   
- Istantanea
UNA ISTANTANEA DEL GRUPPO ALLE 9 DI UN MATTINO QUALSIASI
Ragazzi sono le 9. tra dieci minuti si parte. Questa
mattina cammineremo per circa tre ore e dovremo andare svelti
per arrivare all’appuntamento con la guida che ci aspetta.
Quindi non dovremo fermarci.
Vi consiglio di “andare in bagno” prima di partire.
Ma non si potrebbe partire subito? Per il bagno ciascuno si organizza.
Noi ci siamo organizzati, vero Marco? Abbiamo tutto pianificato
e prevediamo di “andare in bagno” tra due ore e tredici
minuti.
Occorre essere efficienti. Imparate anche voi e fate come noi:
così si possono fare più cose.
Io non so cosa dire. Fate quello che volete. Rilevo soltanto una
cosa e cioè che sui “bagni” si potrebbe pensare
ad un investimento. Mi pare che in questo Paese ci sia maggiore
preoccupazione per i “bagni” che per le piscine e
non so se la cosa mi interessa.
Comunque se ci fermiamo per “andare in bagno” io,
per la compagnia, ci vado anche. E se me lo chiede Sabrina, ci
vado anche due volte.
Noi svizzeri non diciamo “andare in bagno”. Usiamo
piuttosto l’espressione “cambiare l’acqua”,
che è più politically correct. In questo momento
tuttavia ci sono alcuni problemi creati dalle oscillazioni di
cambio, per cui siamo in difficoltà. Per questo si comunica
ad usare l’espressione lombarda “andare a pisciare”.
Per gli svizzeri tedeschi invece non ci sono problemi. Quando
loro sono all’estero non pisciano per non lasciare tracce.
Noi invece le tracce le lasciamo e di vario genere un po’
ovunque.
Per me fate quello che volete. Io faccio quello che fa Liliana.
Siamo nate lo stesso giorno e abbiamo gli stessi gusti; anche
nell’”andare in bagno”.
Comunque ha ragione Domenico, per cui farei come dice lui, senza
perdere troppo tempo. Poi comunque una soluzione si trova.
Nel frattempo c’è qualcuna che annota fedelmente
quanto sta succedendo.
Ore 9. Sabrina invita tutti a “fare la pipì”
prima di partire. Si apre una discussione che mette in luce i
diversi e molto interessanti profili delle persone del gruppo.
Ore 9.15. C’è un’aggressione da parte di una
persona del gruppo verso l’accompagnatrice. Non è
un’aggressione fisica e nemmeno verbale. E non è
nemmeno un’aggressione psicologica. Nessuno se ne accorge,
ma l’aggressione è avvenuta (ed è giusto prenderne
nota).
Ore 9.18. Continua la discussione sul “bagno”.
Io mi sono documentato con una ricerca in Internet sul tema del
“bagno”
A Rimini e lungo tutte le coste italiane, il “bagno”
è una porzione di spiaggia attrezzata, dotata di servizi
per i bagnati.
Nelle abitazioni il “bagno” è una stanza dedicata
ai servizi igienici, chiamata dai francesi toilette, un termine
che durante il regime fascista era stato italianizzato come “toeletta”.
I ceti inferiori e la classe operaia per definire il “bagno”
usano il termine “cesso”, considerato volgare.
Il “bagno” poi è un modo per lavarsi, che si
distingue dalla doccia. E così, se ci fosse il tempo, potrei
continuare, per sottolineare che le parole hanno tanti significati.
Nel linguaggio parlato “andare in bagno” significa
“andare a fare la pipì” o “andare ad
orinare”.
Nei Paesi orientali si usa l’espressione un po’ evocativa
e simbolica KA KA NO CIN CIN SI
OK ragazzi; ho capito. Qui ci sono troppe idee. Partiamo e non
perdiamo più tempo. Deciderò io quando fermarsi
per “andare in bagno” e ognuno poi lo chiamerà
come crede. D’accordo?
Ci siamo tutti?
No, ne manca uno, il lungo.
E dove è andato?
E’ andato in bagno
(Renzo, 19 gennaio 2007) PATAGONIA
28 dicembre 2006-19 gennaio 2007
- PENSIERI
Sono tornato da una settimana dal viaggio in Patagonia e non riesco
a liberarmi dalle immagini e dall’esperienza vissuta. Ogni
notte sogno: nulla di preciso, di definito, ma cieli infiniti,
spazi enormi mari e monti senza nome. E il vento con la sua forza
e il suo rumore. Poi silenzi.
Quando cerco di descrivere i sogni; o quando cerco di rispondere
alla domanda “ma com’è la Patagonia”
non so dire molto. Se non che è un paese da vivere e non
semplicemente da vedere.
Forse è questa sensazione di doverlo vivere che mi lascia
questo strascico, come di un’esperienza interrotta, come
di un “sapore” percepito, ma non gustato del tutto.
Da sveglio posso però chiudere gli occhi e pensare. E alcune
immagini mi ritornano coinvolgendomi.
Per una circostanza del tutto casuale, mi sono trovato nel Mirador
delle Torri del Paine al tramonto del sole del tutto solo. Io
davanti a questo scenario immenso, quasi intoccabile eppure nemmeno
tanto lontano. Io e la macchina fotografica che tenta di fissare
qualche quadro, sapendo che le cornici che lo delimiteranno toglieranno
molto alla sensazione che sto vivendo. Solo il rumore del vento
e della piccola cascata che scorre alla base. Rumori che insieme
affascinano e intimoriscono. E segnano quasi un limite invalicabile
al desiderio di avvicinarsi. Non ho certo il tempo di avanzare,
ma forse non ho nemmeno la voglia, come se non dovessi varcare
quel limite immaginario definito dal Mirador.
Puerto Piramides. Siamo arrivati da poche ore. Con Liliana andiamo
in riva al mare. Sempre con la macchina. C’è vento
forte. La spiaggia è vuota, continuamente aggredita e immediatamente
dopo liberata dalle onde del mare, spinte dal vento. Sugli scogli
laterali le onde si infrangono mostrando alti spruzzi che in controluce
appaiono come alberi di cristalli. Anche qui c’è
silenzio. Soltanto il rumore del vento e del mare; e qualche gabbiano
che, con grande abilità, vince la forza del vento e si
libra nel cielo. Come si fa a fotografare il vento e il rumore?
Come si fa a stringere dentro una fotografia lo spazio immenso
che sta davanti?
Mi dicono che nei mesi della riproduzione da quel posto si vedono
e si sentono le balene. Ora non ci sono. Sono in posti ancor più
grandi, irraggiungibili. Anche qui una linea che immaginaria mi
separa dall’immensità, come un messaggio, quasi un
diaframma che mi fa sentire piccolo, fragile, sottomesso alla
forza dell’infinito, dell’immenso.
Le colonie degli animali marini. Le guardiamo da lontano, ma anche
da così vicino da poterne osservare i movimenti e sentire
le “voci”. Mi sembra di curiosare nella vita di esseri
che hanno il diritto di vivere la loro vita: giocando, lottando,
copulando, riproducendosi, dormendo. Mi sembra di essere un po’
guardone. Mi piace pensare che anche loro mi vedano; dietro un
parapetto che mi impedisce di raggiungere il loro spazio aperto
verso il mare. Dove possono tuffarsi senza alcun permesso, salvo
evitare di andare in bocca a qualche loro predatore. Ancora una
volta percepisca una linea di confine tra me e “loro”,
una linea che mi fa sentire piccolo, inferiore rispetto ai veri
abitanti del mare. Ma anche della terra e del cielo. Basta osservare
il volo del condor, lo sbattere lento e cadenzato delle ali; il
lasciarsi guidare dalle correnti nella direzione desiderata. E
io piccolo con gli occhi al cielo ad invidiare questa possibilità
di vivere lo spazio, senza fare rumore; senza aggredirlo. Al contrario
di quanto succede quando un aereo decolla o quando in quota vola
da un cielo all’altro.
Le strade lunghissime, dritte e vuote. Qualche pecora ai lati.
Qualche guanaco. La macchina che le percorre deve sperare di non
aver bisogno di aiuto. Non c’è nessuno. Non è
posto per le macchine. Sembra quasi che le macchine rappresentino
una piccola profanazione nell’estensione e nell’immensità
del paesaggio, piatto e ventoso.
E se un giorno le macchine diventeranno tante, come è successo
nei nostri paesi? E se i guanacos non potranno più attraversare
la strada per il traffico che vi troveranno?
Non oso pensare.
Allontano i pensieri e rimango a pensarmi solo in questo deserto,
vuoto, senza stazioni di servizio, senza clacson, senza puzza.
Una macchina da sola non dà l’idea dell’aggressione.
Nello spazio infinito appare piccola; facilmente inghiottibile
dall’immensità che la circonda. Una sensazione molto
simile a quella della linea di limite, vissuta davanti alle Torri,
davanti al mare increspato.
In questa sequenza di immagine non mi vengono in mente le immagini
di El Calafate, di Usuhaia. Piccole città in mano ai turisti
dove il rumore delle macchine si confonde con il vociare delle
persone dello shopping e la musica dei venditori. Non c’è
nulla di riconducibile all’uomo e alla sua essenzialità.
Soltanto occasioni per consumare; attrazioni diverse che sollecitano
desideri più o meno nascosti o dormienti. Strade e negozi
privi di una personalità. Potrebbero essere in qualsiasi
parte del mondo. Ne conosco tante e non mi attraggono.
Sono il costo da pagare per poter vivere anche le altre esperienze?
Può darsi. O lo sono almeno in questa circostanza nella
quale mi trovo.
Il mio gruppo è simpatico. E’ piccolo. Ci conosciamo
e stiamo bene insieme. Anche l’accompagnatrice sembra una
del gruppo, tanto forte è l’intesa e la dinamica
che si sono instaurate e che si sviluppano continuamente. Ci spiace
romperlo perché il tempo è scaduto. Vorremmo mantenerlo;
forse anche per scambiarci queste sensazioni.
O forse non sono sensazioni scambiabili?
Certo non sempre il gruppo favorisce il silenzio e la concentrazione.
Qualche volta distrae. Nel gruppo gli sguardi spesso non bastano.
Occorrono le parole. E dopo averle dette ci si accorge della loro
pochezza e qualche volta della loro ovvietà.
Ma anche il gruppo è una dimensione che non si dimentica.
Anche nel gruppo ci sono state emozioni di condivisione, di solidarietà,
di piacere. In qualche caso ampi scampoli, che arricchiscono la
grande tela della vita. Altre volte piccoli tasselli che si inseriscono
in questa tela, contribuendo ad arricchirla di contenuto, di colore,
di gusto.
A queste emozioni si aggiungo poi le riflessioni vere e proprie.
Quelle che mettono in ordine i vari punti e fanno un ragionamento.
Quelle che arrivano ad una conclusione; che tentano di togliere
dal discorso i punti interrogativi. In questo senso la Patagonia
e Buenos Aires sono state ricche di stimoli. Ma mi viene meno
voglia di scriverle. E gli interrogativi che mi hanno lasciato
semmai sono curiosità che vorrei riprendere e approfondire;
con ulteriori studi; con specifici incontri; con confronti mirati.
Tutt’altra cosa.
Per quanto sognerò la Patagonia?
Forse dopo questo breve scritto i pensieri e le mie emozioni avranno
trovato una forma e mi libereranno?
Come al termine di una gestazione?
Non so cosa sperare.
Renzo - Padova, 27 gennaio 2007
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