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Racconti di viaggio

Diario di viaggio in Patagonia



Premessa.

Questo è un diario di viaggio, il più descrittivo possibile, senza ambizione alcuna di esattezza o di completezza.

La voce narrante o, meglio, la mano scrivente, è Lilli. Gli altri partecipanti al viaggio: Vincenzo, marito di Lilli, Arturo fratello, Dante e Anna, sposati tra loro, amici di Arturo. Osvaldo, milanese e Ginevra della Svizzera italiana completano il gruppo.

28 dicembre 2006

Bene. Il giorno della partenza e’ arrivato, precipitato addosso come ogni cosa desiderata o temuta che sembra sempre così lontana e poi te la ritrovi appresso e senti che ti manca un giorno o due, o, almeno qualche ora, per sentirti davvero pronto.

Sono andata a dormire alle 2’45 e alle 6 ero già sveglia come un grillo. Mi sono alzata subito anche se poi sono tornata a letto per non perdermi l’ultimo caffé prima del 21 gennaio.

Filippo e Elena, che si sono offerti di accompagnarci all’aeroporto, arrivano alle 7.10 mentre sono ancora in doccia. Prendono un caffé con Vincenzo e 20 minuti più tardi siamo tutti pronti anche se partiamo alle 7.40.

Va tutto incredibilmente liscio: nessuno in autostrada, nessuno al check in per Roma. Pochissima gente in aeroporto, anche se tutta quella che c’è sembra essere in fila per il controllo personale e del bagaglio a mano. La fila è lunghissima ma procede abbastanza veloce.

Sorpresa: appena arrivati, siamo raggiunti dal resto del gruppo che arriva in orario da Milano. L’attesa passa in fretta fra chiacchiere, shopping, telefonate, etc.

Tra una cosa e l’altra partiamo verso le dieci. Sono stanchissima: faccio appena in tempo a mangiare qualcosa e poi mi addormento. Mi sveglio alle tre, poi sempre più frequentemente, fino alle otto. Vuol dire che sono passate dieci ore di viaggio e ne mancano quattro. Gli altri dormono ancora, anche Arturo che ieri sera assicurava che lui non dorme mai in aereo.

Sto pensando con in mente l’orario italiano perché in Argentina c’è una differenza di quattro ore. Ma ora siamo ancora quassù e non so dove siamo esattamente e quattro ore di viaggio non sono poche.

29 dicembre 2006


Ho deciso. Passiamo al nuovo giorno, al nuovo mondo ed alla nuova ora. In questo momento sono le 6.30 e manca ancora un’ora di volo. Abbiamo fatto colazione, l’alba dall’oblò è stata bellissima.

L’arrivo è felice, nel senso che arrivano anche i nostri bagagli. Solo un po’ di vergogna all’atterraggio perché, come succede sempre quando ci sono italiani a bordo, c’è il solito applauso.

Daniel è venuto a prenderci col pulmino. Ci aspetta pazientemente mentre tutti e sette facciamo comodamente quello che dobbiamo fare. Finalmente ci carichiamo, noi e i nostri bagagli, sul pulmino alla volta dell’albergo.

L’impatto con la città di Buenos Aires è forte: beh! Innanzi tutto è piena estate e si vede, e si sente.

Poi noto un ammasso di case, per lo più grattacieli, senza nessuna armonia tra loro, come affastellati a caso, nelle fogge più differenti possibili, come a caso. Anche il “parco” macchine dà subito l’impressione di essere piuttosto povero e c’è un odore di smog a cui non siamo più abituati. Visto però che lo smog ce l’abbiamo anche noi, eccome, com’è la storia? Che noi siamo capaci di produrne uno meno puzzolente?

Arriviamo al Hotel Cooperativa BAUEN che sarà il nostro albergo per questa notte e per altre tre prima del nostro ritorno in Italia. L’albergo è in centro, in una posizione molto comoda. E ha una storia: nato come hotel di 4 o 5 stelle per gli infami mondiali di calcio del 1974, in piena dittatura militare, è stato fatto fallire in modo fraudolento ed è poi stato occupato dagli stessi lavoratori che dopo anni di stenti e di lotte sono riusciti a imporre una cooperativa di gestione. Il personale, quindi, è semi professionale e l’albergo presenta evidenti incongruità avendo spazi e strutture da albergo di lusso ma con altrettanto evidente mancanza di manutenzione anche a livello di piccoli interventi oltre a una organizzazione un po’ approssimativa. Sono contenta di essere in questo albergo e simpatizzo alla grande con queste persone che hanno avuto la forza e il coraggio di fare questa operazione di salvataggio! E noi stiamo facendo un viaggio solidale, quindi una sistemazione del genere è del tutto in linea con gli scopi del nostro viaggio.

Al BAUEN incontriamo Sabrina, la nostra accompagnatrice, tutta carina e pimpante, che ci sta aspettando. Tanto per darci subito l’idea di come andranno le cose, ci mette attorno a un tavolo per compilare le solite formalità e per regolare delle questioni di soldi rimaste in sospeso. Ci concede quindi un quarto d’ora per la doccia e poi, via si parte subito per un’intensa giornata di visita a BA.

Sabrina è toscana ma vive a BA da qualche anno. Lavora nell’ambito della cooperazione internazionale ed è la ideatrice e organizatrice degli itinerari in Argentina per Viaggi Solidali. Si vede subito che ha una bella grinta, e ci trotterella davanti con passo deciso, senza indugiare troppo sulla nostra stanchezza e sullo stordimento di trovarci in piena estate quando, neppure 20 ore fa, eravamo in pieno inverno. Sabrina, impietosa, va dritta verso la meta. Beh! Non, non proprio! Si ferma in un negozio dove vendono pane e dolci e ne esce con un vistoso vassoio in mano. Ma di caffé non se parla.

La nostra prima tappa è l’ONPIA , una organizzazione di popolazioni indigene che ha lo scopo di far riconoscere i diritti dei nativi contro il genocidio e l’espropriazione sistematica delle terre che è stato espletato (e continua tuttora) nei loro confronti. Così nella sede dell’ONPIA, dentro un bel palazzo stile liberty, con grandi scale di marmo, incontriamo Ignazio. Ci racconta un po’ di storia dell’organizzazione e ci mostra, con l’aiuto di una carta geografica, la distribuzione sul territorio argentino delle varie tribù di indios prima dell’arrivo dei conquistadores e dei latifondisti (si parla di Benetton che è padrone di una buona parte della Patagonia). Fanno male queste storie di diritti calpestati, di gente uccisa in massa e con ferocia inaudita. Sarebbe una storia troppo lunga e troppo triste da raccontare e la lasciamo qui, sapendo che c’è questa grande ferita che, probabilmente, non si rimarginerà mai (le intere tribù scomparse, mai, mai più potranno tornare in vita!)

Ci viene offerto il mate. E’ la prima volta che incontriamo questa bevanda che, secondo me, non e’ solo bevanda nazionale come ci è stata presentata, ma è soprattutto un rito. Il mate è una specie di tè che viene preparato in un piccolo recipiente (di solito una piccola zucca svuotata): si riempie il recipiente di erba, poi si versa acqua bollente e si incomincia a bere l’infuso con una cannuccia. Quando è finita l’acqua, se ne aggiunge di nuova, e il mate passa ad un’altra persona che beve con la stessa cannuccia. E così, da persona a persona, si fa tutto il giro del gruppo. Sabrina apre il vassoio di paste che risultano essere molto buone e sostanziose. Mentre queste incontrano la mia simpatia, il mate mi lascia perplessa: è amarissimo!!! Non so se il dolce dei pasticcini rende ancora maggiore il contrasto, ma il rito continua e passo il mate al mio vicino.

Finito l’incontro, ci avviamo a piedi verso il ristorante, attraversando la grande Avenida 9 de Julio, enorme con le sue 6 o 7 corsie per parte, più il contro viale. Vincenzo, audace come sempre, si ferma nel bel mezzo per fare una foto e io me lo vedo già arrotato da una quantità infinita di macchine che invece lui, prudentemente, evita. Dopo un bel pezzo di inseguimento della balda Sabrina che indicandoci or questo or quel monumento, va diritta alla meta. Siamo al “Manolo”: è la mia prima esperienza di ristorante argentino e sono curiosa. Qui ci aspetta Riccardo che sarà il nostro accompagnatore nel pomeriggio ma già a tavola non perde tempo e comincia a raccontarci un po’ di cose su BA e sull’Argentina. Ignazio che è venuto con noi se ne va presto.

Alle 3 viene a prenderci il pulmino: inizia un tour per BA con Riccardo che ci racconta la storia e la politica di questa tormentata nazione man mano che vediamo i luoghi che ne testimoniano gli eventi. Oggi a BA è estate piena, un bel cielo sereno, 34 gradi, un sole che picchia implacabile.

Passiamo con il pulmino tra i vari quartieri mentre Riccardo con Sabrina, ci mostrano i segni che la storia ha lasciato. Ogni tanto scendiamo per vedere qualcosa di particolare. Passiamo per il Boca, un quartiere turistico con case piccole e molto colorate, il porto “parallelo” abbandonato subito dopo la sua costruzione, è andato in disuso e in totale decadimento, è stato ricostruito durante il regime di Menem ed è diventato un quartiere di lusso con altissimi grattacieli. Non si vedono baracche: i nostri accompagnatori ci dicono che in realtà ci ne sono molte ma vengono spostate sempre più in là, man mano che la speculazione edilizia, senza regole (e si vede!!!) avanza e conquista spazi.

Facciamo una sosta in Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada che un recinto tiene sufficientemente lontana e protetta e questo, dice Riccardo, è un insulto alla democrazia. Tutte le manifestazioni importanti avvengono qui, e qui, dal 1977, le madri che hanno avuto un figlio “desparecido” vengono ogni giovedì a chiedere che sia fatta giustizia. Ora però queste donne sono morte, le poche rimaste sono vecchie: chissà come finirà la loro storia, iniziata con i ciripà in testa, per riconoscersi. Hanno fondato un’università, legalmente riconosciuta, che ha lo scopo di educare i giovani. Speriamo che questa iniziativa abbia un futuro e continui a vivere dopo la morte di queste donne che l’hanno voluta.

La visita prosegue: quartiere dei Gesuiti, la chiesa di Santo Domingo, San Francisco, le mura del cementerio monumental (ma si vede qualcosa di più!), la libreria e la farmacia più antiche di BA:….

Insomma, Riccardo e Sabrina ci mostrano e ci raccontano un sacco di cose che io ho affastellato così alla buona, come mi venivano in mente, man mano che scrivevo. Ci sarebbe altro da segnalare: ma come si fa? Mi accontento di una toccata e fuga… di più sarebbe troppo!

Alle 6 siamo di nuovo in Hotel.. Andiamo a cercare un po’ d’acqua, poi con Ginevra vado in un negozio di dischi per vedere se troviamo un disco di Mercedes Sosa dove c’è la canzone di Alfonsina. Ginevra conosce Alfonsina Storni perchè la poetessa è nata nel Canton Ticino. Emigrata a 4 anni con la famiglia in Argentina, Alfonsina ha avuto una vita durissima che è terminata con un suicidio a 46 anni. Voglio far sentire a Ginevra questa canzone che, secondo me, è molto bella. Invece non incontra il suo gusto musicale che va sul rock più o meno scatenato. Ma qui si tratta di una sorta di poesia che racconta il suicidio intrecciano le parole dell’ultimo sonetto di Alfonsina con quelle della Sosa che immagina i momenti della morte della poetessa, la sua disperazione e l’accoglienza benevola dell’oceano dove si getta. La musica che l’accompagna è, di conseguenza, tenera e malinconica.

In camera parlo un po’ con Vincenzo di queste prime impressioni di viaggio. Mi addormento e decido di non andare a cena. Vincenzo va all’appuntamento con gli altri alle 8.30. Mi racconta che hanno mangiato pizza e empanadas che sono una sorta di involtini di pasta di pane ripieni di carne o di verdure, fritti o cotti al forno.

30 dicembre 2006

La giornata comincia lentamente. Ci troviamo tutti, senza aver preso appuntamento, alla colazione.

Decidiamo di andare al quartiere Palermo, che, ci dicono, è caratteristico. Ci arriviamo con il metro. Restiamo stupiti dall’economicità del mezzo: 7 biglietti costano 4,9 pesos che significa poco più di un euro (4 pesos equivalgono più o meno a 1 euro). Arturo è così colpito dalla cosa che decide che ci hanno fatto uno sconto comitiva e ci rimane male quando, in coro, gli facciamo notare che 7x7 fa 49, non un cent in meno. Comunque dopo 3 fermate il treno non riparte: si è rotto e dobbiamo scendere in attesa di quello successivo. Che sia per questo che costa così poco? Il treno successivo arriva in pochi minuti e senza altri in toppi ci porta alla meta.

Piazza d’Italia. Ci soffermiamo a guardare il monumento a Garibaldi (a cavallo, con la testa girata verso non so cosa) e ci chiediamo il perché di questo monumento. 7 ignoranze non fanno una sapienza, anzi, nemmeno una nozione, e così sparate a caso una o due spiegazioni pseudo storiche su questa presenza, riprendiamo il nostro cammino.

La dinamica del nostro gruppo mi sembra si stia con figurando in questo modo: Arturo, con il suo fare sardonico, la sua capacità di parlare spagnolo e il suo piglio manageriale di affrontare le questioni e di prendere le decisioni, è il capo gruppo, quasi ufficiale, assistito da Osvaldo, suo compagno di stanza, probabilmente, anche per solidarietà di genere, il più costretto a subire le proposte di Arturo; Ginevra porta al gruppo la sua “svizzerità”, soprattutto si fa sentire, una sorta di radio sempre accesa a cui invidio la capacità di trovare argomenti e di intervenire su tutto, io che, dopo due convenevoli e qualche idea di conversazione di base, mi trovo costantemente a corto. Comunque Ginevra segue le proposte senza storie, anzi, in genere accetta con entusiasmo. Vincenzo e io seguiamo a ruota, ben contenti che ci sia qualcuno che prende decisioni. Anna e Dante, invece, sono molto attenti. Bene, quindi. Un buon amalgama che dovrebbe tenere.

Tornando al quartiere Palermo, ad un certo punto le case cominciano a diventare interessanti: piccole e coloratissime, una attaccata all’altra, creano vicoli deliziosi. Cominciamo a fare foto. La visita, però, non dura molto: la presenza di un mercatino artigianale e un bar fanno sì che la spinta turistico culturale ceda velocemente il passo a quella consumistico-alimentare. Ginevra si fa fare un paio di orecchini mentre noi al bar aspettiamo di essere serviti, cosa che avviene con tempi più vicini a quelli biblici (30 anni per attraversare il deserto) che a quelli moderni. Questa lentezza ci costringe poi ad una corsa verso la fermata della metropolitana più vicina che peraltro ci sembra lontanissima – e arriviamo in albergo con 5 minuti di ritardo, giusto in tempo per essere simpaticamente redarguiti da Daniel, il puntuale autista del nostro pulmino che ha il compito di prelevarci per accompagnarci in aeroporto. Passiamo a prendere di Sabrina e andiamo all’aeroporto.

All’aeroporto nazionale viviamo uno spaccato di modalità argentina di organizzazione che scandalizza profondamente la svizzera Ginevra ma lascia indifferenti noi abituati all’andazzo italiano che non è molto differente. L’aereo è già annunciato con un’ora di ritardo. Comincia la lunga attesa (già perché siamo dovuti venire con due ore di anticipo): un po’ di cibo, qualche chiacchiera, qualche passeggiata.. e il tempo passa. Dalla nostra postazione nel ristorante abbiamo una visione sul Rio della Plata che scorre proprio sotto di noi con l’ acqua che con il suo caratteristico color palta non è né poetica né invitante.

Un volo di 3 ore e mezza ci porta a Ushuaia. Sono vicina al finestrino ma la vista sotto non è entusiasmante: una fitta coltre di nuvole che sembra spessa almeno 10 metri, qualche raro squarcio da cui si intravede una terra piattissima e coltivata oppure mare, mare, mare.

Mi emoziono all’arrivo a Ushuaia. Sono finalmente qui, in questo angolo a sud del mondo in cui tante volte mi sono immaginata guardando le carte geografiche. Dai 34 gradi di BA siamo passati ai 5 della Tierra del Fuego. L’aeroporto è da brivido: una strettissima lingua di terraferma tra due bracci di mare: pensando al tempo ventoso di quaggiù, mi chiedo come non possa succedere qualche “sbavatura” all’atterraggio.

Il B&B dove alloggiamo è carino. Vincenzo e io abbiamo una camera mignon con un bagno ancora più piccolo. ma c’è un bel caldo, con la stufa accesa, e tutto e’ pulito e confortevole.

Usciamo subito, dopo l’incontro con Osvaldo che sarà la nostra guida domani. Tra una cosa e l’altra, arriviamo al ristorante verso le 23 (abbiamo dovuto aspettare perché non c’era posto e abbiamo fatto un piccolo giro per Ushuaia). E’ ancora chiaro e questo ci inganna sull’ora e sulla fame. Con la solita fortuna che mi contraddistingue, io vengo “saltata”, nel senso che non mi portano il piatto che avevo ordinato. Durante l’attesa, però, avevo pizzicato a dritta e a manca: decido quindi di non correre il rischio di aspettare oltre perché è quasi l’una e siamo tutti un po’ stanchi. C’è una scena antipatica tra Ginevra e le clandestine (così chiamo Elda e Maria) che se ne tornano al B&B in taxi, mentre noi 7 camminiamo nella notte australe e siamo contenti.

31 dicembre 2006

Il breakfast non è male: solo la quantità di marmellata è così microscopica che ne ricordo di simile solo in Venezuela. Deve essere un’usanza dell’America Latina. Chissà. Intanto io mi metto di fronte a Arturo che non tocca la sua porzione e così posso lasciarne di più a Vincenzo. A Sabrina si è rotto il tubo della crema solare: questo ci costringe a cospargerci tutti di crema protettiva anche se è tutto coperto e non sembra affatto giorno di possibili scottature.

Arriva Osvaldo con pulmino e autista e incomincia la nostra gita nel Parco della Tierra del Fuego.

Osvaldo è un ragazzo giovane, allegro, simpatico: ci racconta un sacco di cose, tra l’altro il perché del nome: sembra che gli indiani, vedendo arrivare le navi dei conquistadores comunicassero tra loro questa novità accendendo fuochi. Ci racconta la vita delle tribù prima dell’invasione, il perché di alcuni nomi e ci mostra i segni di un insediamento indiano.

Arriviamo in pulmino oltre l’ingresso del parco, alla baia Ensenada, dove c’è un ufficio postale per chi vuol spedire una cartolina con il timbro “fin del mundo”. Sdegnosamente alcuni di noi (tra cui Vincenzo e io) si buttano a far foto perché il posto è incantevole, con un gioco di terra-mare che non so descrivere. Anche le foto si mostrano deludenti… che strazio!

Inizia la camminata nel bosco attorno al promontorio: da una parte abbiamo il mare, dall’altra questo bosco magico, l’ultimo bosco, dice Osvaldo, prima dei ghiacciai dell’Antartide. Ci sarebbero tante foto da fare e ne facciamo. Si vedono anche animali che, pur sembrando uccelli, non volano, altri, invece, che si fanno avvicinare molto, e conigli selvatici. Di questi ce ne sono troppi: importati da non so chi e perché, sono diventati infestanti ma nella zona del parco non si possono cacciare.

Facciamo una sosta per il mate (o il tè per chi, come me, non ce la fa a bere il mate) e poi continuiamo fino ad un camping. Lì vicino troviamo una zona appartata per un pranzo al sacco che si presenta una meraviglia: un vassoio formato dalla sezione traversale di un ampio tronco, mostra ogni ben di Dio, una festa di colori disposta con gusto che poi non delude neppure il palato. Ci sono diverse insalate per i vegetariani i quali, mi sembra d’aver capito, tutt’altro che rigidi, si sono fatti tentare da altro, condividendo poi con noi i loro piatti.

Nel pomeriggio andiamo alla Laguna Verde. Intanto il tempo si è messo decisamente sul bello questo dà un tocco in più ad un paesaggio grandioso, pieno di cespugli di fiori che sembrano grosse margherite, lingue di terra che si buttano nel mare, montagne che degradano all’infinito, alcune bianche di neve. E poi mare, ancora. E sole, E grandi nuvole bianche che contrastano con l’azzurro di questo cielo che dà l’impressione di essere così basso da poterlo toccare verso un orizzonte che non arriva mai.

Ci sono ancora due cose da vedere: la castoreria (luogo abitati da castori) Questi animali, con le loro dighe, provocano delle alluvioni che distruggono i boschi attorno. Di conseguenza si vedono distese di tronchi d’albero morti che alzano al cielo i loro rami spogli e questo crea un paesaggio desolato e caratteristico. Poi la Laguna Negra dove è visibilissima la formazione di una torbiera. Si ha una gran voglia di sprofondare in questo muschio che cresce verticale, almeno 10 centimetri, come ci mostra Osvaldo raccogliendone un po’ ma lo strato di torba è di diversi metri. Al pulmino troviamo una sorpresa: la ruota a terra. Non si può cambiare perché non c’è la chiave. L’autista decide di partire lo stesso (le ruote sono in coppia) e lì non c’è molta speranza di avere soccorsi. Arriva, invece, un altro pulmino della stessa compagnia ma è altrettanto privo di chiave. Comunque si mette dietro di noi per qualche forma di intervento (anche se non saprei quale) nel caso noi non fossimo più stati in grado di proseguire il viaggio. L’autista va come se niente fosse, nonostante la strada non sia proprio liscia come olio, fino a quando si ferma a controllare lo stato di fatto e ci comunica che la ruota a terra era solo un’impressione, va tutto muy bien!

A casa, stanchissimi, dormiamo un po’ prima di prepararci per la festa dell’ultimo dell’anno. Andiamo in un posto fuori dal mondo: quando arriviamo siamo soli e ci prende un colpo. Poi, a poco a poco, arriva gente, gruppetti di amici e famigliole. Bene! Non sembra affatto un posto da turisti come temevamo.

La festa consiste in un self service, organizzato un po’ stranamente, per cui non si capisce se quello che c’è su tavolo sono gli antipasti, se ci saranno altri piatti, se è tutto lì…. Sabrina in abito da sera è simpatica e brillante. C’è molta ironia nel gruppo che nel complesso si presenta con varie fogge di vestiario che vanno dall’abito da sera alla tenuta da trekking. Dopo mezzanotte si balla. Tutti, tranne Vincenzo, si scatenano in uno spazio piccolissimo. La musica è assordante. Un bimbetto di 4 anni circa si tappa le orecchie e piange disperato ma i genitori non demordono e continuano a ballare con l’altro figlio maggiore di un paio d’anni.

1 gennaio 2007

Mi sveglio alle 8 e incomincio a scrivere. Vincenzo dorme fino alle 9.20. L’appuntamento al breakfast è fissato alle 10. La meta di stamani è il ghiacciaio Martial o, per essere più precisi, il bar all’inizio del ghiacciaio. Il problema è come trovare i taxi perché oggi pare che non ce ne sia ombra, almeno a quest’ora del mattino. Con noi c’è Carlo, un amico colombiano di Sabrina che escogita un trucco: si va all’ospedale a piedi e si chiama un taxi da là. Ma la cosa pare non funzioni: neppure le chiamate fatte dall’interno dell’ospedale hanno risposta. Proprio quando stiamo per perdere la speranza, arriva un taxi e poi subito un altro. Riusciamo ad imbarcarci tutti, tranne Carlo e Sabrina che restano giù ad aspettarne un altro.

Io viaggio con Vincenzo e Arturo. Evitiamo un incidente (scontro frontale) per un pelo perché il nostro autista, non so se perché ancora sotto gli effetti della sbronza notturna o perché incosciente di suo, sta oltre la metà della strada e non accenna a rientrare nella propria sede mentre l’altra auto ci viene inesorabilmente incontro. Che spavento!!!

Troviamo il bar chiuso. Il tempo è brutto, I taxi sono tornati indietro. Che facciamo in questo posto deserto fino alle 2? Ma Vincenzo non demorde e si mette a cercare: Poco sotto a dove noi stiamo tristemente confabulando sul nostro destino, Vincenzo trova una Tea House, all’apparenza molto carina. L’apparenza rimane ma il servizio lascia molto a desiderare, lento e disastroso e anche su quel che ci viene servito, ci sarebbe non poco da ridire. Facciamo quattro passi sotto la seggiovia: il panorama è bello anche se piovicchia un po’. Torniamo nel piazzale in attesa dei taxi che dovrebbero riportarci a Ushuaia. Abbiamo dato loro appuntamento per le due ma verranno? No, solo uno su tre si presenta. Così 4 di noi vanno con il taxi fedele all’appuntamento e ci carichiamo in 5 su un altro taxi che viene lì per caso. Speriamo che non ci fermino.

Al porto. Partiamo per una escursione di 4 ore sul canale Beagle. Siamo su una piccola barca, 12 persone in tutto, più la guida e il capitano. Offrono mate (ma c’è proprio ovunque!!!) tè caffé a volontà oltre ai biscotti. Navighiamo per un’ora e mezza verso il faro, poi ci avviciniamo ad alcuni isolotti con colonie di cormorani reali e imperiali (ma che li sa distinguere?) e lobi (leoni marini): alcuni di questi ultimi dormono, altri nuotano, altri tentano una lotta. C’è molto vento fuori, fa freddo, ma nessuno riesce a rinunciare all’incontro ravvicinato con questi animali, anche perché essendo noi in pochi, veniamo esauditi nelle richieste di avvicinamento e di sosta. Ogni volta che rientriamo, poi, veniamo accolti dal caldo e da generi di conforto. Facciamo una tappa su un isolotto dove possiamo osservare da vicino la flora. Purtroppo i nomi sono già persi nel buio della dimenticanza. Ci sono i segni di un insediamento yamana: non si tratta di ruderi, semplicemente di una conformazione del terreno, un avvallamento con intorno un rilievo, che testimoniano l’antica presenza degli indiani in quel luogo.

La sera ceniamo al ristorante Osvaldo Polo che si rivela un po’ una delusione. Sabrina si arrabbia molto perché, dice, le porzioni sono troppo piccole. Loro ci fanno lo sconto ma a me, sinceramente, le porzioni sembravano abbandonanti,. Tutte le cose possono essere viste in maniera davvero diversa!!

Arturo è scatenato: vuole che andiamo al Casinò che si trova accanto al ristorante. Osvaldo gli fa da spalla. Sabrina è sconvolta da questa prospettiva perché, dice, non sarebbe proprio un’azione da turismo responsabile. E’ vero, ma, uno ad uno cediamo di fronte alla tentazione di provare una cosa nuova ed entriamo. Impegniamo 50 pesos ciascuno e facciamo cassa comune. Gli uomini tanto spavaldi all’entrata, non si buttano a giocare. Io mi rifiuto per via della sfortuna che mi perseguita ovunque. Personalmente sono molto impressionata da una donna alla roulette dove siamo noi. che gioca in maniera compulsiva. Si vede che è malata. Ad un certo punto decidiamo di smettere. Alla cassa però non ci cambiano le fisches piccole: così qualcuno mi mette in mano due fiches. Decido di giocarle: ne metto una ad un incrocio come fanno tutti e l’altra decido di metterla sul 33. Che esce! Tra le vincite di prima e quella di adesso abbiamo raddoppiato il nostro capitale!

Arturo, Osvaldo, Sabrina e Ginevra vanno al pub a festeggiare! Le due coppie (sarà un caso?), Maria e Elda tornano a casa. In fondo è l’ 1.30!

2 gennaio 2007

Vincenzo e io ci svegliamo tardi: facciamo tutto di corsa perché pensiamo, ed è vero, di essere gli ultimi. Il programma della mattinata e del primo pomeriggio è quello di visitare musei. Il gruppo oggi si disperde: Maria e Elda partono, Sabrina sta per conto suo. Ci ritroviamo quindi Arturo, Osvaldo, Ginevra, Vincenzo ed io. Approfittando del passaggio davanti al Cimitero, entro accompagnata da Vincenzo. In genere, quando posso, entro sempre nei cimiteri dei posti dove sono. Sono convinta che ciascuno ha dentro un piccolo pezzo di storia del paese e anche il modo di trattare con la morte ci parla del modo di trattare con la vita. Qui a Ushuaia resto molto colpita dalle tombe “trasparenti”: i loculi hanno in genere una finestra di vetro al cui interno si vede la bara. E’ la prima volta che trovo una cosa del genere e sono un po’ colpita. Non so come interpretare la cosa. Bisognerebbe parlare con qualcuno del posto ma mi dimentico. E’ un modo diretto di stare a contatto con la morte? E’ un rifiuto alla separazione? E’ un modo di esprimere continuità tra vivi e morti? Non posso continuare molto la riflessione perché gli altri sono andati avanti e non vogliamo perderli del tutto.

Il Museo della Fin del Mundo raccoglie la storia delle tribù che occupavano il territorio prima dell’invasione dei bianchi (e del conseguente sterminio): Ci sono poi documentazioni del destino di alcune navi storiche, storie di importanti conquistadores e, infine, un po’ di fauna locale imbalsamata. L’altro museo, invece, degli Yamana, parla della loro storia.

Andiamo a pranzo al Moustacho, scelto a caso, attirati dal bel asado in vetrina. E’ di fronte alla posta dove siamo stati in buon ordine e a fare una lunga fila per acquistare francobolli, visto che vogliamo incominciare a spedire qualche cartolina senza ridurci all’ultimo giorno dall’aeroporto come talvolta è successo (beh! È anche capitato di portarle in Italia!!). Al ristorante ci va molto bene: prendiamo una parilla (piatto misto alla griglia) di carne per due e una singola di verdura: facciamo fatica a finire il tutto nonostante siamo in cinque!

Esce il sole ed è una festa di colori! Mi spiace dovermi chiudere di nuovo da qualche parte ma, nello stesso tempo, mi spiace perdere il museo del Carcere, dove siamo diretti.

Il Museo è molto grande: occupa l’intera area del carcere, costruito a raggiera come nelle migliori tradizioni. All’epoca è stata una colonia penale dell’Argentina: per questo è sovradimensionato rispetto alla città e, direi, all’intera regione. C’è un po’ di tutto: la storia di Ushuaia, modelli di navi coinvolte nella conquista dell’America Latina, arte moderna, alcune celle “ricostruite” con la storia di carcerati importanti che le hanno occupate, un intero raggio lasciato come era al tempo del funzionamento del carcere. Ovviamente non manca un grande spazio, quello al centro della raggiera, dove c’è il bar e l’immancabile negozio dei souvenir.

Usciamo per non fare troppo tardi. Il tempo è ancora splendido. Vorrei fare foto ma ho il sole contro. Provo a fare le foto dalla parte favorevole ma non mi sembra altrettanto bella. Tento di vedere se c’è qualcosa da comprare (è inutile! Per quanto uno possa essere critico, ci prova sempre!!!), ma il negozio dove entriamo, molto grande, è pieno della solita paccottiglia e io esco in 4 secondi.

Prendiamo un taxi per tornare a casa dove abbiamo appuntamento con Osvaldo per un altro giro. Questa volta il programma prevede la visita a una torbiera e un tentativo di vedere castori. La prima si rivela molto interessante: a differenza dell’altro giorno, qui possiamo camminare sopra (non so se è lecito, ma lo facciamo): è come camminare su una spugna e si sprofonda ad ogni passo. Spavaldamente seguiamo Osvaldo che ci porta per un percorso piuttosto impervio: dobbiamo scavalcare steccati, guadare qualche torrentello, camminare su una torbiera paludosa dove è facile affondare diversi centimetri. Alla fine arriviamo a una specie di laghetto dove ci fermiamo. Osvaldo ci offre una merenda con l’immancabile mate, tè e dolcetti argentini.

C’è molto vento. Dante inizia un esercizio di Tai Chi e lo seguiamo in molti. Anch’io, e trovo che sia rilassante, tanto da rendere sopportabile il freddo che in quel momento si fa sentire. Il vento si calma. Prendiamo la via del ritorno con una deviazione verso il fiume dove continuiamo a sperare di vedere castori. Mi diverto con Sabrina a camminare nel fiume solo che lei osa di più e poi quasi mi tocca ripescarla perché l’acqua si fa più profonda e melmosa. Dopo un altro passaggio di una recinzione con fil di ferro, finalmente arriviamo al posto dove c’è, visibilissima, una tana di castori. Ma di questi, neanche l’ombra. Aspettiamo qualche minuto. Siamo stanchi ed è tardi. Ancora un’altra recinzione da scavalcare e torniamo verso il pulmino. C’è un cavallo che sembra avere una gran voglia di compagnia: dapprima ci viene incontro, poi trotta al nostro fianco. Sembra davvero dispiaciuto quando ce ne andiamo. Entriamo nel fiume per lavare gli stivali che sono infangati in modo indecente. Vincenzo e Osvaldo mi tirano su dal ponte perché non voglio sporcare di nuovo gli stivali.

Cena di pesce al Chico’s. Le porzioni sono gigantesche perché Sabrina, dopo l’esperienza di ieri, si è premunita. Noi ci sentiamo ipernutriti ma lei, evidentemente, ha paura che moriamo di fame. O sa quello che ci aspetta nei prossimi giorni???

3 gennaio 2007

Meglio lavare i capelli stamane perché non so come sarà la situazione nei prossimi giorni e qui c’è un phon comodo. Alle 7.15 i taxi sono già sotto a prenderci e 15 minuti più tardi siamo già caricati sul pullman di linea che ci porterà a Punta Arenas. Come al solito mi dimentico di guardare l’ora di partenza ma, direi, verso le 8.30. Forse è un po’ noioso e ossessivo questo fermarsi sull’ora ma credo sia importante per dare un’idea dei ritmi dell’Argentina. Ci offrono caffé e brioches. Il pullman va molto piano.

A Ushuaia oggi c’è bel tempo e un grande arcobaleno ci saluta altissimo nel cielo. C’è qualche commento salace: di questo passo chissà quando arriveremo…. E’ un’ironia che si tramuta in profezia. Ma questo verrà dopo. Incomincia questo lungo viaggio.

Incontriamo una delle tante cappelle dedicate alla Defunta Correa: Sabrina ci racconta la leggenda di questa donna che fugge con il figlioletto tra le braccia: non hanno nulla da mangiare e da bere e lei muore di sete, mentre il bimbo si salva con il latte della madre morta. In tutto il paese il culto viene coltivato attraverso queste cappellette disseminate per ogni dove e le persone portano fiori e acqua.

Paesaggio bello, immenso, piatto sotto un cielo che cambia in ogni momento e che comunque è sempre molto basso. Si vedono molti animali: uccelli, guanachi, pecore, cavalli, mucche, fenicotteri rosa ed altri animali che non conosco.

E c’è vento, un vento forte, implacabile, non freddo. Come sempre mi entusiasma e mordo un po’ il freno perché voglio scendere dalla corriera per sentirmi il vento addosso.
La prima sosta , poco dopo la partenza, per la benzina e il bar. Più avanti troviamo la frontiera argentina: lunga attesa chiusi dentro il pullman, poi in fila. Ci sono due moduli da compilare. Appena posso sto fuori: ci facciamo qualche foto ma ci vorrebbe un filmino per dare l’idea del vento. Dopo poche centinaia di metri c’è la dogana cilena: si ripete la trafila: lunga attesa in bus, poi lunga coda, timbro sul passaporto: siamo ufficialmente in Cile!!

500 metri dopo la dogana c’è un luogo di sosta dove si può mangiare. E’ incredibile questa costruzione, con intorno, praticamente niente. Vorrei fotografare la strada terrosa e deserta, solo qualche raro camion e qualche ancor più rara auto, ma mi rendo conto che le foto non rendono e, dopo la prima, lascio perdere.

Resto all’aperto, mi piace il vento, il sole, il cielo. Due ciclisti tentano di ripartire dopo la sosta ma non ce la fanno: la bici di uno si rovescia continuamente e l’altro non riesce a montare. Scambio due parole con loro. Rinunciano e vanno a ripararsi dietro a un muretto. Quanto lunga sarà la loro attesa? Mi sembra di essere di un set cinematografico tanto la realtà corrisponde a quello che ho visto nei film!

Riprendiamo il viaggio. Arriviamo a Laguna blu dove dobbiamo attraversare lo stretto di Magellano. Ma non è possibile fare la traversata: i traghetti sono fermi perché il vento soffia a 120 km all’ora e il mare è a forza 5. Di fronte all’imbarco una grande fila (beh! Relativamente alla Patagonia!!) di pullman, camion e auto. Nell’unico bar, folla di gente uscita dai mezzi trasporto, che cerca ristoro e qualche modo di passare il tempo dell’attesa che si annuncia lunga. Ad un certo punto circola la voce che si partirà solo la mattina seguente e ci si dispone, in qualche modo, a rassegnarci di dover passare la notte in corriera.

Alle 21, dall’altra riva si stacca un traghetto. Arriva, scarica, carica senza attracco. Si appoggia solo. Il nostro pullman resta a terra. Altra attesa. Abbiamo tutti bisogno di un po’ di consolazione e mentre sono lì che aspetto Arturo e Osvaldo che prendono il caffé, guardo con il cannocchiale se il traghetto sta tornando indietro, perché l’attesa si sta facendo più lunga del previsto. Ebbene sì, la nave si è staccata ma sembra avanzare con grande fatica tra onde altissime e talvolta sparisce tra gli spruzzi. Gulp! Dovrei salire lì sopra??? Mi viene mal di mare al solo pensiero! Stavolta partiamo. Sabrina bacia la terra, io ho paura di star male. Per colmo di tensione, appena saliamo perdo di vista Vincenzo che non trovo più fino allo sbarco Mi trovo lontana anche dagli altri del gruppo anche se li ho a portata di vista se non di mano. In realtà fila tutto liscio: forse perché il vento è calato, forse perché stiamo andando a favore, la traversata è tranquilla.

Scendiamo. Il vento è ancora forte e una grossa palla rossa all’orizzonte attrae la nostra attenzione e curiosità: è il sole o la luna? La palla comincia piano piano a salire. E’ quindi la luna, che ci segue in questa notte che sembra non diventare mai del tutto buia. E io, che voglio vedere le stelle.

Ancora due ore e mezza di pullman, qualche strano controllo. Arriviamo a Punta Arenas all’1.30. Sabrina è preoccupata che, viste le 5 ore di ritardo, non ci sia il pulmino ad aspettarci. Invece c’è! E ci porta in uno strano albergo con camere microscopiche sovraccariche di letti e di fronzoli. Fa freddo e siamo stanchissimi. Sprofondiamo nel sonno.

4 gennaio 2007

Ad aspettarci con il pulmino ieri sera c’era Eduardo, che sarà la nostra guida nei prossimi giorni. Ovviamente c’era anche l’autista. La cosa divertente è che mentre Vincenzo dava una mano a scaricare i bagagli dal pullman mi ha chiesto di badare ai nostri. Mentre ero lì in guardia vigile, arriva uno che prende i nostri zaini e li va a “buttare” in quello che a me sembra un cassonetto della spazzatura. Mi allarmo molto e vado per protestare, ma mi accorgo che si tratta del carrello portabagagli annesso al pulmino.

All’ora convenuta, Eduardo si presenta puntualissimo a prelevarci.. Appena caricati, ci saluta “buenos dias. Mi nombre es Eduardo. Bienvenidos ne la Patagonia Cilena”. Eduardo si mostra poco interessato, e ce lo dice, a stare a lungo a Punta Arenas. Dice che lui è un uomo di montagna e che in città non sta per niente bene. Con questa premessa, la visita a Punta Arenas si riduce a un giro in pulmino, una sosta nella piazza (dove tutti andiamo in banca a prendere pesos cileni). Per la prima volta, da quando sono partita, ritiro soldi con la mia tessera pre pagata e tutto funziona a meraviglia., con mia grande soddisfazione . Facciamo qualche foto al monumento di Magellano con relativo bacio al piede perché, vuole la tradizione, questo assicura il ritorno su questa terra. Saliamo, sempre con il pulmino, al Mirador da cui possiamo vedere l’intera cittadina con i suoi tetti colorati, il porto e le navi.

Si parte verso Puerto Natales. Vincenzo suggerisce di fermarci a Villa Tehuelches interessato a capire di più di un esperimento di cooperativa sorto nel 1966 come prototipo delle comunità rurali che avrebbero dovuto sostituire i latifondi. Siamo tutti incuriositi e, inoltre, questa sosta ci sembra molto in linea con il nostro viaggio solidale. In Comune il segretario e un funzionario ci illustrano la storia di questa iniziativa che non è stata l’unica in Cile ma è la sola sopravvissuta. Adesso ci sono 600 persone, con una sproporzione enorme tra uomini e donne: rispettivamente 500 e 100 dovuta al fatto che le donne preferiscono stare in città dove e’ più agevole far studiare i figli.

Ci consigliano di andare a pranzo nel ristorante del sindaco, una quarantina di km avanti. Nonostante alcune resistenze da parte del gruppo, decidiamo di andare e risulta un’esperienza interessante. Il sindaco un omone grande e grosso, con madre 94enne è un tipo incredibile, ci accoglie con una grande festa e ci mette su, a tutto volume, un disco di Pavarotti. Già, spiace dirlo, io non impazzisco per la lirica, e poi lì e al massimo volume possibile, mi guasta un po’ la festa. Come posso, appena posso, lo dico e, visto che non sono la sola infastidita, la musica cambia. Il pranzo è interessante. La musica argentina mette voglia di ballare ai due proprietari, madre e figlio, che si esibiscono in un divertente balletto. Baci e abbracci e ce ne andiamo, con il sindaco fuori a salutare sbracciando e la madre alla finestra. Che strani questi incontri di pochi minuti o di poche ore, che pure lasciano un segno o una specie di dispiacere nel lasciarsi!

Arriviamo a Puerto Natales. Ci sistemiamo in un albergo con camere decorose anche se i proprietari, soprattutto la donna, non ispira molta simpatia e non sembra molto disponibile. Abbiamo appena il tempo di deporre i bagagli perché c’è un incontro con Eduardo per mettere a punto gli ultimi preparativi per il trekking alle Torri del Paine. Si rende necessario uno shopping: Vincenzo e Osvaldo devono comprare almeno una maglietta “tecnica”, Arturo un paio di occhiali, e io un paio di pantaloni impermeabili.

Sbrigate velocemente queste incombenze, facciamo un giretto verso il lago dove numerosi cigni dal collo nero, nuotano a gruppi. C’è un bel panorama, si vedono bene le montagne e c’è sole e vento.

A cena gira un po’ di tensione nel gruppo. Forse il trekking ci preoccupa un po’, abbiamo paura di non farcela. Qualcuno minimizza dicendo che in fondo sono delle passeggiatine, qualcun altro dice che va beh, ci si può fermare, che tutti non devono fare tutto…. Dobbiamo ancora preparare gli zaini ed è già tardi.

5 gennaio 2007

Finalmente alle 8 in punto si parte. L’avventura continua. Dopo solo un’ora di viaggio verso le Torri del Paine, Eduardo ci invita a una sosta. Un bar è sempre un’attrazione e c’è anche qualcosa di artigianato. Ma la sosta si prolunga un po’ troppo!! Infatti… si è rotto il pulmino!! Eduardo e Sabrina, super efficienti, mentre noi ci dipingiamo scenari piuttosto neri, trovano in men che non si dica un passaggio per tutti noi su un pullman di linea che va verso le Torri. Veniamo scaricati all’ingresso del Parco. La nostra meta però è qualche chilometro più avanti dove inizia il vero percorso a piedi. Intanto ci incamminiamo fino a quando un pulmino ci raccatta e ci porta a destinazione. Passiamo per un ponte di ferro incredibilmente stretto e non si riesce a capire come riescano a passare i pulmini, unici mezzi autorizzati a questo percorso.

Partiam partiamo! Zaini in spalla e si và. E’ una giornata da togliere il fiato, bella e calda. Sono decisamente vestita troppo. Con la mia eterna paura di morire di freddo, finirò per morire di caldo.

Lo spettacolo è grandioso con una luce splendida che lo rende ancor più incantevole e questo mi consola della fatica che sto facendo. Arranco su, piano piano, invidiando gli altri che mi sono tutti davanti e non sembrano in difficoltà come me. Mi consola il pensiero che so che faccio tanta fatica il primo giorno. Poi mi ‘abituo’ e vado come un treno (italiano!!)

Poi succede il guaio. Ovviamente a me. Vincenzo che mi ha aspettato, ora mi cammina dietro. Ad un certo punto dice “orrore orrore”! Cosa c’è? Cosa ti succede ? chiedo allarmata. “Non a me! A te! Si stanno rompendo gli scarponi!!! Guardo e la cosa non mi sembra grave: un taglietto. Ma Vincenzo sa quello che io non so: da lì a poco le suole delle pedule cominciano a disfarsi, si sbriciolano, come se fossero scoppiate.

Inizia una serie di telefonate (via radio, perché i cellulari non funzionano) per sapere come affrontare il problema, visto che io, in queste condizioni, non posso continuare il giro. Si decide che la cosa migliore da fare è che io torni a Puerto Natales a comprare un altro paio di pedule. Eduardo e Sabrina mi hanno trovato un passaggio con una compagnia di australiani che, finito il trekking, stanno tornando alla base. Vincenzo mi accompagna alla fermata dei pulmini. Sono tristissima, arrabbiata e anche un po’ in ansia per come me la caverò da sola a Puerto.

Il viaggio con il pulmino risulta interessante: ci fermiamo prima a visitare un villaggio turistico i cui alloggi sono costituiti da tende anche se dentro hanno letti normali. Fuori, orribili disegni di indiani. La giornata continua ad essere splendida. Le poche nuvole sono bianchissime e basse e spiccano contro un cielo di un blu intenso. Gli australiani si fermano spesso per le foto: ci sono gruppi di guanaco ovunque. Una enorme mandria di mucche con vitelli ci blocca per almeno un quarto d’ora perché hanno invaso la strada e la quantità è tale per cui i cani e due gauchos a cavallo fanno fatica a liberarci il passaggio. Poco dopo, solo un po’ più piccolo, un gregge di pecore. Mi mangio le dita perché ho lasciato la macchina fotografica a Vincenzo: una super compatta che non mi sarei neanche accorta di averla. Ma perché faccio sempre queste scemenze!???? (Evitate il coro: perché sei scema!! Lo so da me!!!)

Arrivo in albergo alle 7.35. Sono scesa con gli australiani davanti al loro albergo e, stranamente, mi sono orientata da sola. Corro a comprare un paio di pedule (i negozi chiudono alle 8). Per fortuna trovo qualcosa che mi sembra possa andare bene. Indosso subito gli scarponi nuovi: i miei, ormai, non hanno più suola! Cammino per il paese con l’intento di provarli. Compro uno spazzolino da denti perché il mio è rimasto al Paine. In albergo sono molto antipatici: mi chiedono subito i soldi (da notare che abbiamo lasciato in deposito tutti i bagagli non strettamente necessari per il trekking, e torneremo a dormire lì alla fine del giro!). Comunque è il modo che mi infastidisce oltre al fatto che si intascano i soldi senza alcuna ricevuta e senza mettere nessuna nota accanto al mio nome. Speriamo che non me li richiedano!

Maneggio un po’ con i bagagli: decido di portarmi un paio di scarpe di riserva se le pedule nuove dovessero farmi male e mi prendo qualche camicia che mi protegga il collo dal sole.

Penso a Vincenzo: cosa avrà fatto dopo la mia partenza? E gli altri? Il cellulare resta muto. Decido di farmi una doccia e di andare a dormire presto. La sveglia è fissata alle 6.

6 gennaio 2007

Alle 6.30 sono pronta in reception ad aspettare Renato, il nostro autista di ieri, che dovrebbe passare a prendermi. Sono un po’ agitata: Renato ha capito che ci sono io da prelevare? E si ricorderà? Man mano che passano i minuti divento sempre più agitata ma so che, comunque una soluzione la troverò e quindi mi rilasso. Inoltre le cameriere del Los Pinos, più simpatiche e premurose della padrona, insistono perché faccia colazione anche se non è ancora l’ora stabilita e la padrona, a fronte della richiesta spontanea del marito (io non me lo sarei mai sognato di domandarlo!) ha detto un tassativo NO!.

Alle 7 arriva Renato: Parliamo tutto il tempo, cioè due ore. Siamo da soli, perché sta andando a prelevare un gruppo al parco del Paine. Renato mi racconta di essere “criollo” eche sua madre è mapuche. E’ simpatico: quando gli chiedo cosa fa durante i mesi invernali e non è stagione di lavoro con il pulmino, dice che va in letargo, come gli orsi.

Un condor ci vola basso e lentissimo sopra la testa, librandosi nell’aria con le sue grandi ali tese. Renato dice che si ferma per farmelo fotografare e a me viene quasi una sincope. Incontriamo un altro gruppo di mucche con i gauchos a cavallo e nel lago, le torri del Paine, si specchiano nitide, cosa che, a detta dell’autista, avviene molto raramente. Sul fondo, un enorme gruppo di fenicotteri rosa. Renato mi chiede se voglio fare una piccolissima deviazione per fotografarli da vicino e io vorrei prendermi a sberle ma mi limito a ricordargli che non ho con me la macchina fotografica.

Non è finita: sul ciglio della strada, nel senso opposto al nostro, c’è una macchina ferma. Renato si ferma pensando a qualche problema. No, ci sono tre volpi che hanno acchiappato una preda e se la stanno sbranando. Un piccolo, forse reso meno sicuro dalla nostra presenza, cerca di avvicinarsi al gruppo ma poi si allontana, continuamente combattuto fra desiderio e di partecipare al banchetto e paura.

Arrivo finalmente al rifugio dove gli altri hanno dormito. Sul prato accanto, due guanacos pascolano beatamente. Vincenzo e gli altri mi fanno festa anche se dopo, quando racconto il mio viaggio con gli australiani, mi dicono di piantarla, che ho stufato abbastanza con questi australiani. Osvaldo vuole andare a cavallo ma viene pesantemente disarcionato. Per fortuna non si fa male ma si spaventa a sufficienza come si spaventa chi vede la scena. A quanto pare questi cavalli o non sono tranquilli o non hanno la giornata buona, perché, poco dopo, si agitano e buttano giù la palizzata.

Ci prepariamo i panini per il giro con crema di avocado, palmito e formaggio, poi ci sono barrette di cioccolato e di cereali, più un gran sacchetto di frutta secca , una pesca e acqua. Ciascuno di noi è fornito di una busta di plastica in cui deporre tutta questa abbondanza prima di infilarla nello zaino. Qualcuno, dimentico del nostro viaggio di turismo responsabile e sostenibile, pensava che ci sarebbe stata una busta nuova ogni giorno e così l’ha buttata incautamente: ora se la va a ripescare buono buono da dove l’aveva gettata.

Incomincia il cammino verso il rifugio Los Cornos che è la nostra meta di oggi .Il cammino è facile, un po’ lungo, tutto su e giù. Eduardo è simpatico e bravo. Si dà un sacco da fare. Ogni tanto lancia il suo”Bienvenidos en la Patagonia cilena. Mi nombre es Eduardo” Così, per ridere. Ha la stoffa dell’intrattenitore. Ad una sosta, in maniera molto divertente, si mette a fare una lezione di geologia che scandalizza Ginevra che, essendo agronoma, è piuttosto ferrata in queste cose. Gli altri, o più ignoranti o più tolleranti, passano sopra alle inesattezze della spiegazione e si godono lo spettacolo.

Il paesaggio è magnifico. Il lago Nordeskjold, dal nome così poco latino, è di un intenso verde smeraldo che ha dell’incredibile. C’è una luce molto intensa, una vastità sconosciuta. Sono contenta di essere qui. Incontriamo due donne, madre e figlia che gli altri hanno già visto ieri sotto le Torri. Sono di Brescia: la madre ha 44 anni, la figlia 22. Di primo acchito, quasi non si capisce chi è la madre e chi la figlia. Sono qui da sole e stanno facendo più o meno il nostro giro, con tenda e tutto.

Al rifugio, Eduardo ci offre un aperitivo. Mi prende in giro perchè, dice, per causa mia, si è dovuto portare tutto il peso delle bottiglie anche oggi. La sensazione che abbiamo un po’ tutti è che stiamo sempre mangiando. Questo non ci impedisce di apprezzare le olive, i salatini, il camembert e il vino che Eduardo ci offre. C’è una bella aria giocosa tra noi e c’è una bella aria in senso meteorologico. Sembra superato il problema delle tende: soprattutto Arturo è andato in crisi nel vedere quanto sono basse e strette. E’ davvero difficile pensare di dormire in due. D’altra parte le dimensioni devono essere così ristrette, dicono, per via del vento e, visto che il rifugio è pieno, non ci sono alternative al dormire lì. Ginevra si offre per andare a dormire con Osvaldo, lasciando a Arturo la tenda singola. Ironia a nastro su i possibili intrallazzi tra Ginevra e Osvaldo ma, d’altra parte, ce ne sono un sacco anche su Arturo e Osvaldo.

Il rifugio è stracolmo, direi soprattutto di americani chiassosi come gli italiani. Gli altri gruppi, invece, non si sentono. Ceniamo in pieno sole: la vetrata del rifugio fa un effetto serra per cui è davvero caldo. Eduardo si fa in quattro per farci servire alla svelta.

Andiamo a fare due passi al lago che si trova appena sotto il rifugio. Man mano che il sole cala, si accendono i colori intensi del tramonto e una luce rosata illumina le cime del Paine che ci circondano. Finiamo la serata al tavolo della nostra tenda bevendo pisco (di cui Sabrina ha portato una scorta) e mangiando frutta secca e cioccolato svizzero che, finalmente, riusciamo a scucire a Ginevra che – dice – non l’aveva portato per noi.

7 gennaio 2007

Oggi, almeno da programma, è la giornata più dura. Partiamo dal campeggio verso le 8.30, mezz’ora di ritardo rispetto al previsto. La prima tappa è il Campamento Italiano a due ore abbondanti di tragitto. Il Campamento è un luogo dove si piantano le tende. Non c’è un rifugio: solo una piccola e molto maleodorante costruzione con un cesso per i maschi e uno per le femmine; all’esterno di questa costruzione 1 rubinetto per l’acqua. Nient’altro. Poco più avanti c’è una sede di guardia parco. Lì lasciamo (all’aperto) gli zaini pesanti e prendiamo quelli leggeri. Possiamo fare questa operazione perché ora faremo una deviazione nella valle del Frances, con necessario ritorno al questo campamento per riprendere la strada verso il camping dove trascorreremo la notte.

Continuiamo ad essere benedetti dal bel tempo. Buona parte del percorso è dentro a un bosco e questo aiuta perché al sole fa molto caldo. La strada è su e giù. Lasciato il campamento italiano procediamo verso il campamento britannico. Ci fermiamo a un mirador dove, incantati da una vista a perdita d’occhio, ne approfittiamo per fare la nostra colazione al sacco che Eduardo ci procura ogni giorno. Se prima il percorso era su e giù, adesso non saprei come definirlo: c’è una valletta dietro l’altra, come se ci fossero mille cammelli allineati e un topo dovesse percorrere tutte le loro gobbe procedendo sulle sommità.

Arriviamo al campamento britannico dove incontriamo le due donne di Brescia già sulla strada del ritorno (loro questa notte hanno dormito al campamento italiano e quindi hanno due ore di vantaggio rispetto a noi). Continuiamo verso il Mirador: c’è un giro di montagne a 360°, le montagne sono bicolori, chiare sotto con l’ultimo pezzo nero, lo sguardo si perde nella vastità del panorama e nell’infinità dei colori. E c’è vento. A passo agile, ci raggiunge Dante. Eduardo ci dice e ridice tutti i nomi delle montagne ma la sua, poveretto, è una fatica sprecata. Sopra di noi un altro mirador: una specie di lunga parete orizzontale dove, minuscole, si vedono le poche persone che hanno avuto fiato e coraggio per continuare il cammino fin là.

Senza grande fatica torniamo al campamento italiano, fermandoci a fare qualche foto al primo mirador attirati dallo spettacolo e dalla luce. Mentre ci riposiamo una mezz’ora e ripristiniamo gli zaini grandi, Eduardo che è molto su di giri ci canta la canzone della polenta: lui dice che è una canzone italiana che gli hanno insegnato a scuola. In realtà è in un italiano spagnoleggiante o in uno spagnolo italianeggiante. Comunque è divertente per il ritmo e perché è mimata.

Riprendiamo il cammino. Abbiamo sulle spalle 9 ore di cammino. Per essere precisi, abbiamo sulle spalle un certo numero di kg di zaini e nelle gambe le ore di cammino. Il percorso che ci attende ora è facile ma lungo lungo lungo. Ci consola la vista dell’ambiente intorno, il colore del lago, le chiacchiere che facciamo (con noi ci sono anche le donne di Brescia) ma che fatica. Ad un certo punto mi rendo conto che l’andatura tranquilla è più faticosa di un passo spedito. Accelero, come fa Arturo, raggiungendo Eduardo che è andato avanti.

L’arrivo al camping Paine Grande è salutato da tutti come una benedizione perché siamo stravolti dalla stanchezza. Sabrina dice che ha i piedi letteralmente lessati e Ginevra afferma che è una questione di sopravvivenza mettere i piedi a bagno nell’acqua del lago su cui si affaccia il camping con relativo rifugio. Io vorrei sdraiarmi e dormire fino a domani mattina.

Arturo, Osvaldo Anna e Dante sono beatamente sistemati in rifugio che è grande, nuovo e ha un’aria molto confortevole. Gli altri, me compresa, sono in tenda. Il tempo non è male ma dalla montagna grosse nuvole nere sembrano minacciare pioggia. Sono preoccupata per i bagagli: in nessun modo possono entrare in tenda (salvo che usciamo noi!). Vorrei chiedere a Arturo se ce li tiene, ma Vincenzo si oppone perchè sono già quattro in stanza e, come sempre, per Vincenzo chiedere aiuto è quasi un’onta.

Non ho voglia di cenare e ho convinto Vincenzo a lasciarmi in tenda. Non ho fatto i conti con Arturo, però, che viene a chiamarmi perché trova assurdo che stia tutto il tempo lì. Reagisco e vado a farmi la doccia. Cioè, tento di andare. Trovo le docce inagibili e mi rifiuto di usarle. Mi deprimo ma tento di reagire di nuovo e raggiungo i miei compagni di viaggio che hanno finito la cena. Scopro che nel rifugio le docce sono decorose e quindi ne approfitto.

Andiamo al bar. C’è molta gente. Si beve, si gioca, c’è musica. Dopo poco decido di andare a dormire. C’è un’aria troppo cittadina che non sopporto qui.

8 gennaio 2007


Il programma di oggi è più tranquillo: solo trasferimento da un campeggio ad un altro, costeggiando il lago Gray. Il percorso è sempre su e giù.. Incontriamo per l’ultima volta la coppia madre e figlia di Brescia che sono di ritorno dal Mirador. Loro oggi hanno il battello per tornare a Puerto Natales E domani l’aereo che le porterà ad Ushuaia.

Eccoci al Mirador: una vista stupenda sul lago e sul ghiacciaio Gray. Abbiamo dovuto imbacuccarci per arrivare quassù perché tira un vento fortissimo, di quelli che ti portano via. Ci fermiamo il tempo di qualche foto ma anche per contemplare il paesaggio che è magnifico, aiutato dallo spettacolo del cielo con il gioco di nubi, di luci e di colori. Solo non possiamo restare per il pranzo: per questo ci cerchiamo un posto riparato più a valle, vicino a un corso d’acqua dove possiamo riempire le nostre bottiglie.

Ricomincia il saliscendi verso il rifugio Gray. L’ultima parte è molto in discesa e piena di fango, oltre a una serie di torrenti e torrentelli che dobbiamo attraversare. Alcuni hanno leggeri ponti sospesi, altri qualche masso di appoggio, talvolta con una corda a cui aggrapparsi.

Guardo con una certa compassione quelli che arrivano nel senso contrario al nostro anche se alcuni, specialmente giovani, vengono su con passo baldanzoso da far invidia agli stambecchi. Ci sono tanti giovani, anche ragazze (non è vero, quindi, che sono tutti lavativi!). Ma ci sono anche gruppi di mezza età (come noi!), soprattutto americani, che marciano con un certo onore. Come dire: anche noi stiamo facendo la nostra bella figurina.

Arriviamo al rifugio Gray piuttosto presto. Ci sistemano tutti e 8 nella stessa stanza che ha 4 letti a castello. Sabrina va in crisi perché, dice, non è abituata a dormire in questa situazione. Beh! Non è che a noi capiti ogni giorno una condivisione così massiccia del sonno, ma una crisi è una crisi e va rispettata. Il bravo Eduardo procura una tenda per Sabrina e così noi guadagniamo un letto dove appoggiare un po’ di roba.

Non funzionano le docce delle donne: si deve andare tutti in quelle degli uomini. Arturo, Osvaldo, Vincenzo e Ginevra vanno subito a un altro mirador, anche questo su ghiacciaio, dove, ci raccontano, hanno dovuto arrampicarsi su rocce. Io resto con Anna per un relax di chiacchiere, fino a quando ci viene voglia di incamminarci anche noi verso il mirador. Ovviamente ce ne guardiamo bene dal chiedere informazioni, così finiamo per inerpicarci per un sentiero proprio sopra il lago che non porta a nulla. Torniamo sui nostri passi e, dopo qualche altro tentativo infruttuoso di trovare la strada da sole, Anna chiede qualche dritta. Un ragazzo gentilissimo che sta sistemando la spazzatura, ci porta fino all’imbocco del sentiero. Poco più avanti incontriamo Dante che se ne era andato solo soletto e si offre di accompagnarci un pezzo.

Oggi sono sul pigro andante e non avrei molta voglia ma il timore di perdermi qualcosa di bello mi spinge avanti. Arriviamo di fronte al ghiacciaio con le sue pareti alte e frastagliate che si buttano nel lago. Alle spalle ci sono iceberg sui quali l’acqua ha scavato delle “grotte” che sono di un azzurro intenso.

Come si fa a fotografare il vento, il sole, i suoni, i colori ? Che senso ha appiattirli dentro una foto?

Torniamo in fretta al Rifugio perché siamo prenotati per il turno di cena delle 7. Un minestrone molto liquido, uno spezzatino (di non so che. Preferisco non chiedere) con piselli e granoturco e, ancora puré di piselli. Due fette d’ananas come dessert. Da bere, oltre all’acqua servono succo d’arancia e di ananas che sono buonissimi e io ne bevo in quantità industriale.

Dopo cena abbiamo la riunione all’Ufficio delle passeggiate su Hielo dove ci illustrano il programma di domani, ci provano l’imbragatura e i ramponi e ci assegnano il nostro zainetto. A fare da guida ci sono due ragazzi con un’espressione dolcissima, uno in particolare e mi dispiace di non avere la possibilità linguistica di parlare più a lungo con loro.

Torniamo in Rifugio a bere qualcosa. Vicino a noi, un gruppo di svizzeri tedeschi che lo scorso anno sono stati sul Kilimangiaro. Uno, seduto proprio al mio fianco, ha vissuto qualche mese a Firenze e se la cava egregiamente con l’italiano.

Alle 22.40 ci avvisano che fra venti minuti tolgono la luce. Ci affrettiamo per cercare di arrivare in bagno e di lavarci i denti non al buio pesto.

9 gennaio 2007

Come era previsto, il tempo è brutto, grigio. Questo è un duro colpo alla mia già scarsa voglia di andare sul ghiacciaio. Non mi piace il freddo, il gelo, non mi piace stare fuori nella pioggia. Dico queste cose a Vincenzo che è disponibile a lasciarmi al rifugio. Il problema, semmai, è cosa faccio tutto il giorno da sola. Ma qualcosa si trova sempre, direi. Anna mi dà una spinta a non rinunciare. Grande discussione sull’abbigliamento perché le previsioni sono brutte ,e questo vuol dire grande freddo. Ma, se per caso venisse bel tempo, ci potrà essere troppo caldo. Vale la solita regola del vestirsi “a cipolla”, cioè a strati anche se sarà un problema spogliarsi con l’imbragatura addosso.

Finalmente ci avviamo. Una barca ci porta al battello, ancorato più avanti. Siamo così fortunati da vedere da vicino una paretona di ghiaccio cadere nel lago. Ci dicono che il ghiacciaio Gray è lungo 27 chilometri e largo 8 ma, dicono, che si sta riducendo molto in questi ultimi anni e parlano di cifre impressionanti.

Dal battello alla scialuppa e dalla scialuppa a terra. In questo passaggio cado perché la barca si allontana troppo e calcolo male il passo. Non mi faccio niente: mille mani soccorrevoli mi tirano su ma questo non influisce in maniera positiva sul mio umore che è sempre più nero.

Dietro una grande roccia si lasciano le giacchette salvagente e si prendono le piccozze. Si cammina per 10 – 15 minuti fino all’inizio del ghiacciaio dove si indossa l’imbragatura e si mettono i ramponi. Insieme a noi c’è un gruppo di americani.

La sorpresa è che la passeggiata non è così piatta come me l’aspettavo (avevo in mente i ghiacciai della Marmolada e del Gran Paradiso): Qui il ghiacciaio è molto mosso, tutto un su e giù anche se non è frastagliato, per fortuna, come le pareti che ci stanno di fronte. Nei crepacci l’azzurro è molto intenso e spicca contro il bianco della superficie. C’è anche una cascatella. Ho un po’ di paura fino a quando scopro che i ramponi tengono davvero e allora comincio a divertirmi.

Si fa fatica a camminare con i ramponi: si deve procedere a gambe larghe e si deve calcare il passo per permettere ai ramponi di fare presa.

Il tempo che all’inizio era grigio uniforme e non dava molta speranza di cambiamento, comincia a poco poco volgere al bello. Quando ci fermiamo a mangiare c’è il sole. Prendo in giro Sabrina perché mi aveva detto che ero “eccessiva” stamane, quando, per tirarmi su, avevo esclamato “verrà un sole stupendo!” Arturo mi dice che ormai ho dimostrato di essere fortunata e mi fa una certa impressione trovarmi con questa fama io che ho sempre pensato che tra me e la fortuna non c’è e non c’era mai stato neppure un vago sfioramento.

Mentre si fa la colazione al sacco, uno alla volta si passa sotto una grotta “azzurra” molto bella a vedersi. Le guide fanno una foto a ciascuno. Mi rifiuto di passare e Vincenzo si rifiuta di farsi fare la foto.

A proposito di guide: sono tre e danno l’impressione di essere tre cani da pastore che devono darsi un gran da fare su e giù per tenere a bada un piccolo gregge disordinatissimo. C’è un russo che non ne vuol sapere di stare in fila e c’è un ragazzetto di 9-10 anni assicurato con una corda a una guida ma questo non basta a salvarlo da una brutta storta. Il capo delle guide è piuttosto rude ma molto efficiente. Gli altri due ragazzi sono quelli che ieri sera mi hanno colpito per la dolcezza del viso. In particolare uno, Nico, di cui vorrei prendere una foto, così, per ricordarmelo. Purtroppo la foto che faccio, all’ultimo momento, viene molto mossa. Peccato

Dopo pranzo è in programma la scalata a una parete di ghiaccio per chi vuole cimentarsi in questa avventura. In cima alla parete vengono fissati i chiodi di sicurezza per le corde. La scalata implica 5 movimenti: piccozza, piccozza , piede, piede e bacino. Arturo va su come una scimmia, Dante e Osvaldo hanno qualche difficoltà. Bene anche Sabrina e Ginevra. Nessun problema per Vincenzo, ovviamente. Io resto giù. Fra l’altro piove o nevica, non si capisce bene, e io scalpito lì, ferma, bagnata fradicia, fino a quando mi rendo conto che posso passeggiare e divertirmi a fare qualche su e giù lì nei dintorni a prendere sempre più confidenza con la tenuta dei ramponi.

Intanto il tempo continua a cambiare e, forse per la prima volta, ci rendiamo conto che è vero quello che si dice : in Patagonia ci posso essere le quattro stagioni nello stesso giorno.

Torniamo facendo a ritroso i percorsi e i riti dell’andata. Attraversiamo il lago Gray dove, all’altezza del nostro rifugio, veniamo raggiunti da Eduardo con tutti i nostri zaini. Arrivati al porto, ci carichiamo in spalla i bagagli e camminiamo verso il pulmino che ci aspetta. Intanto abbiamo raccolto 10.000 pesos a testa per la mancia al nostro bravo Eduardo.

Ci fermiamo a fare foto in questa spiaggia che, dice Arturo, sa di irreale. Entriamo poi in un bosco, anche questo storto e magico, come tutti i boschi di Patagonia.

Sono un po’ in tensione perché si sta facendo tardi e i cellulari non funzionano. Il motivo della mia agitazione è che a Puerto Natales ci dovrebbero essere i Duella in vacanza in Cile, venuti apposta per incontrarci. Sarebbe davvero un guaio se arrivassimo troppo tardi o se si rompesse ancora il pulmino. Victor, l’autista, ogni tanto si ferma a controllare le gomme e questo mi agita ancora di più.

Eduardo davanti non si fa più sentire. Non c’è più lo scherzoso “bienvenidos…..” né altro. E’ come se avesse finito il suo compito e avesse ormai chiuso con noi. Per calmare l’ansia cerco di dar corda a Ginevra che vuol cantare e continuo a guardare il paesaggio fuori, quasi a volermelo stampare dentro.

Nonostante l’incredulità di Arturo, i miei amici Patrizia e Guido con i figli Matteo e Silvia, insieme a una coppia di loro amici, arrivano a Puerto Natales pochi minuti dopo di noi. Che bello! Che bello! Siamo alloggiati nello stesso hotel. Baci e abbracci.

Andiamo a cena al ristorante Don Jorge alle 22.30. I Duiella festeggiano proprio oggi il loro 25° di matrimonio. Viene fuori una serata molto divertente. Loro hanno portato una torta per festeggiare e noi offriamo il vino per il dolce. Facciamo davvero molto tardi.

10 gennaio 2007

Giornata di trasferimento. La banda dei Duiella parte per un’escursione. Si fermeranno qui 2 giorni. Il nostro programma, invece, prevede l’arrivo a Calafate che è la nostra prossima meta. C’è una certa confusione al mattino per via che non è chiaro dove partano i pullman. Dobbiamo prendere i taxi e affidarci a loro. Solite formalità d’imbarco e poi si parte.

Incontriamo presto la frontiera cilena, seguita da quella argentina. Solite code, timbri, controtimbri, etc. Ma succede una cosa divertente. Sale sul nostro pullman un doganiere che si presenta, certo Gasparin (il cognome parla della sua provenienza!) e passa tutti i portapacchi aprendoli e chiedendo a ciascuno se porta droga o vegetali. E tutti, ovviamente, a rispondere no. Il che ha tutta l’aria di una scena surreale. Non contento, il doganiere fa una specie di appello con qualche simpatico commento sul paese di provenienza delle persone o sul nome. Così scopriamo che con noi viaggiano francesi,sloveni, belgi, turchi, spagnoli… un mondo intero. Molti sono giovani.

Il paesaggio è la Patagonia come uno se la immagina: paesaggio immenso, cielo basso molto cangiante, pecore a perdita d’occhio che a un certo punto spariscono, qualche gruppo di guanaco. Una specie di deserto punteggiato da cespugli e sullo sfondo, lontane ma nitide, le montagne del Paine e delle Ande.

La strada è polverosa, deserta. Non un’auto ci incrocia, non una ci supera per chilometri e chilometri. Nessuna casa. Solo, di tanto in tanto, una stazione di polizia.

Non mi stanco di stare a confronto con questa immensità: una botta di infinito in questa nostra finitissima vita.

Arriviamo a Calafate verso le 14. L’hotel è un po’ finto, come tutto il paese. Questa cittadina è il punto più turistico della Patagonia e purtroppo ci parla di quello che sarà il futuro di questa terra appena arriverà il turismo di massa.

Dopo una lunga trattativa su cosa fare in questa mezza giornata che abbiamo davanti, decidiamo, molto prosaicamente di andare a mangiare. Mi faccio attrarre da una insalata mista che mi servono ghiacciata con il risultato di mettermi di pessimo umore perché mi gela dentro e fuori. Tutti insieme prendiamo un piatto freddo con specialità patagoniche che significa roba affumicata.

Per la spesa di domani, gli immancabili panini, ora che non c’è più Eduardo che provvede per noi, incarichiamo Dante accompagnato da Arturo che ha la funzione di porteur senza diritto di parola. Non credo sia un’impresa facile per Arturo stare zitto ma pare che, più o meno, dice Dante, ci sia riuscito. Vincenzo e io abbiamo l’incarico di comprare il pane. Eseguite le incombenze, ci troviamo tutti in albergo in attesa del pulmino che ci porta alle grotte di del Gualicho.

Il pulmino arriva con almeno 45 minuti di ritardo, quando ormai, molti di noi avevano perso le speranze di vederlo spuntare. Arriviamo in un posto bellissimo, in riva al lago Argentino: sullo sfondo ci sono montagne e nel cielo un gioco incredibile di luci e di nuvole verso il tramonto.

Le cuevas (grotte), sotto alte pareti rocciose scolpite dal vento, non sono così interessanti, ma forse qui è implicato il mio tepore di fronte a questi segni del passato che non si sa quanto siano veri e quanto, invece, siano “ricostruzioni” per turisti polli.

Durante il tragitto di ritorno, dopo aver preso un tè che mi ha riscaldato, mi faccio rapire dal cielo che è di una bellezza che fa male: ci sono nubi verticali e il sole splendente che sembra non voler mai arrivare all’orizzonte nonostante siano le 9 passate.

Nella breve sosta all’hotel, Arturo si accorge che c’è odore di gas nella stanza che condivide con Osvaldo. I padroni dell’albergo non sembrano molto impressionati e intervengono come se fossero abituati alla cosa. Usciamo per ritirare un pò di pesos argentini.

Vincenzo e io non abbiamo voglia di andare a cena: Andiamo a fare due passi in questa cittadina assurda, uguale alle mille città turistiche sparse per il mondo. Potremmo essere ovunque: gli stessi negozi, le stesse marche, la stessa paccottiglia. Un cane che sembra abbandonato, ci segue per un bel pezzo. Succede spesso in Argentina. Passiamo a salutare i nostri compagni in paziente attesa di una pizza che però, pare, non avranno perchè “le pizze sono finite”. Salutiamo e ce ne andiamo in camera per fare il “bilancio” del bagaglio (cosa ci rimane di pulito, cosa lavare, etc)

11 gennaio 2007

Sveglia alle 6. Che sonno! Ma alle 7.15 bisogna essere pronti e non ci sono storie. Approfitto di Vincenzo che deve fare barba e doccia per regalare più minuti possibili al mio bisogno di dormire, ma poi devo schizzare giù dal letto e prepararmi con una velocità prossima a quella della luce. Il risultato di tanta efficienza è che siamo i primi a presentarci al breakfast ma gli altri non tardano a farsi vivi alla spicciolata.

Arriva il pullman che fa il giro dei diversi alberghi per raccogliere le persone che partecipano alla gita. C’è poco da fare ma oggi siamo turisti a tutti gli effetti, senza nessuna etichetta di ‘responsabili- equi- solidali- supposto che i giorni scorsi fossimo stati qualcosa di diverso.

Ci dirigiamo verso il porto dove veniamo incanalati in una fila pantagruelica che, però, scorre veloce. Sabrina va a fare i biglietti di ingresso al parco dos Glaciares (30 pesos). Ci imbarcano anche se tardiamo a partire perché – come dice una hostess che sta tentando di far stare seduti tutti quanti – come sempre hanno fatto un overbooking. Per partire bisogna essere tutti al proprio posto e non si capisce se è una questione di ordine o di sicurezza.

Il tempo è grigio, piovviginoso e rende piatto e freddo questo paesaggio di lago glaciale, ghiacciai e iceberg, già di per sé non proprio simbolo di calore.

Il catamarano è enorme, con 3 file di cinque posti ciascuna che rende molto difficile i movimenti visto che ciascuno è provvisto di zaino, macchina fotografica e giacche a vento varie e non esiste nessun portabagagli. Quando arriviamo i posti alle finestre sono tutti occupati. Cerchiamo di trovare comunque un buon posto.

La navigazione è lenta, lunga, noiosa. Ci avviciniamo al Glaciar Spegazzini, poi all’Upsala. E’ vero, sono grandiosi questi ghiacciai con le loro pareti maestose che si buttano nel lago. Purtroppo a me sembrano tutti uguali e non mi commuovono più di tanto. Forse sto soffrendo per questa situazione di intruppamento o forse chissà, sono solo di cattivo umore.

Ci fanno scendere per una passeggiata verso la laguna Onelli dove iceberg di varie misure, o, magari, solo pezzi di ghiaccio galleggiante dalle fogge più stravaganti, danno luogo a uno strano spettacolo. Arturo decide di fare un “pediluvio”: messo un piede in acqua, dice che non è fredda! Bene, stiamo parlando di acqua con enormi “cubetti di ghiaccio”!

Il ritorno verso il catamarano ha meno l’aspetto di massa – gregge che ha caratterizzato l’andata. Cammino con Arturo, impegnati in un bel discorso su razionale e irrazionale e necessità di non confondere i due piani. Sabrina è arrabbiata perché, dice, quella spiaggia era un luogo sacro per gli indiani e questa visita di massa, senza nessuna spiegazione e, di conseguenza, senza nessuna attenzione, non lo rispetta. Ma noi 8, equi e solidali, avremmo davvero potuto fare qualcosa di diverso rispetto alla massa schiamazzante che ci circondava?

Intanto il tempo è cambiato. Ora è bellissimo e tutto il panorama si colora e si accende . Passiamo vicino a un iceberg di un azzurro intenso, uno stranissimo a forma di fungo (vedere le foto per credere!) sotto un cielo di una bellezza da togliere il fiato.

Capiamo che la regola di stare dentro mentre si va verso il porto risponde a una norma di sicurezza: un’onda manda spruzzi altissimi e alla nostra destra, qualcuno che ha lasciato imprudentemente la finestra aperta, si fa letteralmente la doccia.

Non mi stanco di guardare il panorama anche sul bus che ci riporta all’albergo, tragitto, questo, che dura un’ora. Il lago ora è di un azzurro tra il turchese e lo smeraldo, sullo sfondo le montagne, le nuvole, il vento.

Arriviamo alle 8.50. Un quarto d’ora più tardi ci sono già i taxi pronti. Arturo, Osvaldo e Sabrina sono riusciti a farsi la doccia usando tempo e metodi da standard nipponici. Gli altri, più meditteranei, si sono accontentati di qualcosa di più somArturo anche perché la giornata non è stata molto faticosa né movimentata.

Andiamo a cena al ristorante La Tablita dove mangiamo veramente bene. Sabrina è scatenata e vuole andare a ballare. E’ così insistente che riesce a corrompere tutti anche se non ne abbiamo molta voglia. Solo Arturo resiste alla tentazione perché ha in mente il lavoro e deve quindi andare a controllare la posta elettronica.

In realtà il locale dove Sabrina ci porta è deserto, proprio letteralmente. C’è un video musicale proiettato sulla parete. La musica dal vivo che ci aspettavamo c’è solo il sabato e la domenica.

Ci consoliamo con un pisco nella reception dell’albergo mentre Arturo continua a smanettare sul computer assediato da Sabrina che vuol prenderne il posto.

12 gennaio 2007

E’ uno splendore questa giornata di vento e di sole! (Mi fa diventare poeta, con tanto di rima!). E’ un tripudio di luce e di colore! (adesso basta con le rime!)

Decidiamo di andare alla Laguna de los Cisnes che si trova a soli quindici minuti di strada a piedi dal nostro albergo (Les Nives).

L’ingresso alla Laguna è chiuso. Ormai siamo abituati e scavalchiamo lo steccato senza tanti problemi. Osvaldo sembra farlo di un sol balzo, ma è solo una finta e Arturo, soddisfatto di non essere stato così surclassato lo rileva con piacere. Nessuno ovviamente si occupa di vedere come se la cava Vincenzo con le sue gambe da trampoliere.

Ci sono un sacco di uccelli. Ci avviciniamo per fotografare un gruppo di fenicotteri rosa poi delle specie oche e altri uccelli di cui non conosciamo il nome. Molti gruppi, disturbati o spaventati dalla nostra presenza, si alzano in volo in formazioni vocianti verso uno stagno più lontano e sicuro, al riparo dall’invadenza umana.

Un cane ci segue, fedelissimo ma discreto. Succede spesso di incontrare anche in città questi cani che sembrano randagi ma che hanno comportamenti molto amichevoli. Ti stanno vicino, ti seguono anche per lunghi tratti: sembrano chiedere un po’ di compagnia. Poi se ne vanno per la loro strada. Incontriamo altri tre cani ma questi non sembrano molto gradire l’intrusione del “nostro” nel loro territorio. Basta uscire da questo, però, e loro si dileguano.

Intanto, probabilmente, ci siamo avvicinati a un luogo dove degli uccelli rapaci hanno il loro nido e si sento minacciati dalla presenza del cane. Tre o quattro di loro si alzano in volo minacciando il cane il quale reagisce cercando di acchiapparli con grandi balzi. Cerco di filmare la scena ma non è facile, perché il movimento degli animali è molto veloce. All’uscita, ora, troviamo aperto. Paghiamo il biglietto, C’e un forte vento che, come sempre, mi piace e mi elettrizza.

Mariano è la nostra guida di oggi. Prima che venga a prenderci con il suo gippone, facciamo qualche commissione. Quindi ci avviamo, un pò stretti e scomodi, verso il Ghiacciaio Perito Moreno che è la nostra meta odierna.

Purtroppo il tempo cambia velocemente e quando arriviamo al ghiacciaio è tutto grigio e piovoso. Personalmente non mi entusiasmo molto. Il fronte del Perito Moreno è grande, ci sono abbastanza frequentemente dei crolli di pareti. Alcuni, quelli grandi, si vedono. Degli altri sentiamo il rumore. Vediamo anche il ponte di ghiaccio che divide i due laghi. Con il tempo questo punte si chiude provocando un dislivello tra i due bacini d’acqua fino a quando il crollo del ponte (in genere spettacolare: avviene ogni 3 – 4 anni) ripristina lo stato iniziale. A differenza di ieri, oggi siamo sulla terra ferma e possiamo ammirare il ghiacciaio da una serie di passerelle a diversa altezza che si affacciano, vicinissime, sul fronte.

Torniamo alla jeep, ora anche bagnati. Prima, mentre Mariano che è molto preparato, ci raccontava le teorie sul ritiro dei ghiacciai sono andata in crisi: ero così incastrata che non potevo muovere un muscolo!

Prendiamo una strada secondaria per passare dalla Estancia dove negli anni ’30 c’è stata la strage dei lavoratori, colpevoli di aver scioperato dovuto alle condizioni disumane di lavoro. Il tutto immortalato nel film, La Patagonia Tragica.

Continua a piovere e non riusciamo a fermarci per mangiare qualcosa. Così finiamo di tornare in Hotel con i nostri panini da preparare e loro sono così gentili da concederci un tavolo. Siamo sufficientemente ironici per renderci conto del casino che stiamo facendo e Arturo dice che se fosse entrato in una hall di questo genere se ne sarebbe andato subito. Mettiamo in ordine mentre ci rendiamo conto che Sabrina è sparita con Mariano e ci chiediamo se tornerà in tempo per andare all’aeroporto.

Torna. Taxi, solite formalità aeroportuali, poi la solita lunga attesa. Passa Mariano a salutarci. Io mi sento a disagio perché non gli abbiamo data la mancia che qui si deve dare, abbondantemente, a tutti. Ginevra gli dà una tavoletta di cioccolato svizzero ma questo non mette a tacere la mia supercritica coscienza e il mio senso di giustizia.

Al ceck in Vincenzo continua a far scattare l’allarme al suo passaggio. Così lo controllano e gli fanno togliere gli scarponi. Speriamo che si sia cambiato i calzettoni stamattina!

Ci mettiamo comodamente ad aspettare tanto, manco a dirlo, l’aereo è in ritardo. Ad un certo punto ci rendiamo conto che siamo rimasti solo noi ad aspettare, mentre tutti gli altri se ne sono andati rispondendo alle varie chiamate. A me sembra di aver sentito: aereo per BA e Trelew ma non mi do molta pena di rilevarlo perché in genere non sono ascoltata (un po’ di vittimismo non guasta!!!) Sabrina si decide a chiedere ed è proprio l’aereo per BA che dobbiamo prendere.

A Trelew c’è un pulmino ad attenderci con l’immancabile guida senza la quale, pare, se si è più di 5 o 6, (non ricordo esattamente) non si entra nei parchi neanche morti. Incontriamo anche Rosana, un’amica di Sabrina che ha un B&B a Tigre, sul delta del Parana.

Jorge , che oltre ad essere la nostra guida è anche un insegnante di turismo, incurante dell’ora tarda e della nostra stanchezza, ci parla della Patagonia e, in particolare, di questa parte della peninsula Valdes. Sabrina è innamorata di questo luogo e ce lo descrive con tutto l’entusiasmo di cui è capace. Sarà per questo, sarà per non farci mancare nulla e stare al ritmo di questa vacanza movimentata, decidiamo di andare a cena, nonostante l’ora. Pizza e birra in un locale dove suonano musica a un incredibile livello di decibel che mi fa rintronare la testa già parecchio intronata di suo. Quando andiamo a dormire sono da un pezzo passate le 2.

13 gennaio 2007

La sistemazione è in lodge di quattro posti. Vincenzo e io siamo sistemati con Dante e Anna, Sabrina con Ginevra e Rosana, Osvaldo e Arturo da soli perché un paio di notti dovranno ospitare l’autista.

Ci svegliamo con calma. C’è vento. Un vento forte, costante che ha soffiato tutta la notte: Usciamo dopo colazione, ognuno per conto proprio. Vincenzo e io siamo a caccia di un paio di calzette leggere per me e un paio di ciabatte per lui perché le sue si sono miseramente rotte.

Puerto Piramides e un paese di 300 (trecento!!!) anime, disposto a U rovesciata: la via principale e, poi, due vie che scendono al mare. Dentro c’è un campeggio circondato da dune di sabbia che lo dividono dal paese e in fondo, nel lato aperto, c’è il mare. I negozi vendono le solite cose turistiche ma ce ne sono un paio dove si trova di tutto, un “generi vari” dei nostri paesi di antica memoria dove, oltre agli alimentari, si trovano oggetti diversi per la casa e per la persona. Qui trovo i calzetti per me e un paio di espadrillas. Niente da fare per Vincenzo anche se tentiamo la sorte entrando in tutti, proprio tutti i negozi (che sono tanti, ma non mille!!!): non ci sono ciabatte né espadrillas oltre il 42:

Ridiamo molto di questa cosa, soprattutto perché questo succede qui in Patagonia il cui nome, pare, si rifaccia alle grande impronte che i primi conquistadores hanno trovato sul terreno, immaginando, per questo di trovare uomini con piedi enormi!

E’ difficile star fuori per il vento perché qui c’è molta sabbia che, sollevata, entra negli occhi e dà fastidio. Ci troviamo nella capanna delle donne per mangiare qualcosa. Arturo ha un gran mal di testa e si vede. Ad un certo punto va a dormire. Anche Vincenzo è stanco e lo imita. A dire il vero siamo tutti un po’ stravolti dalla fatica e dal vento e ci prendiamo tutti un break.

Dopo un caffé al bar dell’hotel – restiamo stupiti perché risulta di un costo esagerato rispetto alla cena di ieri sera e al costo della colazione), partiamo per una gita, sfidando le regole del parco che prevedono una guida obbligatoria. La nostra guida, però, pare sia ammalata e quindi ci avviamo da soli verso la spiaggia.

Il vento, adesso, è meno impietoso. Dalla spiaggia saliamo sulla collina a fianco del paese fino ad arrivare ad una strada sterrata che ci porta a una loberia. Da una terrazza possiamo osservare comodamente una grande colonia di lobos (leoni marini) a un pelo (ci sono quelli a due peli, ma non state a chiedermi le differenze, per favore!) che sono nel pieno del loro periodo riproduttivo: Ci sono alcuni parti, proprio in questo momento, e possiamo vederne anche a occhio nudo. In genere un paio di gabbiani fanno la posta all’animale che sta per partorire: appena avvenuto il parto, un nugolo di uccelli si avventano per accaparrarsi la placenta appena questa viene espulsa. Dopo un altro parto si vede chiaramente la madre prendere il figlio per la nuca e spostarlo delicatamente verso la propria testa per pulirlo mentre il piccolo, affamato, cerca di opporre resistenza e di attaccarsi alle mammelle.

Siamo affascinati da questo contatto con la natura e staremmo ancora qui se non fosse per il vento che in questa terrazza e in questo momento soffia tanto forte da spostarti. Per fortuna gli animali si possono vedere a occhio nudo perché è presso che impossibile guardare con il binocolo che non si riesce a tenere fermo.

Torniamo a Puerto Piramides: procuriamo le vettovaglie necessarie per l’uscita di domani e andiamo a cena al ristorante “Rifugio”. Qui vengo presa in giro alla grande perché mi rifiuto di mangiare le “langustinos”, una sorta di piccola aragosta molto difficile da preparare. Vincenzo, che di solito mi soccorre in queste occasioni, si rifiuta: Ma la Provvidenza la c’è! : Sabrina si fa commuovere dalla mia imbranatura e mi presenta un piatto con un langostino pronto e... decorato!

Siamo molto in ritardo per andare a vedere lo spettacolo di un mago di cui, a dire il vero, ci eravamo dimenticati. Ci consoliamo presto perché incontriamo un signore con bambino che stanno uscendo: ci dice che lo spettacolo è stato “muy malo” con tutti i trucchi che si vedevano.

14 gennaio 2007

Sveglia alle 6 con partenza alle 6.30. Tutti puntuali sul pulmino tranne….Sabrina che arriva per ultima e ci rimane male. Probabilmente abbiamo tutti uno sguardo di muto rimprovero perché lei ci squadra e spara un “vi odio”