttano a giocare. Io mi rifiuto per via della sfortuna
che mi perseguita ovunque. Personalmente sono molto impressionata
da una donna alla roulette dove siamo noi. che gioca in maniera
compulsiva. Si vede che è malata. Ad un certo punto decidiamo
di smettere. Alla cassa però non ci cambiano le fisches
piccole: così qualcuno mi mette in mano due fiches. Decido
di giocarle: ne metto una ad un incrocio come fanno tutti e l’altra
decido di metterla sul 33. Che esce! Tra le vincite di prima e
quella di adesso abbiamo raddoppiato il nostro capitale!
Arturo, Osvaldo, Sabrina e Ginevra vanno al pub a festeggiare!
Le due coppie (sarà un caso?), Maria e Elda tornano a casa.
In fondo è l’ 1.30!
2 gennaio 2007
Vincenzo e io ci svegliamo tardi: facciamo tutto di corsa perché
pensiamo, ed è vero, di essere gli ultimi. Il programma
della mattinata e del primo pomeriggio è quello di visitare
musei. Il gruppo oggi si disperde: Maria e Elda partono, Sabrina
sta per conto suo. Ci ritroviamo quindi Arturo, Osvaldo, Ginevra,
Vincenzo ed io. Approfittando del passaggio davanti al Cimitero,
entro accompagnata da Vincenzo. In genere, quando posso, entro
sempre nei cimiteri dei posti dove sono. Sono convinta che ciascuno
ha dentro un piccolo pezzo di storia del paese e anche il modo
di trattare con la morte ci parla del modo di trattare con la
vita. Qui a Ushuaia resto molto colpita dalle tombe “trasparenti”:
i loculi hanno in genere una finestra di vetro al cui interno
si vede la bara. E’ la prima volta che trovo una cosa del
genere e sono un po’ colpita. Non so come interpretare la
cosa. Bisognerebbe parlare con qualcuno del posto ma mi dimentico.
E’ un modo diretto di stare a contatto con la morte? E’
un rifiuto alla separazione? E’ un modo di esprimere continuità
tra vivi e morti? Non posso continuare molto la riflessione perché
gli altri sono andati avanti e non vogliamo perderli del tutto.
Il Museo della Fin del Mundo raccoglie la storia delle tribù
che occupavano il territorio prima dell’invasione dei bianchi
(e del conseguente sterminio): Ci sono poi documentazioni del
destino di alcune navi storiche, storie di importanti conquistadores
e, infine, un po’ di fauna locale imbalsamata. L’altro
museo, invece, degli Yamana, parla della loro storia.
Andiamo a pranzo al Moustacho, scelto a caso, attirati dal bel
asado in vetrina. E’ di fronte alla posta dove siamo stati
in buon ordine e a fare una lunga fila per acquistare francobolli,
visto che vogliamo incominciare a spedire qualche cartolina senza
ridurci all’ultimo giorno dall’aeroporto come talvolta
è successo (beh! È anche capitato di portarle in
Italia!!). Al ristorante ci va molto bene: prendiamo una parilla
(piatto misto alla griglia) di carne per due e una singola di
verdura: facciamo fatica a finire il tutto nonostante siamo in
cinque!
Esce il sole ed è una festa di colori! Mi spiace dovermi
chiudere di nuovo da qualche parte ma, nello stesso tempo, mi
spiace perdere il museo del Carcere, dove siamo diretti.
Il Museo è molto grande: occupa l’intera area del
carcere, costruito a raggiera come nelle migliori tradizioni.
All’epoca è stata una colonia penale dell’Argentina:
per questo è sovradimensionato rispetto alla città
e, direi, all’intera regione. C’è un po’
di tutto: la storia di Ushuaia, modelli di navi coinvolte nella
conquista dell’America Latina, arte moderna, alcune celle
“ricostruite” con la storia di carcerati importanti
che le hanno occupate, un intero raggio lasciato come era al tempo
del funzionamento del carcere. Ovviamente non manca un grande
spazio, quello al centro della raggiera, dove c’è
il bar e l’immancabile negozio dei souvenir.
Usciamo per non fare troppo tardi. Il tempo è ancora splendido.
Vorrei fare foto ma ho il sole contro. Provo a fare le foto dalla
parte favorevole ma non mi sembra altrettanto bella. Tento di
vedere se c’è qualcosa da comprare (è inutile!
Per quanto uno possa essere critico, ci prova sempre!!!), ma il
negozio dove entriamo, molto grande, è pieno della solita
paccottiglia e io esco in 4 secondi.
Prendiamo un taxi per tornare a casa dove abbiamo appuntamento
con Osvaldo per un altro giro. Questa volta il programma prevede
la visita a una torbiera e un tentativo di vedere castori. La
prima si rivela molto interessante: a differenza dell’altro
giorno, qui possiamo camminare sopra (non so se è lecito,
ma lo facciamo): è come camminare su una spugna e si sprofonda
ad ogni passo. Spavaldamente seguiamo Osvaldo che ci porta per
un percorso piuttosto impervio: dobbiamo scavalcare steccati,
guadare qualche torrentello, camminare su una torbiera paludosa
dove è facile affondare diversi centimetri. Alla fine arriviamo
a una specie di laghetto dove ci fermiamo. Osvaldo ci offre una
merenda con l’immancabile mate, tè e dolcetti argentini.
C’è molto vento. Dante inizia un esercizio di Tai
Chi e lo seguiamo in molti. Anch’io, e trovo che sia rilassante,
tanto da rendere sopportabile il freddo che in quel momento si
fa sentire. Il vento si calma. Prendiamo la via del ritorno con
una deviazione verso il fiume dove continuiamo a sperare di vedere
castori. Mi diverto con Sabrina a camminare nel fiume solo che
lei osa di più e poi quasi mi tocca ripescarla perché
l’acqua si fa più profonda e melmosa. Dopo un altro
passaggio di una recinzione con fil di ferro, finalmente arriviamo
al posto dove c’è, visibilissima, una tana di castori.
Ma di questi, neanche l’ombra. Aspettiamo qualche minuto.
Siamo stanchi ed è tardi. Ancora un’altra recinzione
da scavalcare e torniamo verso il pulmino. C’è un
cavallo che sembra avere una gran voglia di compagnia: dapprima
ci viene incontro, poi trotta al nostro fianco. Sembra davvero
dispiaciuto quando ce ne andiamo. Entriamo nel fiume per lavare
gli stivali che sono infangati in modo indecente. Vincenzo e Osvaldo
mi tirano su dal ponte perché non voglio sporcare di nuovo
gli stivali.
Cena di pesce al Chico’s. Le porzioni sono gigantesche perché
Sabrina, dopo l’esperienza di ieri, si è premunita.
Noi ci sentiamo ipernutriti ma lei, evidentemente, ha paura che
moriamo di fame. O sa quello che ci aspetta nei prossimi giorni???
3 gennaio 2007
Meglio lavare i capelli stamane perché non so come sarà
la situazione nei prossimi giorni e qui c’è un phon
comodo. Alle 7.15 i taxi sono già sotto a prenderci e 15
minuti più tardi siamo già caricati sul pullman
di linea che ci porterà a Punta Arenas. Come al solito
mi dimentico di guardare l’ora di partenza ma, direi, verso
le 8.30. Forse è un po’ noioso e ossessivo questo
fermarsi sull’ora ma credo sia importante per dare un’idea
dei ritmi dell’Argentina. Ci offrono caffé e brioches.
Il pullman va molto piano.
A Ushuaia oggi c’è bel tempo e un grande arcobaleno
ci saluta altissimo nel cielo. C’è qualche commento
salace: di questo passo chissà quando arriveremo….
E’ un’ironia che si tramuta in profezia. Ma questo
verrà dopo. Incomincia questo lungo viaggio.
Incontriamo una delle tante cappelle dedicate alla Defunta Correa:
Sabrina ci racconta la leggenda di questa donna che fugge con
il figlioletto tra le braccia: non hanno nulla da mangiare e da
bere e lei muore di sete, mentre il bimbo si salva con il latte
della madre morta. In tutto il paese il culto viene coltivato
attraverso queste cappellette disseminate per ogni dove e le persone
portano fiori e acqua.
Paesaggio bello, immenso, piatto sotto un cielo che cambia in
ogni momento e che comunque è sempre molto basso. Si vedono
molti animali: uccelli, guanachi, pecore, cavalli, mucche, fenicotteri
rosa ed altri animali che non conosco.
E c’è vento, un vento forte, implacabile, non freddo.
Come sempre mi entusiasma e mordo un po’ il freno perché
voglio scendere dalla corriera per sentirmi il vento addosso.
La prima sosta , poco dopo la partenza, per la benzina e il bar.
Più avanti troviamo la frontiera argentina: lunga attesa
chiusi dentro il pullman, poi in fila. Ci sono due moduli da compilare.
Appena posso sto fuori: ci facciamo qualche foto ma ci vorrebbe
un filmino per dare l’idea del vento. Dopo poche centinaia
di metri c’è la dogana cilena: si ripete la trafila:
lunga attesa in bus, poi lunga coda, timbro sul passaporto: siamo
ufficialmente in Cile!!
500 metri dopo la dogana c’è un luogo di sosta dove
si può mangiare. E’ incredibile questa costruzione,
con intorno, praticamente niente. Vorrei fotografare la strada
terrosa e deserta, solo qualche raro camion e qualche ancor più
rara auto, ma mi rendo conto che le foto non rendono e, dopo la
prima, lascio perdere.
Resto all’aperto, mi piace il vento, il sole, il cielo.
Due ciclisti tentano di ripartire dopo la sosta ma non ce la fanno:
la bici di uno si rovescia continuamente e l’altro non riesce
a montare. Scambio due parole con loro. Rinunciano e vanno a ripararsi
dietro a un muretto. Quanto lunga sarà la loro attesa?
Mi sembra di essere di un set cinematografico tanto la realtà
corrisponde a quello che ho visto nei film!
Riprendiamo il viaggio. Arriviamo a Laguna blu dove dobbiamo attraversare
lo stretto di Magellano. Ma non è possibile fare la traversata:
i traghetti sono fermi perché il vento soffia a 120 km
all’ora e il mare è a forza 5. Di fronte all’imbarco
una grande fila (beh! Relativamente alla Patagonia!!) di pullman,
camion e auto. Nell’unico bar, folla di gente uscita dai
mezzi trasporto, che cerca ristoro e qualche modo di passare il
tempo dell’attesa che si annuncia lunga. Ad un certo punto
circola la voce che si partirà solo la mattina seguente
e ci si dispone, in qualche modo, a rassegnarci di dover passare
la notte in corriera.
Alle 21, dall’altra riva si stacca un traghetto. Arriva,
scarica, carica senza attracco. Si appoggia solo. Il nostro pullman
resta a terra. Altra attesa. Abbiamo tutti bisogno di un po’
di consolazione e mentre sono lì che aspetto Arturo e Osvaldo
che prendono il caffé, guardo con il cannocchiale se il
traghetto sta tornando indietro, perché l’attesa
si sta facendo più lunga del previsto. Ebbene sì,
la nave si è staccata ma sembra avanzare con grande fatica
tra onde altissime e talvolta sparisce tra gli spruzzi. Gulp!
Dovrei salire lì sopra??? Mi viene mal di mare al solo
pensiero! Stavolta partiamo. Sabrina bacia la terra, io ho paura
di star male. Per colmo di tensione, appena saliamo perdo di vista
Vincenzo che non trovo più fino allo sbarco Mi trovo lontana
anche dagli altri del gruppo anche se li ho a portata di vista
se non di mano. In realtà fila tutto liscio: forse perché
il vento è calato, forse perché stiamo andando a
favore, la traversata è tranquilla.
Scendiamo. Il vento è ancora forte e una grossa palla rossa
all’orizzonte attrae la nostra attenzione e curiosità:
è il sole o la luna? La palla comincia piano piano a salire.
E’ quindi la luna, che ci segue in questa notte che sembra
non diventare mai del tutto buia. E io, che voglio vedere le stelle.
Ancora due ore e mezza di pullman, qualche strano controllo. Arriviamo
a Punta Arenas all’1.30. Sabrina è preoccupata che,
viste le 5 ore di ritardo, non ci sia il pulmino ad aspettarci.
Invece c’è! E ci porta in uno strano albergo con
camere microscopiche sovraccariche di letti e di fronzoli. Fa
freddo e siamo stanchissimi. Sprofondiamo nel sonno.
4 gennaio 2007
Ad aspettarci con il pulmino ieri sera c’era Eduardo, che
sarà la nostra guida nei prossimi giorni. Ovviamente c’era
anche l’autista. La cosa divertente è che mentre
Vincenzo dava una mano a scaricare i bagagli dal pullman mi ha
chiesto di badare ai nostri. Mentre ero lì in guardia vigile,
arriva uno che prende i nostri zaini e li va a “buttare”
in quello che a me sembra un cassonetto della spazzatura. Mi allarmo
molto e vado per protestare, ma mi accorgo che si tratta del carrello
portabagagli annesso al pulmino.
All’ora convenuta, Eduardo si presenta puntualissimo a prelevarci..
Appena caricati, ci saluta “buenos dias. Mi nombre es Eduardo.
Bienvenidos ne la Patagonia Cilena”. Eduardo si mostra poco
interessato, e ce lo dice, a stare a lungo a Punta Arenas. Dice
che lui è un uomo di montagna e che in città non
sta per niente bene. Con questa premessa, la visita a Punta Arenas
si riduce a un giro in pulmino, una sosta nella piazza (dove tutti
andiamo in banca a prendere pesos cileni). Per la prima volta,
da quando sono partita, ritiro soldi con la mia tessera pre pagata
e tutto funziona a meraviglia., con mia grande soddisfazione .
Facciamo qualche foto al monumento di Magellano con relativo bacio
al piede perché, vuole la tradizione, questo assicura il
ritorno su questa terra. Saliamo, sempre con il pulmino, al Mirador
da cui possiamo vedere l’intera cittadina con i suoi tetti
colorati, il porto e le navi.
Si parte verso Puerto Natales. Vincenzo suggerisce di fermarci
a Villa Tehuelches interessato a capire di più di un esperimento
di cooperativa sorto nel 1966 come prototipo delle comunità
rurali che avrebbero dovuto sostituire i latifondi. Siamo tutti
incuriositi e, inoltre, questa sosta ci sembra molto in linea
con il nostro viaggio solidale. In Comune il segretario e un funzionario
ci illustrano la storia di questa iniziativa che non è
stata l’unica in Cile ma è la sola sopravvissuta.
Adesso ci sono 600 persone, con una sproporzione enorme tra uomini
e donne: rispettivamente 500 e 100 dovuta al fatto che le donne
preferiscono stare in città dove e’ più agevole
far studiare i figli.
Ci consigliano di andare a pranzo nel ristorante del sindaco,
una quarantina di km avanti. Nonostante alcune resistenze da parte
del gruppo, decidiamo di andare e risulta un’esperienza
interessante. Il sindaco un omone grande e grosso, con madre 94enne
è un tipo incredibile, ci accoglie con una grande festa
e ci mette su, a tutto volume, un disco di Pavarotti. Già,
spiace dirlo, io non impazzisco per la lirica, e poi lì
e al massimo volume possibile, mi guasta un po’ la festa.
Come posso, appena posso, lo dico e, visto che non sono la sola
infastidita, la musica cambia. Il pranzo è interessante.
La musica argentina mette voglia di ballare ai due proprietari,
madre e figlio, che si esibiscono in un divertente balletto. Baci
e abbracci e ce ne andiamo, con il sindaco fuori a salutare sbracciando
e la madre alla finestra. Che strani questi incontri di pochi
minuti o di poche ore, che pure lasciano un segno o una specie
di dispiacere nel lasciarsi!
Arriviamo a Puerto Natales. Ci sistemiamo in un albergo con camere
decorose anche se i proprietari, soprattutto la donna, non ispira
molta simpatia e non sembra molto disponibile. Abbiamo appena
il tempo di deporre i bagagli perché c’è un
incontro con Eduardo per mettere a punto gli ultimi preparativi
per il trekking alle Torri del Paine. Si rende necessario uno
shopping: Vincenzo e Osvaldo devono comprare almeno una maglietta
“tecnica”, Arturo un paio di occhiali, e io un paio
di pantaloni impermeabili.
Sbrigate velocemente queste incombenze, facciamo un giretto verso
il lago dove numerosi cigni dal collo nero, nuotano a gruppi.
C’è un bel panorama, si vedono bene le montagne e
c’è sole e vento.
A cena gira un po’ di tensione nel gruppo. Forse il trekking
ci preoccupa un po’, abbiamo paura di non farcela. Qualcuno
minimizza dicendo che in fondo sono delle passeggiatine, qualcun
altro dice che va beh, ci si può fermare, che tutti non
devono fare tutto…. Dobbiamo ancora preparare gli zaini
ed è già tardi.
5 gennaio 2007
Finalmente alle 8 in punto si parte. L’avventura continua.
Dopo solo un’ora di viaggio verso le Torri del Paine, Eduardo
ci invita a una sosta. Un bar è sempre un’attrazione
e c’è anche qualcosa di artigianato. Ma la sosta
si prolunga un po’ troppo!! Infatti… si è rotto
il pulmino!! Eduardo e Sabrina, super efficienti, mentre noi ci
dipingiamo scenari piuttosto neri, trovano in men che non si dica
un passaggio per tutti noi su un pullman di linea che va verso
le Torri. Veniamo scaricati all’ingresso del Parco. La nostra
meta però è qualche chilometro più avanti
dove inizia il vero percorso a piedi. Intanto ci incamminiamo
fino a quando un pulmino ci raccatta e ci porta a destinazione.
Passiamo per un ponte di ferro incredibilmente stretto e non si
riesce a capire come riescano a passare i pulmini, unici mezzi
autorizzati a questo percorso.
Partiam partiamo! Zaini in spalla e si và. E’ una
giornata da togliere il fiato, bella e calda. Sono decisamente
vestita troppo. Con la mia eterna paura di morire di freddo, finirò
per morire di caldo.
Lo spettacolo è grandioso con una luce splendida che lo
rende ancor più incantevole e questo mi consola della fatica
che sto facendo. Arranco su, piano piano, invidiando gli altri
che mi sono tutti davanti e non sembrano in difficoltà
come me. Mi consola il pensiero che so che faccio tanta fatica
il primo giorno. Poi mi ‘abituo’ e vado come un treno
(italiano!!)
Poi succede il guaio. Ovviamente a me. Vincenzo che mi ha aspettato,
ora mi cammina dietro. Ad un certo punto dice “orrore orrore”!
Cosa c’è? Cosa ti succede ? chiedo allarmata. “Non
a me! A te! Si stanno rompendo gli scarponi!!! Guardo e la cosa
non mi sembra grave: un taglietto. Ma Vincenzo sa quello che io
non so: da lì a poco le suole delle pedule cominciano a
disfarsi, si sbriciolano, come se fossero scoppiate.
Inizia una serie di telefonate (via radio, perché i cellulari
non funzionano) per sapere come affrontare il problema, visto
che io, in queste condizioni, non posso continuare il giro. Si
decide che la cosa migliore da fare è che io torni a Puerto
Natales a comprare un altro paio di pedule. Eduardo e Sabrina
mi hanno trovato un passaggio con una compagnia di australiani
che, finito il trekking, stanno tornando alla base. Vincenzo mi
accompagna alla fermata dei pulmini. Sono tristissima, arrabbiata
e anche un po’ in ansia per come me la caverò da
sola a Puerto.
Il viaggio con il pulmino risulta interessante: ci fermiamo prima
a visitare un villaggio turistico i cui alloggi sono costituiti
da tende anche se dentro hanno letti normali. Fuori, orribili
disegni di indiani. La giornata continua ad essere splendida.
Le poche nuvole sono bianchissime e basse e spiccano contro un
cielo di un blu intenso. Gli australiani si fermano spesso per
le foto: ci sono gruppi di guanaco ovunque. Una enorme mandria
di mucche con vitelli ci blocca per almeno un quarto d’ora
perché hanno invaso la strada e la quantità è
tale per cui i cani e due gauchos a cavallo fanno fatica a liberarci
il passaggio. Poco dopo, solo un po’ più piccolo,
un gregge di pecore. Mi mangio le dita perché ho lasciato
la macchina fotografica a Vincenzo: una super compatta che non
mi sarei neanche accorta di averla. Ma perché faccio sempre
queste scemenze!???? (Evitate il coro: perché sei scema!!
Lo so da me!!!)
Arrivo in albergo alle 7.35. Sono scesa con gli australiani davanti
al loro albergo e, stranamente, mi sono orientata da sola. Corro
a comprare un paio di pedule (i negozi chiudono alle 8). Per fortuna
trovo qualcosa che mi sembra possa andare bene. Indosso subito
gli scarponi nuovi: i miei, ormai, non hanno più suola!
Cammino per il paese con l’intento di provarli. Compro uno
spazzolino da denti perché il mio è rimasto al Paine.
In albergo sono molto antipatici: mi chiedono subito i soldi (da
notare che abbiamo lasciato in deposito tutti i bagagli non strettamente
necessari per il trekking, e torneremo a dormire lì alla
fine del giro!). Comunque è il modo che mi infastidisce
oltre al fatto che si intascano i soldi senza alcuna ricevuta
e senza mettere nessuna nota accanto al mio nome. Speriamo che
non me li richiedano!
Maneggio un po’ con i bagagli: decido di portarmi un paio
di scarpe di riserva se le pedule nuove dovessero farmi male e
mi prendo qualche camicia che mi protegga il collo dal sole.
Penso a Vincenzo: cosa avrà fatto dopo la mia partenza?
E gli altri? Il cellulare resta muto. Decido di farmi una doccia
e di andare a dormire presto. La sveglia è fissata alle
6.
6 gennaio 2007
Alle 6.30 sono pronta in reception ad aspettare Renato, il nostro
autista di ieri, che dovrebbe passare a prendermi. Sono un po’
agitata: Renato ha capito che ci sono io da prelevare? E si ricorderà?
Man mano che passano i minuti divento sempre più agitata
ma so che, comunque una soluzione la troverò e quindi mi
rilasso. Inoltre le cameriere del Los Pinos, più simpatiche
e premurose della padrona, insistono perché faccia colazione
anche se non è ancora l’ora stabilita e la padrona,
a fronte della richiesta spontanea del marito (io non me lo sarei
mai sognato di domandarlo!) ha detto un tassativo NO!.
Alle 7 arriva Renato: Parliamo tutto il tempo, cioè due
ore. Siamo da soli, perché sta andando a prelevare un gruppo
al parco del Paine. Renato mi racconta di essere “criollo”
eche sua madre è mapuche. E’ simpatico: quando gli
chiedo cosa fa durante i mesi invernali e non è stagione
di lavoro con il pulmino, dice che va in letargo, come gli orsi.
Un condor ci vola basso e lentissimo sopra la testa, librandosi
nell’aria con le sue grandi ali tese. Renato dice che si
ferma per farmelo fotografare e a me viene quasi una sincope.
Incontriamo un altro gruppo di mucche con i gauchos a cavallo
e nel lago, le torri del Paine, si specchiano nitide, cosa che,
a detta dell’autista, avviene molto raramente. Sul fondo,
un enorme gruppo di fenicotteri rosa. Renato mi chiede se voglio
fare una piccolissima deviazione per fotografarli da vicino e
io vorrei prendermi a sberle ma mi limito a ricordargli che non
ho con me la macchina fotografica.
Non è finita: sul ciglio della strada, nel senso opposto
al nostro, c’è una macchina ferma. Renato si ferma
pensando a qualche problema. No, ci sono tre volpi che hanno acchiappato
una preda e se la stanno sbranando. Un piccolo, forse reso meno
sicuro dalla nostra presenza, cerca di avvicinarsi al gruppo ma
poi si allontana, continuamente combattuto fra desiderio e di
partecipare al banchetto e paura.
Arrivo finalmente al rifugio dove gli altri hanno dormito. Sul
prato accanto, due guanacos pascolano beatamente. Vincenzo e gli
altri mi fanno festa anche se dopo, quando racconto il mio viaggio
con gli australiani, mi dicono di piantarla, che ho stufato abbastanza
con questi australiani. Osvaldo vuole andare a cavallo ma viene
pesantemente disarcionato. Per fortuna non si fa male ma si spaventa
a sufficienza come si spaventa chi vede la scena. A quanto pare
questi cavalli o non sono tranquilli o non hanno la giornata buona,
perché, poco dopo, si agitano e buttano giù la palizzata.
Ci prepariamo i panini per il giro con crema di avocado, palmito
e formaggio, poi ci sono barrette di cioccolato e di cereali,
più un gran sacchetto di frutta secca , una pesca e acqua.
Ciascuno di noi è fornito di una busta di plastica in cui
deporre tutta questa abbondanza prima di infilarla nello zaino.
Qualcuno, dimentico del nostro viaggio di turismo responsabile
e sostenibile, pensava che ci sarebbe stata una busta nuova ogni
giorno e così l’ha buttata incautamente: ora se la
va a ripescare buono buono da dove l’aveva gettata.
Incomincia il cammino verso il rifugio Los Cornos che è
la nostra meta di oggi .Il cammino è facile, un po’
lungo, tutto su e giù. Eduardo è simpatico e bravo.
Si dà un sacco da fare. Ogni tanto lancia il suo”Bienvenidos
en la Patagonia cilena. Mi nombre es Eduardo” Così,
per ridere. Ha la stoffa dell’intrattenitore. Ad una sosta,
in maniera molto divertente, si mette a fare una lezione di geologia
che scandalizza Ginevra che, essendo agronoma, è piuttosto
ferrata in queste cose. Gli altri, o più ignoranti o più
tolleranti, passano sopra alle inesattezze della spiegazione e
si godono lo spettacolo.
Il paesaggio è magnifico. Il lago Nordeskjold, dal nome
così poco latino, è di un intenso verde smeraldo
che ha dell’incredibile. C’è una luce molto
intensa, una vastità sconosciuta. Sono contenta di essere
qui. Incontriamo due donne, madre e figlia che gli altri hanno
già visto ieri sotto le Torri. Sono di Brescia: la madre
ha 44 anni, la figlia 22. Di primo acchito, quasi non si capisce
chi è la madre e chi la figlia. Sono qui da sole e stanno
facendo più o meno il nostro giro, con tenda e tutto.
Al rifugio, Eduardo ci offre un aperitivo. Mi prende in giro perchè,
dice, per causa mia, si è dovuto portare tutto il peso
delle bottiglie anche oggi. La sensazione che abbiamo un po’
tutti è che stiamo sempre mangiando. Questo non ci impedisce
di apprezzare le olive, i salatini, il camembert e il vino che
Eduardo ci offre. C’è una bella aria giocosa tra
noi e c’è una bella aria in senso meteorologico.
Sembra superato il problema delle tende: soprattutto Arturo è
andato in crisi nel vedere quanto sono basse e strette. E’
davvero difficile pensare di dormire in due. D’altra parte
le dimensioni devono essere così ristrette, dicono, per
via del vento e, visto che il rifugio è pieno, non ci sono
alternative al dormire lì. Ginevra si offre per andare
a dormire con Osvaldo, lasciando a Arturo la tenda singola. Ironia
a nastro su i possibili intrallazzi tra Ginevra e Osvaldo ma,
d’altra parte, ce ne sono un sacco anche su Arturo e Osvaldo.
Il rifugio è stracolmo, direi soprattutto di americani
chiassosi come gli italiani. Gli altri gruppi, invece, non si
sentono. Ceniamo in pieno sole: la vetrata del rifugio fa un effetto
serra per cui è davvero caldo. Eduardo si fa in quattro
per farci servire alla svelta.
Andiamo a fare due passi al lago che si trova appena sotto il
rifugio. Man mano che il sole cala, si accendono i colori intensi
del tramonto e una luce rosata illumina le cime del Paine che
ci circondano. Finiamo la serata al tavolo della nostra tenda
bevendo pisco (di cui Sabrina ha portato una scorta) e mangiando
frutta secca e cioccolato svizzero che, finalmente, riusciamo
a scucire a Ginevra che – dice – non l’aveva
portato per noi.
7 gennaio 2007
Oggi, almeno da programma, è la giornata più dura.
Partiamo dal campeggio verso le 8.30, mezz’ora di ritardo
rispetto al previsto. La prima tappa è il Campamento Italiano
a due ore abbondanti di tragitto. Il Campamento è un luogo
dove si piantano le tende. Non c’è un rifugio: solo
una piccola e molto maleodorante costruzione con un cesso per
i maschi e uno per le femmine; all’esterno di questa costruzione
1 rubinetto per l’acqua. Nient’altro. Poco più
avanti c’è una sede di guardia parco. Lì lasciamo
(all’aperto) gli zaini pesanti e prendiamo quelli leggeri.
Possiamo fare questa operazione perché ora faremo una deviazione
nella valle del Frances, con necessario ritorno al questo campamento
per riprendere la strada verso il camping dove trascorreremo la
notte.
Continuiamo ad essere benedetti dal bel tempo. Buona parte del
percorso è dentro a un bosco e questo aiuta perché
al sole fa molto caldo. La strada è su e giù. Lasciato
il campamento italiano procediamo verso il campamento britannico.
Ci fermiamo a un mirador dove, incantati da una vista a perdita
d’occhio, ne approfittiamo per fare la nostra colazione
al sacco che Eduardo ci procura ogni giorno. Se prima il percorso
era su e giù, adesso non saprei come definirlo: c’è
una valletta dietro l’altra, come se ci fossero mille cammelli
allineati e un topo dovesse percorrere tutte le loro gobbe procedendo
sulle sommità.
Arriviamo al campamento britannico dove incontriamo le due donne
di Brescia già sulla strada del ritorno (loro questa notte
hanno dormito al campamento italiano e quindi hanno due ore di
vantaggio rispetto a noi). Continuiamo verso il Mirador: c’è
un giro di montagne a 360°, le montagne sono bicolori, chiare
sotto con l’ultimo pezzo nero, lo sguardo si perde nella
vastità del panorama e nell’infinità dei colori.
E c’è vento. A passo agile, ci raggiunge Dante. Eduardo
ci dice e ridice tutti i nomi delle montagne ma la sua, poveretto,
è una fatica sprecata. Sopra di noi un altro mirador: una
specie di lunga parete orizzontale dove, minuscole, si vedono
le poche persone che hanno avuto fiato e coraggio per continuare
il cammino fin là.
Senza grande fatica torniamo al campamento italiano, fermandoci
a fare qualche foto al primo mirador attirati dallo spettacolo
e dalla luce. Mentre ci riposiamo una mezz’ora e ripristiniamo
gli zaini grandi, Eduardo che è molto su di giri ci canta
la canzone della polenta: lui dice che è una canzone italiana
che gli hanno insegnato a scuola. In realtà è in
un italiano spagnoleggiante o in uno spagnolo italianeggiante.
Comunque è divertente per il ritmo e perché è
mimata.
Riprendiamo il cammino. Abbiamo sulle spalle 9 ore di cammino.
Per essere precisi, abbiamo sulle spalle un certo numero di kg
di zaini e nelle gambe le ore di cammino. Il percorso che ci attende
ora è facile ma lungo lungo lungo. Ci consola la vista
dell’ambiente intorno, il colore del lago, le chiacchiere
che facciamo (con noi ci sono anche le donne di Brescia) ma che
fatica. Ad un certo punto mi rendo conto che l’andatura
tranquilla è più faticosa di un passo spedito. Accelero,
come fa Arturo, raggiungendo Eduardo che è andato avanti.
L’arrivo al camping Paine Grande è salutato da tutti
come una benedizione perché siamo stravolti dalla stanchezza.
Sabrina dice che ha i piedi letteralmente lessati e Ginevra afferma
che è una questione di sopravvivenza mettere i piedi a
bagno nell’acqua del lago su cui si affaccia il camping
con relativo rifugio. Io vorrei sdraiarmi e dormire fino a domani
mattina.
Arturo, Osvaldo Anna e Dante sono beatamente sistemati in rifugio
che è grande, nuovo e ha un’aria molto confortevole.
Gli altri, me compresa, sono in tenda. Il tempo non è male
ma dalla montagna grosse nuvole nere sembrano minacciare pioggia.
Sono preoccupata per i bagagli: in nessun modo possono entrare
in tenda (salvo che usciamo noi!). Vorrei chiedere a Arturo se
ce li tiene, ma Vincenzo si oppone perchè sono già
quattro in stanza e, come sempre, per Vincenzo chiedere aiuto
è quasi un’onta.
Non ho voglia di cenare e ho convinto Vincenzo a lasciarmi in
tenda. Non ho fatto i conti con Arturo, però, che viene
a chiamarmi perché trova assurdo che stia tutto il tempo
lì. Reagisco e vado a farmi la doccia. Cioè, tento
di andare. Trovo le docce inagibili e mi rifiuto di usarle. Mi
deprimo ma tento di reagire di nuovo e raggiungo i miei compagni
di viaggio che hanno finito la cena. Scopro che nel rifugio le
docce sono decorose e quindi ne approfitto.
Andiamo al bar. C’è molta gente. Si beve, si gioca,
c’è musica. Dopo poco decido di andare a dormire.
C’è un’aria troppo cittadina che non sopporto
qui.
8 gennaio 2007
Il programma di oggi è più tranquillo: solo trasferimento
da un campeggio ad un altro, costeggiando il lago Gray. Il percorso
è sempre su e giù.. Incontriamo per l’ultima
volta la coppia madre e figlia di Brescia che sono di ritorno
dal Mirador. Loro oggi hanno il battello per tornare a Puerto
Natales E domani l’aereo che le porterà ad Ushuaia.
Eccoci al Mirador: una vista stupenda sul lago e sul ghiacciaio
Gray. Abbiamo dovuto imbacuccarci per arrivare quassù perché
tira un vento fortissimo, di quelli che ti portano via. Ci fermiamo
il tempo di qualche foto ma anche per contemplare il paesaggio
che è magnifico, aiutato dallo spettacolo del cielo con
il gioco di nubi, di luci e di colori. Solo non possiamo restare
per il pranzo: per questo ci cerchiamo un posto riparato più
a valle, vicino a un corso d’acqua dove possiamo riempire
le nostre bottiglie.
Ricomincia il saliscendi verso il rifugio Gray. L’ultima
parte è molto in discesa e piena di fango, oltre a una
serie di torrenti e torrentelli che dobbiamo attraversare. Alcuni
hanno leggeri ponti sospesi, altri qualche masso di appoggio,
talvolta con una corda a cui aggrapparsi.
Guardo con una certa compassione quelli che arrivano nel senso
contrario al nostro anche se alcuni, specialmente giovani, vengono
su con passo baldanzoso da far invidia agli stambecchi. Ci sono
tanti giovani, anche ragazze (non è vero, quindi, che sono
tutti lavativi!). Ma ci sono anche gruppi di mezza età
(come noi!), soprattutto americani, che marciano con un certo
onore. Come dire: anche noi stiamo facendo la nostra bella figurina.
Arriviamo al rifugio Gray piuttosto presto. Ci sistemano tutti
e 8 nella stessa stanza che ha 4 letti a castello. Sabrina va
in crisi perché, dice, non è abituata a dormire
in questa situazione. Beh! Non è che a noi capiti ogni
giorno una condivisione così massiccia del sonno, ma una
crisi è una crisi e va rispettata. Il bravo Eduardo procura
una tenda per Sabrina e così noi guadagniamo un letto dove
appoggiare un po’ di roba.
Non funzionano le docce delle donne: si deve andare tutti in quelle
degli uomini. Arturo, Osvaldo, Vincenzo e Ginevra vanno subito
a un altro mirador, anche questo su ghiacciaio, dove, ci raccontano,
hanno dovuto arrampicarsi su rocce. Io resto con Anna per un relax
di chiacchiere, fino a quando ci viene voglia di incamminarci
anche noi verso il mirador. Ovviamente ce ne guardiamo bene dal
chiedere informazioni, così finiamo per inerpicarci per
un sentiero proprio sopra il lago che non porta a nulla. Torniamo
sui nostri passi e, dopo qualche altro tentativo infruttuoso di
trovare la strada da sole, Anna chiede qualche dritta. Un ragazzo
gentilissimo che sta sistemando la spazzatura, ci porta fino all’imbocco
del sentiero. Poco più avanti incontriamo Dante che se
ne era andato solo soletto e si offre di accompagnarci un pezzo.
Oggi sono sul pigro andante e non avrei molta voglia ma il timore
di perdermi qualcosa di bello mi spinge avanti. Arriviamo di fronte
al ghiacciaio con le sue pareti alte e frastagliate che si buttano
nel lago. Alle spalle ci sono iceberg sui quali l’acqua
ha scavato delle “grotte” che sono di un azzurro intenso.
Come si fa a fotografare il vento, il sole, i suoni, i colori
? Che senso ha appiattirli dentro una foto?
Torniamo in fretta al Rifugio perché siamo prenotati per
il turno di cena delle 7. Un minestrone molto liquido, uno spezzatino
(di non so che. Preferisco non chiedere) con piselli e granoturco
e, ancora puré di piselli. Due fette d’ananas come
dessert. Da bere, oltre all’acqua servono succo d’arancia
e di ananas che sono buonissimi e io ne bevo in quantità
industriale.
Dopo cena abbiamo la riunione all’Ufficio delle passeggiate
su Hielo dove ci illustrano il programma di domani, ci provano
l’imbragatura e i ramponi e ci assegnano il nostro zainetto.
A fare da guida ci sono due ragazzi con un’espressione dolcissima,
uno in particolare e mi dispiace di non avere la possibilità
linguistica di parlare più a lungo con loro.
Torniamo in Rifugio a bere qualcosa. Vicino a noi, un gruppo di
svizzeri tedeschi che lo scorso anno sono stati sul Kilimangiaro.
Uno, seduto proprio al mio fianco, ha vissuto qualche mese a Firenze
e se la cava egregiamente con l’italiano.
Alle 22.40 ci avvisano che fra venti minuti tolgono la luce. Ci
affrettiamo per cercare di arrivare in bagno e di lavarci i denti
non al buio pesto.
9 gennaio 2007
Come era previsto, il tempo è brutto, grigio. Questo è
un duro colpo alla mia già scarsa voglia di andare sul
ghiacciaio. Non mi piace il freddo, il gelo, non mi piace stare
fuori nella pioggia. Dico queste cose a Vincenzo che è
disponibile a lasciarmi al rifugio. Il problema, semmai, è
cosa faccio tutto il giorno da sola. Ma qualcosa si trova sempre,
direi. Anna mi dà una spinta a non rinunciare. Grande discussione
sull’abbigliamento perché le previsioni sono brutte
,e questo vuol dire grande freddo. Ma, se per caso venisse bel
tempo, ci potrà essere troppo caldo. Vale la solita regola
del vestirsi “a cipolla”, cioè a strati anche
se sarà un problema spogliarsi con l’imbragatura
addosso.
Finalmente ci avviamo. Una barca ci porta al battello, ancorato
più avanti. Siamo così fortunati da vedere da vicino
una paretona di ghiaccio cadere nel lago. Ci dicono che il ghiacciaio
Gray è lungo 27 chilometri e largo 8 ma, dicono, che si
sta riducendo molto in questi ultimi anni e parlano di cifre impressionanti.
Dal battello alla scialuppa e dalla scialuppa a terra. In questo
passaggio cado perché la barca si allontana troppo e calcolo
male il passo. Non mi faccio niente: mille mani soccorrevoli mi
tirano su ma questo non influisce in maniera positiva sul mio
umore che è sempre più nero.
Dietro una grande roccia si lasciano le giacchette salvagente
e si prendono le piccozze. Si cammina per 10 – 15 minuti
fino all’inizio del ghiacciaio dove si indossa l’imbragatura
e si mettono i ramponi. Insieme a noi c’è un gruppo
di americani.
La sorpresa è che la passeggiata non è così
piatta come me l’aspettavo (avevo in mente i ghiacciai della
Marmolada e del Gran Paradiso): Qui il ghiacciaio è molto
mosso, tutto un su e giù anche se non è frastagliato,
per fortuna, come le pareti che ci stanno di fronte. Nei crepacci
l’azzurro è molto intenso e spicca contro il bianco
della superficie. C’è anche una cascatella. Ho un
po’ di paura fino a quando scopro che i ramponi tengono
davvero e allora comincio a divertirmi.
Si fa fatica a camminare con i ramponi: si deve procedere a gambe
larghe e si deve calcare il passo per permettere ai ramponi di
fare presa.
Il tempo che all’inizio era grigio uniforme e non dava molta
speranza di cambiamento, comincia a poco poco volgere al bello.
Quando ci fermiamo a mangiare c’è il sole. Prendo
in giro Sabrina perché mi aveva detto che ero “eccessiva”
stamane, quando, per tirarmi su, avevo esclamato “verrà
un sole stupendo!” Arturo mi dice che ormai ho dimostrato
di essere fortunata e mi fa una certa impressione trovarmi con
questa fama io che ho sempre pensato che tra me e la fortuna non
c’è e non c’era mai stato neppure un vago sfioramento.
Mentre si fa la colazione al sacco, uno alla volta si passa sotto
una grotta “azzurra” molto bella a vedersi. Le guide
fanno una foto a ciascuno. Mi rifiuto di passare e Vincenzo si
rifiuta di farsi fare la foto.
A proposito di guide: sono tre e danno l’impressione di
essere tre cani da pastore che devono darsi un gran da fare su
e giù per tenere a bada un piccolo gregge disordinatissimo.
C’è un russo che non ne vuol sapere di stare in fila
e c’è un ragazzetto di 9-10 anni assicurato con una
corda a una guida ma questo non basta a salvarlo da una brutta
storta. Il capo delle guide è piuttosto rude ma molto efficiente.
Gli altri due ragazzi sono quelli che ieri sera mi hanno colpito
per la dolcezza del viso. In particolare uno, Nico, di cui vorrei
prendere una foto, così, per ricordarmelo. Purtroppo la
foto che faccio, all’ultimo momento, viene molto mossa.
Peccato
Dopo pranzo è in programma la scalata a una parete di ghiaccio
per chi vuole cimentarsi in questa avventura. In cima alla parete
vengono fissati i chiodi di sicurezza per le corde. La scalata
implica 5 movimenti: piccozza, piccozza , piede, piede e bacino.
Arturo va su come una scimmia, Dante e Osvaldo hanno qualche difficoltà.
Bene anche Sabrina e Ginevra. Nessun problema per Vincenzo, ovviamente.
Io resto giù. Fra l’altro piove o nevica, non si
capisce bene, e io scalpito lì, ferma, bagnata fradicia,
fino a quando mi rendo conto che posso passeggiare e divertirmi
a fare qualche su e giù lì nei dintorni a prendere
sempre più confidenza con la tenuta dei ramponi.
Intanto il tempo continua a cambiare e, forse per la prima volta,
ci rendiamo conto che è vero quello che si dice : in Patagonia
ci posso essere le quattro stagioni nello stesso giorno.
Torniamo facendo a ritroso i percorsi e i riti dell’andata.
Attraversiamo il lago Gray dove, all’altezza del nostro
rifugio, veniamo raggiunti da Eduardo con tutti i nostri zaini.
Arrivati al porto, ci carichiamo in spalla i bagagli e camminiamo
verso il pulmino che ci aspetta. Intanto abbiamo raccolto 10.000
pesos a testa per la mancia al nostro bravo Eduardo.
Ci fermiamo a fare foto in questa spiaggia che, dice Arturo, sa
di irreale. Entriamo poi in un bosco, anche questo storto e magico,
come tutti i boschi di Patagonia.
Sono un po’ in tensione perché si sta facendo tardi
e i cellulari non funzionano. Il motivo della mia agitazione è
che a Puerto Natales ci dovrebbero essere i Duella in vacanza
in Cile, venuti apposta per incontrarci. Sarebbe davvero un guaio
se arrivassimo troppo tardi o se si rompesse ancora il pulmino.
Victor, l’autista, ogni tanto si ferma a controllare le
gomme e questo mi agita ancora di più.
Eduardo davanti non si fa più sentire. Non c’è
più lo scherzoso “bienvenidos…..” né
altro. E’ come se avesse finito il suo compito e avesse
ormai chiuso con noi. Per calmare l’ansia cerco di dar corda
a Ginevra che vuol cantare e continuo a guardare il paesaggio
fuori, quasi a volermelo stampare dentro.
Nonostante l’incredulità di Arturo, i miei amici
Patrizia e Guido con i figli Matteo e Silvia, insieme a una coppia
di loro amici, arrivano a Puerto Natales pochi minuti dopo di
noi. Che bello! Che bello! Siamo alloggiati nello stesso hotel.
Baci e abbracci.
Andiamo a cena al ristorante Don Jorge alle 22.30. I Duiella festeggiano
proprio oggi il loro 25° di matrimonio. Viene fuori una serata
molto divertente. Loro hanno portato una torta per festeggiare
e noi offriamo il vino per il dolce. Facciamo davvero molto tardi.
10 gennaio 2007
Giornata di trasferimento. La banda dei Duiella parte per un’escursione.
Si fermeranno qui 2 giorni. Il nostro programma, invece, prevede
l’arrivo a Calafate che è la nostra prossima meta.
C’è una certa confusione al mattino per via che non
è chiaro dove partano i pullman. Dobbiamo prendere i taxi
e affidarci a loro. Solite formalità d’imbarco e
poi si parte.
Incontriamo presto la frontiera cilena, seguita da quella argentina.
Solite code, timbri, controtimbri, etc. Ma succede una cosa divertente.
Sale sul nostro pullman un doganiere che si presenta, certo Gasparin
(il cognome parla della sua provenienza!) e passa tutti i portapacchi
aprendoli e chiedendo a ciascuno se porta droga o vegetali. E
tutti, ovviamente, a rispondere no. Il che ha tutta l’aria
di una scena surreale. Non contento, il doganiere fa una specie
di appello con qualche simpatico commento sul paese di provenienza
delle persone o sul nome. Così scopriamo che con noi viaggiano
francesi,sloveni, belgi, turchi, spagnoli… un mondo intero.
Molti sono giovani.
Il paesaggio è la Patagonia come uno se la immagina: paesaggio
immenso, cielo basso molto cangiante, pecore a perdita d’occhio
che a un certo punto spariscono, qualche gruppo di guanaco. Una
specie di deserto punteggiato da cespugli e sullo sfondo, lontane
ma nitide, le montagne del Paine e delle Ande.
La strada è polverosa, deserta. Non un’auto ci incrocia,
non una ci supera per chilometri e chilometri. Nessuna casa. Solo,
di tanto in tanto, una stazione di polizia.
Non mi stanco di stare a confronto con questa immensità:
una botta di infinito in questa nostra finitissima vita.
Arriviamo a Calafate verso le 14. L’hotel è un po’
finto, come tutto il paese. Questa cittadina è il punto
più turistico della Patagonia e purtroppo ci parla di quello
che sarà il futuro di questa terra appena arriverà
il turismo di massa.
Dopo una lunga trattativa su cosa fare in questa mezza giornata
che abbiamo davanti, decidiamo, molto prosaicamente di andare
a mangiare. Mi faccio attrarre da una insalata mista che mi servono
ghiacciata con il risultato di mettermi di pessimo umore perché
mi gela dentro e fuori. Tutti insieme prendiamo un piatto freddo
con specialità patagoniche che significa roba affumicata.
Per la spesa di domani, gli immancabili panini, ora che non c’è
più Eduardo che provvede per noi, incarichiamo Dante accompagnato
da Arturo che ha la funzione di porteur senza diritto di parola.
Non credo sia un’impresa facile per Arturo stare zitto ma
pare che, più o meno, dice Dante, ci sia riuscito. Vincenzo
e io abbiamo l’incarico di comprare il pane. Eseguite le
incombenze, ci troviamo tutti in albergo in attesa del pulmino
che ci porta alle grotte di del Gualicho.
Il pulmino arriva con almeno 45 minuti di ritardo, quando ormai,
molti di noi avevano perso le speranze di vederlo spuntare. Arriviamo
in un posto bellissimo, in riva al lago Argentino: sullo sfondo
ci sono montagne e nel cielo un gioco incredibile di luci e di
nuvole verso il tramonto.
Le cuevas (grotte), sotto alte pareti rocciose scolpite dal vento,
non sono così interessanti, ma forse qui è implicato
il mio tepore di fronte a questi segni del passato che non si
sa quanto siano veri e quanto, invece, siano “ricostruzioni”
per turisti polli.
Durante il tragitto di ritorno, dopo aver preso un tè che
mi ha riscaldato, mi faccio rapire dal cielo che è di una
bellezza che fa male: ci sono nubi verticali e il sole splendente
che sembra non voler mai arrivare all’orizzonte nonostante
siano le 9 passate.
Nella breve sosta all’hotel, Arturo si accorge che c’è
odore di gas nella stanza che condivide con Osvaldo. I padroni
dell’albergo non sembrano molto impressionati e intervengono
come se fossero abituati alla cosa. Usciamo per ritirare un pò
di pesos argentini.
Vincenzo e io non abbiamo voglia di andare a cena: Andiamo a fare
due passi in questa cittadina assurda, uguale alle mille città
turistiche sparse per il mondo. Potremmo essere ovunque: gli stessi
negozi, le stesse marche, la stessa paccottiglia. Un cane che
sembra abbandonato, ci segue per un bel pezzo. Succede spesso
in Argentina. Passiamo a salutare i nostri compagni in paziente
attesa di una pizza che però, pare, non avranno perchè
“le pizze sono finite”. Salutiamo e ce ne andiamo
in camera per fare il “bilancio” del bagaglio (cosa
ci rimane di pulito, cosa lavare, etc)
11 gennaio 2007
Sveglia alle 6. Che sonno! Ma alle 7.15 bisogna essere pronti
e non ci sono storie. Approfitto di Vincenzo che deve fare barba
e doccia per regalare più minuti possibili al mio bisogno
di dormire, ma poi devo schizzare giù dal letto e prepararmi
con una velocità prossima a quella della luce. Il risultato
di tanta efficienza è che siamo i primi a presentarci al
breakfast ma gli altri non tardano a farsi vivi alla spicciolata.
Arriva il pullman che fa il giro dei diversi alberghi per raccogliere
le persone che partecipano alla gita. C’è poco da
fare ma oggi siamo turisti a tutti gli effetti, senza nessuna
etichetta di ‘responsabili- equi- solidali- supposto che
i giorni scorsi fossimo stati qualcosa di diverso.
Ci dirigiamo verso il porto dove veniamo incanalati in una fila
pantagruelica che, però, scorre veloce. Sabrina va a fare
i biglietti di ingresso al parco dos Glaciares (30 pesos). Ci
imbarcano anche se tardiamo a partire perché – come
dice una hostess che sta tentando di far stare seduti tutti quanti
– come sempre hanno fatto un overbooking. Per partire bisogna
essere tutti al proprio posto e non si capisce se è una
questione di ordine o di sicurezza.
Il tempo è grigio, piovviginoso e rende piatto e freddo
questo paesaggio di lago glaciale, ghiacciai e iceberg, già
di per sé non proprio simbolo di calore.
Il catamarano è enorme, con 3 file di cinque posti ciascuna
che rende molto difficile i movimenti visto che ciascuno è
provvisto di zaino, macchina fotografica e giacche a vento varie
e non esiste nessun portabagagli. Quando arriviamo i posti alle
finestre sono tutti occupati. Cerchiamo di trovare comunque un
buon posto.
La navigazione è lenta, lunga, noiosa. Ci avviciniamo al
Glaciar Spegazzini, poi all’Upsala. E’ vero, sono
grandiosi questi ghiacciai con le loro pareti maestose che si
buttano nel lago. Purtroppo a me sembrano tutti uguali e non mi
commuovono più di tanto. Forse sto soffrendo per questa
situazione di intruppamento o forse chissà, sono solo di
cattivo umore.
Ci fanno scendere per una passeggiata verso la laguna Onelli dove
iceberg di varie misure, o, magari, solo pezzi di ghiaccio galleggiante
dalle fogge più stravaganti, danno luogo a uno strano spettacolo.
Arturo decide di fare un “pediluvio”: messo un piede
in acqua, dice che non è fredda! Bene, stiamo parlando
di acqua con enormi “cubetti di ghiaccio”!
Il ritorno verso il catamarano ha meno l’aspetto di massa
– gregge che ha caratterizzato l’andata. Cammino con
Arturo, impegnati in un bel discorso su razionale e irrazionale
e necessità di non confondere i due piani. Sabrina è
arrabbiata perché, dice, quella spiaggia era un luogo sacro
per gli indiani e questa visita di massa, senza nessuna spiegazione
e, di conseguenza, senza nessuna attenzione, non lo rispetta.
Ma noi 8, equi e solidali, avremmo davvero potuto fare qualcosa
di diverso rispetto alla massa schiamazzante che ci circondava?
Intanto il tempo è cambiato. Ora è bellissimo e
tutto il panorama si colora e si accende . Passiamo vicino a un
iceberg di un azzurro intenso, uno stranissimo a forma di fungo
(vedere le foto per credere!) sotto un cielo di una bellezza da
togliere il fiato.
Capiamo che la regola di stare dentro mentre si va verso il porto
risponde a una norma di sicurezza: un’onda manda spruzzi
altissimi e alla nostra destra, qualcuno che ha lasciato imprudentemente
la finestra aperta, si fa letteralmente la doccia.
Non mi stanco di guardare il panorama anche sul bus che ci riporta
all’albergo, tragitto, questo, che dura un’ora. Il
lago ora è di un azzurro tra il turchese e lo smeraldo,
sullo sfondo le montagne, le nuvole, il vento.
Arriviamo alle 8.50. Un quarto d’ora più tardi ci
sono già i taxi pronti. Arturo, Osvaldo e Sabrina sono
riusciti a farsi la doccia usando tempo e metodi da standard nipponici.
Gli altri, più meditteranei, si sono accontentati di qualcosa
di più somArturo anche perché la giornata non è
stata molto faticosa né movimentata.
Andiamo a cena al ristorante La Tablita dove mangiamo veramente
bene. Sabrina è scatenata e vuole andare a ballare. E’
così insistente che riesce a corrompere tutti anche se
non ne abbiamo molta voglia. Solo Arturo resiste alla tentazione
perché ha in mente il lavoro e deve quindi andare a controllare
la posta elettronica.
In realtà il locale dove Sabrina ci porta è deserto,
proprio letteralmente. C’è un video musicale proiettato
sulla parete. La musica dal vivo che ci aspettavamo c’è
solo il sabato e la domenica.
Ci consoliamo con un pisco nella reception dell’albergo
mentre Arturo continua a smanettare sul computer assediato da
Sabrina che vuol prenderne il posto.
12 gennaio 2007
E’ uno splendore questa giornata di vento e di sole! (Mi
fa diventare poeta, con tanto di rima!). E’ un tripudio
di luce e di colore! (adesso basta con le rime!)
Decidiamo di andare alla Laguna de los Cisnes che si trova a soli
quindici minuti di strada a piedi dal nostro albergo (Les Nives).
L’ingresso alla Laguna è chiuso. Ormai siamo abituati
e scavalchiamo lo steccato senza tanti problemi. Osvaldo sembra
farlo di un sol balzo, ma è solo una finta e Arturo, soddisfatto
di non essere stato così surclassato lo rileva con piacere.
Nessuno ovviamente si occupa di vedere come se la cava Vincenzo
con le sue gambe da trampoliere.
Ci sono un sacco di uccelli. Ci avviciniamo per fotografare un
gruppo di fenicotteri rosa poi delle specie oche e altri uccelli
di cui non conosciamo il nome. Molti gruppi, disturbati o spaventati
dalla nostra presenza, si alzano in volo in formazioni vocianti
verso uno stagno più lontano e sicuro, al riparo dall’invadenza
umana.
Un cane ci segue, fedelissimo ma discreto. Succede spesso di incontrare
anche in città questi cani che sembrano randagi ma che
hanno comportamenti molto amichevoli. Ti stanno vicino, ti seguono
anche per lunghi tratti: sembrano chiedere un po’ di compagnia.
Poi se ne vanno per la loro strada. Incontriamo altri tre cani
ma questi non sembrano molto gradire l’intrusione del “nostro”
nel loro territorio. Basta uscire da questo, però, e loro
si dileguano.
Intanto, probabilmente, ci siamo avvicinati a un luogo dove degli
uccelli rapaci hanno il loro nido e si sento minacciati dalla
presenza del cane. Tre o quattro di loro si alzano in volo minacciando
il cane il quale reagisce cercando di acchiapparli con grandi
balzi. Cerco di filmare la scena ma non è facile, perché
il movimento degli animali è molto veloce. All’uscita,
ora, troviamo aperto. Paghiamo il biglietto, C’e un forte
vento che, come sempre, mi piace e mi elettrizza.
Mariano è la nostra guida di oggi. Prima che venga a prenderci
con il suo gippone, facciamo qualche commissione. Quindi ci avviamo,
un pò stretti e scomodi, verso il Ghiacciaio Perito Moreno
che è la nostra meta odierna.
Purtroppo il tempo cambia velocemente e quando arriviamo al ghiacciaio
è tutto grigio e piovoso. Personalmente non mi entusiasmo
molto. Il fronte del Perito Moreno è grande, ci sono abbastanza
frequentemente dei crolli di pareti. Alcuni, quelli grandi, si
vedono. Degli altri sentiamo il rumore. Vediamo anche il ponte
di ghiaccio che divide i due laghi. Con il tempo questo punte
si chiude provocando un dislivello tra i due bacini d’acqua
fino a quando il crollo del ponte (in genere spettacolare: avviene
ogni 3 – 4 anni) ripristina lo stato iniziale. A differenza
di ieri, oggi siamo sulla terra ferma e possiamo ammirare il ghiacciaio
da una serie di passerelle a diversa altezza che si affacciano,
vicinissime, sul fronte.
Torniamo alla jeep, ora anche bagnati. Prima, mentre Mariano che
è molto preparato, ci raccontava le teorie sul ritiro dei
ghiacciai sono andata in crisi: ero così incastrata che
non potevo muovere un muscolo!
Prendiamo una strada secondaria per passare dalla Estancia dove
negli anni ’30 c’è stata la strage dei lavoratori,
colpevoli di aver scioperato dovuto alle condizioni disumane di
lavoro. Il tutto immortalato nel film, La Patagonia Tragica.
Continua a piovere e non riusciamo a fermarci per mangiare qualcosa.
Così finiamo di tornare in Hotel con i nostri panini da
preparare e loro sono così gentili da concederci un tavolo.
Siamo sufficientemente ironici per renderci conto del casino che
stiamo facendo e Arturo dice che se fosse entrato in una hall
di questo genere se ne sarebbe andato subito. Mettiamo in ordine
mentre ci rendiamo conto che Sabrina è sparita con Mariano
e ci chiediamo se tornerà in tempo per andare all’aeroporto.
Torna. Taxi, solite formalità aeroportuali, poi la solita
lunga attesa. Passa Mariano a salutarci. Io mi sento a disagio
perché non gli abbiamo data la mancia che qui si deve dare,
abbondantemente, a tutti. Ginevra gli dà una tavoletta
di cioccolato svizzero ma questo non mette a tacere la mia supercritica
coscienza e il mio senso di giustizia.
Al ceck in Vincenzo continua a far scattare l’allarme al
suo passaggio. Così lo controllano e gli fanno togliere
gli scarponi. Speriamo che si sia cambiato i calzettoni stamattina!
Ci mettiamo comodamente ad aspettare tanto, manco a dirlo, l’aereo
è in ritardo. Ad un certo punto ci rendiamo conto che siamo
rimasti solo noi ad aspettare, mentre tutti gli altri se ne sono
andati rispondendo alle varie chiamate. A me sembra di aver sentito:
aereo per BA e Trelew ma non mi do molta pena di rilevarlo perché
in genere non sono ascoltata (un po’ di vittimismo non guasta!!!)
Sabrina si decide a chiedere ed è proprio l’aereo
per BA che dobbiamo prendere.
A Trelew c’è un pulmino ad attenderci con l’immancabile
guida senza la quale, pare, se si è più di 5 o 6,
(non ricordo esattamente) non si entra nei parchi neanche morti.
Incontriamo anche Rosana, un’amica di Sabrina che ha un
B&B a Tigre, sul delta del Parana.
Jorge , che oltre ad essere la nostra guida è anche un
insegnante di turismo, incurante dell’ora tarda e della
nostra stanchezza, ci parla della Patagonia e, in particolare,
di questa parte della peninsula Valdes. Sabrina è innamorata
di questo luogo e ce lo descrive con tutto l’entusiasmo
di cui è capace. Sarà per questo, sarà per
non farci mancare nulla e stare al ritmo di questa vacanza movimentata,
decidiamo di andare a cena, nonostante l’ora. Pizza e birra
in un locale dove suonano musica a un incredibile livello di decibel
che mi fa rintronare la testa già parecchio intronata di
suo. Quando andiamo a dormire sono da un pezzo passate le 2.
13 gennaio 2007
La sistemazione è in lodge di quattro posti. Vincenzo e
io siamo sistemati con Dante e Anna, Sabrina con Ginevra e Rosana,
Osvaldo e Arturo da soli perché un paio di notti dovranno
ospitare l’autista.
Ci svegliamo con calma. C’è vento. Un vento forte,
costante che ha soffiato tutta la notte: Usciamo dopo colazione,
ognuno per conto proprio. Vincenzo e io siamo a caccia di un paio
di calzette leggere per me e un paio di ciabatte per lui perché
le sue si sono miseramente rotte.
Puerto Piramides e un paese di 300 (trecento!!!) anime, disposto
a U rovesciata: la via principale e, poi, due vie che scendono
al mare. Dentro c’è un campeggio circondato da dune
di sabbia che lo dividono dal paese e in fondo, nel lato aperto,
c’è il mare. I negozi vendono le solite cose turistiche
ma ce ne sono un paio dove si trova di tutto, un “generi
vari” dei nostri paesi di antica memoria dove, oltre agli
alimentari, si trovano oggetti diversi per la casa e per la persona.
Qui trovo i calzetti per me e un paio di espadrillas. Niente da
fare per Vincenzo anche se tentiamo la sorte entrando in tutti,
proprio tutti i negozi (che sono tanti, ma non mille!!!): non
ci sono ciabatte né espadrillas oltre il 42:
Ridiamo molto di questa cosa, soprattutto perché questo
succede qui in Patagonia il cui nome, pare, si rifaccia alle grande
impronte che i primi conquistadores hanno trovato sul terreno,
immaginando, per questo di trovare uomini con piedi enormi!
E’ difficile star fuori per il vento perché qui c’è
molta sabbia che, sollevata, entra negli occhi e dà fastidio.
Ci troviamo nella capanna delle donne per mangiare qualcosa. Arturo
ha un gran mal di testa e si vede. Ad un certo punto va a dormire.
Anche Vincenzo è stanco e lo imita. A dire il vero siamo
tutti un po’ stravolti dalla fatica e dal vento e ci prendiamo
tutti un break.
Dopo un caffé al bar dell’hotel – restiamo
stupiti perché risulta di un costo esagerato rispetto alla
cena di ieri sera e al costo della colazione), partiamo per una
gita, sfidando le regole del parco che prevedono una guida obbligatoria.
La nostra guida, però, pare sia ammalata e quindi ci avviamo
da soli verso la spiaggia.
Il vento, adesso, è meno impietoso. Dalla spiaggia saliamo
sulla collina a fianco del paese fino ad arrivare ad una strada
sterrata che ci porta a una loberia. Da una terrazza possiamo
osservare comodamente una grande colonia di lobos (leoni marini)
a un pelo (ci sono quelli a due peli, ma non state a chiedermi
le differenze, per favore!) che sono nel pieno del loro periodo
riproduttivo: Ci sono alcuni parti, proprio in questo momento,
e possiamo vederne anche a occhio nudo. In genere un paio di gabbiani
fanno la posta all’animale che sta per partorire: appena
avvenuto il parto, un nugolo di uccelli si avventano per accaparrarsi
la placenta appena questa viene espulsa. Dopo un altro parto si
vede chiaramente la madre prendere il figlio per la nuca e spostarlo
delicatamente verso la propria testa per pulirlo mentre il piccolo,
affamato, cerca di opporre resistenza e di attaccarsi alle mammelle.
Siamo affascinati da questo contatto con la natura e staremmo
ancora qui se non fosse per il vento che in questa terrazza e
in questo momento soffia tanto forte da spostarti. Per fortuna
gli animali si possono vedere a occhio nudo perché è
presso che impossibile guardare con il binocolo che non si riesce
a tenere fermo.
Torniamo a Puerto Piramides: procuriamo le vettovaglie necessarie
per l’uscita di domani e andiamo a cena al ristorante “Rifugio”.
Qui vengo presa in giro alla grande perché mi rifiuto di
mangiare le “langustinos”, una sorta di piccola aragosta
molto difficile da preparare. Vincenzo, che di solito mi soccorre
in queste occasioni, si rifiuta: Ma la Provvidenza la c’è!
: Sabrina si fa commuovere dalla mia imbranatura e mi presenta
un piatto con un langostino pronto e... decorato!
Siamo molto in ritardo per andare a vedere lo spettacolo di un
mago di cui, a dire il vero, ci eravamo dimenticati. Ci consoliamo
presto perché incontriamo un signore con bambino che stanno
uscendo: ci dice che lo spettacolo è stato “muy malo”
con tutti i trucchi che si vedevano.
14 gennaio 2007
Sveglia alle 6 con partenza alle 6.30. Tutti puntuali sul pulmino
tranne….Sabrina che arriva per ultima e ci rimane male.
Probabilmente abbiamo tutti uno sguardo di muto rimprovero perché
lei ci squadra e spara un “vi odio” |